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Quanto c’è di Alberto Sordi in Carlo Verdone?

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“Con quel faccione, con quel sorriso, con quegli occhi, con quelle guanciotte, era l’uomo più simpatico d’Italia. Viene definito così, da Renzo Arbore, il grande Alberto Sordi. Eppure, questa descrizione s’addice benissimo anche ad un altro gigante del cinema italiano che, dopo la morte di Alberto, ha continuato a portare lo scettro del “più grande simpatico” della nostra penisola. Perché? Ci sono elementi che ci inducono a pensare a Carlo Verdone come il suo degno erede (a modo suo). Ma quanto c’è di Alberto Sordi in Carlo Verdone?

Verdone reputa Sordi una ‘maschera immortale’ del cinema e, per tale motivo, (e anche altro) si astiene, con umiltà, dal ritenersi il suo erede. “Lui ha raccontato tempi differenti dai miei e attraversato un periodo storico enorme” ha dichiarato in più occasioni Verdone. Tuttavia, viene spontaneo, nonostante le diversità dei loro personaggi e del loro modo di essere, considerarli come il maestro e il suo discepolo. Ripercorriamo le tappe della loro lunga e invidiabile amicizia, fatta di incroci, collaborazioni, di screzi e di scherzi. All’insegna, sempre, di una profonda e sincera ammirazione reciproca.

Alberto Sordi e Carlo Verdone – photo credits: web
Alberto Sordi e Carlo Verdone – photo credits: web

Il primo (traumatico) incontro e Alberto Sordi come ispirazione

I primi incontri non furono particolarmente esaltanti. Sordi frequentava la casa d’infanzia di Verdone in quanto Mario Verdone, padre del futuro comico e regista, era un importante critico cinematografico; lì Alberto era solito sparare battute a bruciapelo sul modo di vestire del piccolo Carlo, che restava poi deluso e mortificato.

Peggio ancora accadde la prima volta quando si incontrarono al Lido di Venezia, durante la Mostra del cinema del 1957; nel suo facebook, Verdone racconta: “Mio padre lavorava per la Mostra e un giorno mia madre mi disse ‘Carletto, c’è un grande attore si chiama Alberto Sordi. Fatti fare un autografo’. Quando mi trovai Sordi davanti gli chiesi: ‘Mi scusi signor Sordi, mi farebbe un autografo?’. Sordi con cattiveria mi disse: ‘A te non te lo faccio. Perché sei russo’. Io, paonazzo: ‘Veramente sono di Roma’. ‘Non ce credo. Ci hai la faccia da russo’. Scappai via per il disagio. Sordi urlò :’N’do vai? Vie’ qui… Scherzavo’. Ma ormai ero tornato sotto l’ombrellone. E di quel Sordi e del cinema avevo deciso che non me ne poteva importare un fico secco”.

 Alberto Sordi – photo credits: web
Alberto Sordi – photo credits: web

Non sarà così. Con l’avvicinarsi di Verdone al mondo della recitazione, Sordi diventa sempre di più un modello da studiare e da ammirare. La sua rapidità di esecuzione della battuta, la sua capacità di rappresentare l’italiano medio, i suoi tic, i suoi difetti e le sue sfaccettature sono le doti da cui Carlo trae ispirazione, fino al debutto. Quando Verdone esordisce sul grande schermo, con enorme successo, come regista ed interprete del film Un sacco bello(1980), Sordi ha già fatto di tutto e di più. Con la sua enorme espressività è stato il traghettatore del cinema italiano dal neorealismo al neorealismo comico, diventando poi la bomba esplosiva della commedia all’italiana degli anni cinquanta, consacrandosi nel decennio successivo, fino all’essere il protagonista del film “Un borghese piccolo piccolo(1977) di Mario Monicelli, che segna la fine della commedia di cui proprio Alberto stesso era il volto per eccellenza.

