Non è successo niente… forse

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Si potrà dire tutto ciò che si vuole contro le traduzioni e gli adattamenti italiani dei titoli inglesi, ma tradurre “After Hours” coerentemente con ciò che rappresenta e che Scorsese voleva che rappresentasse in quello specifico periodo storico, ammettiamolo, è quasi impossibile.

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Facciamo un passo indietro. Siamo negli anni Settanta. La new Hollywood sta spopolando presso i critici e, pian piano, sta iniziando a vedere sempre più biglietti staccati ai botteghini. Finalmente, dopo decenni, i registi sono riusciti a ottenere i pieni poteri sulle produzioni dei loro film. Niente più mastodontiche macchine aziendali gestite da imprenditori con villoni a Malibu, adesso, ispirati dal neorealismo italiano e dalla nouvelle vague francese, i registi raccontano le storie come meglio credono.

Tutto molto bello, penserete. E i produttori cosa fanno? Colpo di coda improvviso e tirano fuori quel termine che oggi è ritornato a essere popolare quando si parla di major: il blockbuster. “Guerre Stellari” è uno dei primi della storia. Si tratta di produzioni ancor più ambiziose, piene di effetti speciali, di volti noti e di tanti altri fattori che gridano «sfarzo» ai quattro venti. Insomma, per contrastare la new Hollywood, i produttori sono ritornati a proporre quello che li rese grandi prima che la new Hollywood arrivasse, solo ammodernandolo un po’.

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Così, diminuito l’interesse del pubblico verso quel modo di fare cinema, gli storici fanno risalire al 1980 il momento in cui la new Hollywood cede il passo al mondo dei blockbuster, in particolare con il film di Michael Cimino, “I Cancelli del Cielo”, insuccesso di critica e che si porta con sé anche “Toro Scatenato” per ciò che concerne il botteghino – solo anni dopo verrà considerato uno dei più grandi film della storia –. Altrettanto rivalutato in seguito è stato “Re per una Notte”, anch’esso capolavoro di Scorsese passato un po’ in sordina all’epoca.

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Così, costretto a casa da problemi familiari, e infuriato dalla rinata macchina hollywoodiana che gli impediva di girare alcune scene de “L’Ultima Tentazione di Cristo” in Medio Oriente, il cineasta italoamericano decise di servirsi di una produzione indipendente e di attori semisconosciuti per il suo “After Hours”. Solo i due comici Cheech Marin e Tommy Chong erano i due volti più noti. Ad Howard Shore, autore delle colonne sonore, gli ci sarebbero voluti sei anni per raggiungere il successo internazionale con “Il Silenzio degli Innocenti”.

Ma perché “After Hours” sarebbe un titolo intraducibile? La traduzione “Fuori orario” non è affatto errata, tuttavia non riesce a esprimere la potenza di quello che Scorsese voleva comunicare con quel film. Un film sentito, crudo, tanto realista quanto surreale, che fosse suo in tutto, tanto nella realizzazione narrativa, quanto nella critica al mondo in cui era costretto a barcamenarsi.

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Con questa sua commedia amara e dissacrante che si nasconde dietro a quell’atmosfera a metà tra il noir e il thriller. Surreale l’idea di una folla inferocita che insegue il protagonista – scambiato per scassinatore – per le strade di Soho come un moderno “Frankestein” di Mary Shelley. Tutto accade in una notte. In una terribile notte per quel poveraccio che si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato. Gli incontri sono consequenziali, diversi, strambi, assurdi. I personaggi che Paul – il protagonista – incontra per le vie cittadine con l’arduo e crescente desiderio di ritornare a casa, sembrano usciti da una galleria d’arte riempita coi quadri di Magritte, Dalì e Matisse.

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Un film che esalta la bruttura come arte, prendendosi gioco del cinema inteso come blockbuster, partendo da una semplice e scenografica scultura in cartapesta rappresentante “L’Urlo” di Munch che, ben presto, si trasforma nel leitmotiv della storia.

