Il mondo del gioco da tavolo sta vivendo ormai da anni una metamorfosi profonda. Non si tratta più soltanto di sedersi attorno a un tavolo per passare una serata tra amici, ma di riconoscere al medium varie dignità che, in effetti, ha sempre posseduto, anche quando non gli venivano ancora riconosciute. Oggi, invece, è risaputo il potenziale culturale, sociale e persino clinico del medium, e ne abbiamo avuto un’ennesima prova tangibile durante l’ultima edizione di Play Bologna, durante il quale siamo stati invitati da Asmodee Italia a un appuntamento speciale, che puntava a definire, o ri-definire meglio, i confini di uno dei titoli più iconici del loro catalogo: Dixit. Un evento che ha dimostrato come l’illustrazione e la narrazione possano uscire dalla scatola per mappare i sogni, le comunità e la mente umana.
Play Bologna 2026: I Numeri di un Successo Colossale
Prima di addentrarci nell’evento specifico, è doveroso fare un passo indietro e guardare la cornice che lo ha ospitato. L’edizione 2026 di Play Bologna ha confermato il trend di crescita verticale che il settore sta registrando nell’intera penisola e il festival si è imposto ancora una volta come il punto di riferimento assoluto per il gioco da tavolo in Italia, registrando cifre da capogiro. Oltre 45.000 sono state le presenze nell’arco dei tre giorni, con più di 150 espositori e migliaia di tavoli costantemente imbanditi e presi d’assalto da appassionati, famiglie e curiosi.
Numeri che testimoniano non solo la tenuta del settore, ma la sua definitiva transizione da fenomeno di nicchia a pilastro dell’intrattenimento culturale di massa. Ed è proprio in questo contesto di fermento che Asmodee ha voluto lanciare un segnale forte, portando la stampa fuori dai padiglioni tradizionali della fiera per esplorare nuove sinergie.
Dalla Fiera all’Esprit Nouveau: Un Dialogo tra Arte e Spazi Urbani
La nostra mattinata è iniziata alle 11:00 con un rapido tour tra i padiglioni affollati di Play, inclusa una tappa immancabile allo stand Asmodee, specchio fedele dell’energia e dei grandi numeri della fiera. Alle 12:00, tuttavia, l’atmosfera è cambiata radicalmente. Ci siamo spostati presso il suggestivo, e ben più silenzioso, calmo e riflessivo, Padiglione Esprit Nouveau per la conferenza stampa dedicata a CLOSER – Becoming the city: un progetto culturale curato da Adiacenze che indaga il rapporto viscerale tra arte, comunità e spazi urbani.
Adiacenze è uno spazio culturale e una galleria d’arte indipendente fondata a Bologna nel 2010, situata nel cuore del centro storico. Si propone come un vero e proprio incubatore e hub per l’arte contemporanea, con un focus fortissimo sulla ricerca, sulla sperimentazione di nuovi linguaggi artistici e sull’emergere di giovani talenti.
Negli anni ha consolidato una forte vocazione per l’arte pubblica e partecipativa e cura progetti site-specific e interventi culturali al di fuori dei propri spazi espositivi, collaborando attivamente con istituzioni, festival, comunità locali e aziende per attivare processi di rigenerazione urbana o per indagare tematiche cruciali come il rapporto tra i cittadini, la memoria dei luoghi e la percezione degli spazi condivisi. È proprio grazie a questa identità legata all’attivazione sociale attraverso la creatività che è nata la sinergia per progetti culturali come CLOSER – Becoming the city.
La scelta del Padiglione Esprit Nouveau come teatro di questo incontro racchiude non è stata, quindi, casuale. Inserire il laboratorio di Dixit e il progetto CLOSER – Becoming the city all’interno di questa specifica cornice architettonica significa far dialogare più modi di concepire lo spazio urbano, e di riflesso più modi di concepire “il gioco”. Infatti, non parliamo di uno spazio espositivo qualunque, ma dell’esatta replica filologica dell’edificio-manifesto che Le Corbusier e Pierre Jeanneret progettarono per l’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi del 1925.
L’originale parigino nacque come una provocazione rivoluzionaria: in un’epoca dominata dall’ornamento eclettico e dallo sfarzo Liberty, Le Corbusier presentò una cellula abitativa standardizzata, un prototipo di “macchina per abitare” pensata per essere integrata in una utopica città moderna e industrializzata, la Ville Contemporaine. Quell’edificio originario rompeva i ponti con il passato, introducendo concetti come la pianta libera, la flessibilità degli spazi e l’integrazione totale tra natura e cemento attraverso una terrazza-giardino pensile in cui l’albero preesistente non veniva abbattuto, ma inglobato nel design stesso. Era, a tutti gli effetti, il primo tassello visibile della sua città dei sogni.
Il padiglione che oggi possiamo toccare con mano a Bologna, situato nel quartiere fieristico, porta con sé una storia altrettanto affascinante di visione e determinazione. Costruito nel 1977 in occasione del SAIE, l’edificio bolognese è l’unica replica ufficiale al mondo autorizzata dalla Fondation Le Corbusier, nata grazie alla caparbietà degli architetti Giuliano e Glauco Gresleri insieme a José Oubrerie. Realizzato in tempi record (appena tre mesi), il padiglione di Bologna ha salvato dall’oblio un’opera che a Parigi era stata demolita subito dopo la fine dell’esposizione del 1925, restituendo alla collettività un pezzo fondamentale della storia dell’architettura moderna.

