I prezzi del petrolio hanno registrato una flessione nella sessione di lunedì, mentre gli Stati Uniti e l’Iran rimangono in una posizione di stallo riguardo a un accordo di pace. Tale scenario alimenta i timori che il perdurare delle restrizioni al transito marittimo di greggio in Medio Oriente, attraverso lo Stretto di Hormuz, possa compromettere la crescita economica globale.
I futures sul Brent hanno ceduto 4,64 dollari, pari al 4,48%, attestandosi a 98,90 dollari al barile alle 22:03 GMT, mentre il West Texas Intermediate (WTI) si è portato a 92,18 dollari al barile, in calo di 4,42 dollari, ovvero del 4,58%.
Lo Stretto di Hormuz resta il vero centro della crisi. Prima dello scoppio del conflitto, circa il venti per cento delle forniture mondiali di petrolio e gas transitava da quel corridoio marittimo. Da settimane, però, la rotta è di fatto paralizzata: tra millecinquecento e duemila navi risultano bloccate nel Golfo Persico, mentre il prezzo dei carburanti continua a salire in tutto il mondo. Negli Stati Uniti la benzina ha già superato in media i 4,5 dollari al gallone.
Anche in caso di accordo immediato, spiegano analisti ed esperti citati dal New York Times, il ritorno alla normalità richiederà mesi. Le mine piazzate nelle acque dello stretto dovranno essere rimosse e le compagnie assicurative potrebbero continuare a considerare l’area ad alto rischio. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che serviranno «almeno due o tre mesi» per ripristinare esportazioni regolari.
Il post di Trump sull’Iran azzera il premio di rischio sul petrolio
Il petrolio aveva registrato forti rialzi durante la crisi, con il Brent che a maggio aveva superato quota $110. In particolare, importanti segnali di de-escalation hanno fatto scendere i prezzi.
Il post di Trump ha preferito la pazienza all’urgenza. Ha ringraziato gli alleati mediorientali per la collaborazione e ipotizzato la possibilità che in futuro l’Iran possa aderire agli Accordi di Abramo.





