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Aborto come merce elettorale: quando il femminismo si fa politica

In quanto donne, come possiamo dimenticare gli anni di ostracismo politico? Totalmente ignorata a destra e a sinistra in tempo di pace, la questione dell’aborto diventa centrale proprio ora che siamo a ridosso delle elezioni. Proprio ora, quando i partiti competono per il proprio potere e decidono necessariamente di lottare per il consenso, proprio ora si inizia a mettere la questione in evidenza.

Aborto in Italia: una questione spinosa

Come nelle Marche, regione divenuta simbolo della lotta per l’aborto libero grazie alla sua straordinaria percentuale di obiettori, anche l’Emilia presenta simili criticità: vediamo stesse percentuali di obiezione. Ma non solo, ovviamente è quasi irreperibile la pillola abortiva nei consultori. Alle donne non resta altro, di nuovo, che una corsa contro il tempo alla ricerca di una struttura sanitaria che, semplicemente, garantisca quello che sulla carta dovrebbe essere un diritto ormai conquistato.

Giuridicamente ed eticamente si discute quindi di interruzione volontaria della gravidanza (IVG). Quest’ultima in Italia è regolata dalla legge 194 del 22 maggio 1978, confermata dai referendum del 1981. Questi argomenti stanno lentamente diventando slogan proprio da parte di quei soggetti della politica che si contraddistinguevano per le detrazioni alla stessa pratica. Giorgia Meloni è l’esempio di un tale trasformismo.

Strumentalizzazione politica dell’aborto in politica

Noi donne, e nella fattispecie i nostri diritti (sempre più difficili da conquistare e mantenere), siamo state scaraventate strumentalmente al centro di questa orribile campagna elettorale.

La battaglia del femminismo è caratterizzata da lotte e ci sembra di ottenere alcune vittorie, ma la strada è ancora lunga. Il basso tasso di occupazione femminile, che poi quando vieni assunta si trasforma in gender pay gap, la violenza, il femminicidio, e molte altre questioni sono istanze importanti per la parità di genere. Tali promesse politiche sono sempre più utilizzate come pretesti per cavalcare il consenso sotto campagna elettorale. Tra queste non è escluso l’aborto, che anzi sembra in lizza per diventare territorio principe di contesa tra i partiti. Giorgia Meloni non è esclusa da questo fenomeno, che ha infatti casualmente deciso di pronunciarsi sull’aborto.

«Non intendo abolire la legge 194. Non intendo modificare la legge 194. In che lingua ve lo devo dire? Voglio applicare la legge 194, aggiungere un diritto: se oggi ci sono delle donne che si trovano costrette ad abortire, per esempio perché non hanno soldi per crescere quel bambino, o perché si sentono sole, voglio dare loro la possibilità di fare una scelta diversa, senza nulla togliere a chi vuole fare la scelta dell’aborto»

Giorgia Meloni su La7

Approfondimento qui.

Ma la geografia politica in realtà è secondaria alla propaganda e sono i dati a dimostrarlo.

Il caso Marche e il caso Emilia

Negli ultimi due anni il consiglio regionale delle Marche, presieduto da FdI, ha impedito l’applicazione di una misura ministeriale che permette di somministrare la pillola abortiva anche alle cliniche private. Inoltre ha ridotto a sette settimane il limite per ricorrere all’interruzione di gravidanza. Come se non bastasse, quando una donna riceve un certificato medico che autorizza l’aborto è, nelle strutture della regione, costretta a “riflettere” una settimana prima che venga effettuata l’operazione.

Dall’altra parte il Gruppo Europa Verde ha recentemente depositato un’interrogazione in Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna per chiedere alla Giunta regionale chiarimenti sul diritto all’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie della regione, considerando che in numerosi ospedali la percentuale di ginecologi e anestesisti obiettori di coscienza oscilla tra il 60% e il 100%.

Perchè mettere queste due regioni a confronto?

Il “caso Marche”, che casualmente è una regione governata dal centrodestra, diventa oggetto di reportage in sostegno alla sinistra. 

Del “caso Emilia“, invece, regione governata dal centrosinistra, e messa esattamente nello stesso modo, non parla mai nessuno. Ma se si allarga la lente e si osserva la totale situazione dello Stato si giunge a conclusioni non così lontane.

Il Emilia infatti la situazione non è diversa da quella delle Marche, ma nemmeno della gran parte delle regioni italiane:

  • Alla Ausl di Piacenza il 77% dei ginecologi è obiettore
  • Alla Ausl di Ferrara il 69%
  • A Parma il 62,5%

e così via. Gli ospedali con le più alte percentuali di ginecologici obiettori sono il Sant’Orsola di Bologna, dove lo è il 71,05 %, e l’ospedale di Cento con il 66,7%. 

Quanto alla distribuzione della pillola RU486 che nelle Marche di destra non viene effettuata dai consultori: nell’Emilia la situazione è tale e quale!

La condizione dei diritti delle donne è subalterna alla propaganda politica

Torniamo a parlare della Ru468. Il problema è uno: consultori non la distribuiscono. Tant’è che il 23 maggio scorso alcune realtà femministe emiliano-romagnole, tra cui i collettivi Mujeres Libres e Non Una di Meno, hanno inviato una pec alla direzione sanitaria.

La pec è stata inviata per chiedere di applicare le disposizioni contenute nella determina regionale del dicembre 2021, visto che nei consultori dell’Emilia-Romagna non è ancora possibile avere accesso alla pillola abortiva (Feministpost consiglia di qui e porre il tema alla vicepresidente regionale Elly Schlein, coì come viene posto a Giorgia Meloni).

Di che cosa stiamo parlando, quindi? Di sicuro non dei “diritti delle donne”, ma del potere degli uomini, del trasformismo della campagna elettorale che supera lo schieramento ideologico di destra e di sinistra, per giungere ad sistema di partiti senza ideali, che usano spregiudicatamente ogni mezzo, compresi i nostri corpi, per strappare consensi. 

Articolo di Maria Paola Pizzonia

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Maria Paola Pizzonia

Studentessa di Sociologia Politica alla Sapienza di Roma e Fumettista per la Scuola Romana del Fumetto. Ha conseguito l'attestato di Scrittura alla Scuola di Narrativa e Saggistica Omero di Roma. Ha partecipato fino al 2016 agli Studi Pirandelliani di Agrigento. Ha lavorato con Live Social by Radio Capital. Assistente di redazione per Pagine Edizioni. Scrive anche per Chiasmo Magazine, Mangiatori di Cervello, Octonet. Redattrice di Metrò per Cinema, Attualità&Politica, Infonerd. Ha lavorato al progetto BRAVE GIRLS di cui si occupa attualmente.
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