L’architettura dell’Esprit Nouveau, che per sua natura dialoga costantemente tra interno ed esterno, tra la rigidità delle linee e l’apertura verso la luce e il verde, è diventata così il palcoscenico ideale. Lì, dove un secolo fa si teorizzava la città del futuro attraverso moduli abitativi ideali, oggi giornalisti e artisti, insieme, hanno usato le immagini simboliche di Dixit per decostruire e ricostruire (idealmente), dimostrando che l’abitare, come il gioco del resto, non è solo una questione di volumi e proporzioni, ma soprattutto di storie, relazioni e sogni condivisi.
La presenza di numerosi colleghi giornalisti, molti dei quali provenienti dalla stampa generalista e non solo dalle testate verticali sul gaming, ha evidenziato l’intento dell’operazione: raccontare il gioco anche a chi non lo mastica quotidianamente, svelandone il potenziale comunicativo universale.
Il Laboratorio di Daniele Catalli: Disegnare i Sogni sul “Muro della Città”
Il cuore pulsante dell’esperienza artistica è stato il laboratorio creativo condotto dall’artista Daniele Catalli. L’attività si basava su un concetto tanto semplice quanto potente: Catalli chiedeva ai partecipanti di parlare dei propri sogni, delle proprie aspirazioni o di frammenti di ricordi legati al concetto di spazio condiviso. Da quei racconti intimi prendeva vita una carta di Dixit illustrata sul momento.
Queste nuove creazioni venivano poi mescolate e posizionate su un tavolo insieme alle carte tradizionali del gioco, a disposizione di tutti. Da lì, i partecipanti potevano attaccarle a un muro, affiancandole a illustrazioni più grandi e posizionandole sotto cartelli emblematici che recitavano: “Cos’è un’idea”, “Dov’è Casa”, “Com’è la città dei sogni”. Il risultato visivo è stato un mosaico collettivo di desideri e interpretazioni personali, la dimostrazione pratica di come il linguaggio visivo del gioco possa tradursi in una mappatura emotiva dell’abitare.
E’ stata una bella esperienza, e non solo perché permetteva a chiunque di passare dal Play, affollato e caotico, in una dimensione dove il gioco era presente con più pacatezza e relax.
La Psicologia di Dixit: Tra Diagnosi Clinica e le Origini di Asmodee Italia

Il momento più illuminante della conferenza è arrivato con l’intervento della Dott.ssa Chiara Coci, Neuropsichiatra dell’Infanzia e dell’Adolescenza presso il Policlinico di Milano. La dottoressa ha analizzato le potenzialità di Dixit in ambiti che esulano dal puro intrattenimento, definendolo uno strumento di diagnosi e di analisi psicologica importantissimo, anche se non ancora formalmente riconosciuto a livello istituzionale (a differenza, per esempio, del celebre test delle macchie di Rorschach, che sfrutta un principio associativo estremamente simile).
Non si tratta di una coincidenza. La Dott.ssa Coci ha ricordato un dettaglio fondamentale della genesi del gioco: Dixit è stato originariamente ideato da Jean-Louis Roubira, uno psichiatra infantile specializzato nelle relazioni madre-figlio, che cercava un modo per attivare l’immaginazione, l’interpretazione personale e il dialogo terapeutico attraverso le immagini.
Questo aneddoto si lega a doppio filo alla storia stessa della filiale italiana dell’editore. Nei primi anni Duemila, la distribuzione di Dixit fu il vero e proprio pivot commerciale e culturale per quella che allora era la piccola realtà di Asterion Press (poi acquisita dal gruppo francese e diventata Asmodee Italia). Il successo travolgente e transgenerazionale di quel titolo dalle illustrazioni oniriche spinse l’azienda verso una crescita straordinaria, trasformandola nel gigante che conosciamo oggi.
Il Valore del Divertimento: La Visione di Asmodee
Nonostante le profonde implicazioni psicologiche e artistiche emerse durante l’incontro, c’è una linea guida che l’editore ci tiene a mantenere ben salda, per non snaturare l’essenza stessa del medium. Durante il dibattito è emersa una dichiarazione chiarificatrice da parte di Ilaria Tosi, Marketing Manager di Asmodee Italia, che ha rimesso al centro l’anima ludica del prodotto:
“Il gioco da tavolo non deve per forza essere educativo, deve essere divertente.”
Dixit può essere usato in terapia, può arredare una mostra d’arte contemporanea e può unire le comunità urbane, ma la sua forza primaria risiede nel fatto che, quando apri quella scatola, stai giocando. È la sua natura intrinsecamente divertente e accessibile a renderlo uno straordinario attivatore di relazioni umane.
L’appuntamento di Bologna ci lascia con un rafforzamento estremo della nostra consapevolezza che il confine tra gioco e cultura non sia del tutto svanito, e va bene così: perché l’uno e l’altra non sono costretti a mescolarsi continuamente e possono restare separati. Tuttavia, oggi possono prendersi per mano e avanzare di pari passo senza stridori e con buona pace di chi vede il gioco, qualunque gioco, come “una cosa da bambini”. Insomma: che la città dei sogni, anche se forse non sarà come l’immaginava Le Corbusier, si può iniziare a costruire anche partendo da una carta illustrata di Dixit.