Cheech & Chong, nei panni dei due topi d’appartamento Neil e Pepe, a discapito di ciò che sarebbe facile pensare, la comprano da Kiki Bridges (Linda Fiorentino), la scultrice, poi, June (Verna Bloom), la seconda scultrice del film con cui Paul balla romanticamente per farsi nascondere dalla folla, ne scolpisce una nuova versione con cui ricopre e salva Paul; tuttavia, rivelatasi anch’essa alienata come gran parte dei personaggi presenti nel lungometraggio, June lo lascia rinchiuso lì dentro.

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Arrivano ancora una volta i due comici-rapinatori e se la riprendono, ma, come il sardonico tassista visto all’inizio, anche loro due si mettono a guidare come due forsennati della domenica, facendo sì che il portello del furgone si apra e la scultura cada distruggendosi. E dove cade? Davanti all’ufficio di Paul dove egli lavora come programmatore di computer. In perfetto orario per iniziare il turno.

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È così che si conclude il film. È successo tutto in una notte, ma è come se non sia successo nulla. Un uomo qualunque, con un lavoro alienante, deciso a «divertirsi» con una ragazza (Marcy Franklin, interpretata da una bellissima, folle e sfuggente Rosanna Arquette) conosciuta in un bar. Le fa visita a casa e, impaurito dal suo passato, fugge.

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Da qui nasce tutto ciò di cui abbiamo discusso prima. In buona sostanza, è tutto qui. Il film è il racconto di un uomo che fa l’errore di addentrarsi in un mondo che non conosce. Scorsese, nove anni dopo “Taxi Driver“, ritorna a dipingere una New York buia, piovosa, perversa e disincantata che nasconde pericoli per tutti gli ingenui che osano addentrarvisi senza precauzioni. Tuttavia, mescolando il taglio più umoristico e dissacratore di “Re per una Notte”, il buon Martin, ci regala una storia tragicomica, dove persino un suicidio assume un taglio narrativo totalmente diverso.

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Scorsese, con una storia ambientata in poche ore, saltellando tra vari generi, riesce a decostruire tutte le idee sulla settima arte che gli erano contemporanee. Tutto lo si può trovare nella frase del ladro Pepe/Tommy Chong, nell’atto di giustificare la sua predilezione per quella scultura al suo collega Neil/Cheech Marin: «l’arte, quando è brutta, vale di più». L’estetica del brutto diviene una delle colonne portanti di questo film. Lo si vede persino nel monosopracciglio rasato alla buona di Paul/Griffin Dunne.

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Scorsese, apprende la lezione di Gadamer sull’arte come gioco o combinazione di eventi della nostra vita, e la sbatte in faccia al mondo della sfarzosa e ipocrita Hollywood degli anni Ottanta. Il bramoso desiderio di Paul di tornare a casa è lo stesso del Martin regista, il quale, dopo un quinquennio difficile, vorrebbe ritornare al suo cinema, quello in cui era libero di rasare un giovane Robert DeNiro e tramutarlo in un mohawk. È quasi comico il modo in cui Paul venga portato dentro al club Berlin per essere rasato proprio con quella cresta ma, poiché, a metà anni Ottanta, quella era una moda, egli si rifiuta. Scorsese si pone, quasi con giustificabile arroganza, al di sopra delle mode che – casualmente o causalmente – hanno ripreso una sua creazione.

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Paul riesce a tornare alla sua vita, soddisfatto di essere arrivato su quel posto di lavoro che tanto detestava, eppure, tutta quella cera che gli copre i capelli e il vestito, lo segna anche lì. Quello è l’ultimo simbolo: Scorsese sa che quello sarà l’unico modo per uscire indenne da quel nuovo cinema che pensava non gli appartenesse più: accettare di piegarsi a qualche nuova logica, rimanendo se stesso. E, a ben vedere, i successi ottenuti con “L’Ultima Tentazione di Cristo” e “Quei Bravi Ragazzi” sembrano restituire giustizia a questo simbolismo.

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After Hours”, ad oggi, è sicuramente il film che ha subito più revisionismo nella lunga carriera di Scorsese, ma, a ripensarci, è forse quello più crudo e personale del regista newyorchese. Quello che più di tutti esce fuori dal suo tempo. Appunto, “Fuori Orario”.

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