La benedizione di Alberto Sordi e i film insieme

Ed è già con il secondo film di Verdone che arriverà il primo benestare del suo punto di riferimento. Sergio Leone, il produttore di “Bianco, rosso e Verdone (1981), non è convinto di uno dei tre personaggi di Carlo nel film; il produttore reputa infatti che l’ossessivo Furio sia troppo logorroico e pedante per piacere al pubblico, così organizza una proiezione casalinga del film invitando tra gli altri proprio Alberto Sordi, che sarà colpito con entusiasmo proprio dal personaggio più nevrotico del film e convincerà Leone ad avere fiducia nel successo dell’opera.

Carlo Verdone – photo credits: web
Carlo Verdone – photo credits: web

Già l’anno dopo le loro strade si intrecciano nuovamente, per direttissima: i due recitano insieme nel film “In viaggio con papà“, diretto dallo stesso Sordi. La pellicola ottiene un grande successo di pubblico perché i due, nei ruoli di padre donnaiolo e figlio impacciato, formano una coppia dalla comicità genuina e complementare esprimendosi in sketch spesso spontanei ed istintivi.

Condividono il set anche quattro anni dopo, nel film “Troppo forte“; questa volta, alla regia, siede Verdone, in una sorta di ‘passaggio del testimone’. In questa occasione, però, l’esperienza lavorativa mette in luce anche delle incompatibilità tra i due. L’interpretazione di Sordi, troppo parodistica e caricaturale, a tratti eccessiva, diede vita ad un personaggio troppo irruente, diverso da come lo voleva Verdone.

 Alberto Sordi e Carlo Verdone – photo credits: web
Alberto Sordi e Carlo Verdone – photo credits: web

Il sodalizio umano, fatto di affetto e ammirazione

Se paragonata alla mole delle loro carriere, le loro collaborazioni nell’industria del cinema si possono definire poche e brevi. La stessa cosa non si può altrettanto dire del loro sodalizio umano, sempre più incisivo. Fra tutti, un episodio rimane un prezioso e indelebile ricordo che Verdone ha dell’ammirato collega: era il 1984 quando Rossana, la madre di Carlo, consumata dalla malattia neurologica, in un raro momento di lucidità chiese al figlio di chiamare Alberto Sordi. E così, senza nessuna esitazione, Alberto esaudì il desiderio della madre, dimostrando ancora una volta l’affetto e la delicatezza che l’attore riservava solo alle persone più care. “Mia madre l’ha toccato con la mano tremante e a lui sono venute le lacrime. Lo ringrazierò per sempre ricorda Carlo, sempre con forte emozione.

Indimenticabili anche le intime cene al ristorante Apuleius di Roma, sempre allo stesso tavolo, ordinando sempre le stesse cose. È in quelle sere che si scioglieva la riservatezza di Sordi, che amava essere “interrogato” sul suo passato dall’astro nascente del cinema. Lui che in pubblico era l’espressione del buonumore, sempre sorridente, ma che nel privato era introverso. Con i suoi racconti trovò un modo di lasciare l’eredità poetica al suo successore.

 Alberto Sordi e Carlo Verdone – photo credits: web
Alberto Sordi e Carlo Verdone – photo credits: web

Due maschere diverse, ma sublimi

Si rivelerà essere, però, solo un’eredità legata al successo e all’impronta che i due tenori hanno donato alla settima arte. Non un lascito di contenuti. Sordi, definito dallo stesso “successore” come uno che “andava a ruota libera, un futurista, innovativo e rivoluzionario”, ha rappresentato le stravaganze e la carenze etiche degli italiani. Con personaggi tipicamente cinici, antipatici, arrivisti , spietati con i deboli e servili con i potenti è stato l’italiano medio dei suoi tempi, criticandolo e rendendolo comicissimo. In poche parole, l’italiano “furbetto”, abile a muoversi con astuzia ed egoismo nel dopoguerra e negli anni a seguire. Contraddicendo le regole della comicità ha dato vita ad un personaggio arrogante (ma divertentissimo), in una sorta di denuncia alla mediocrità degli italiani in ogni sfera, da quella professionale (Il medico della mutua e Il vigile su tutti) a quella sentimentale (Il vedovo).

 Alberto Sordi – photo credits: web
Alberto Sordi – photo credits: web

Al contrario, con le sue due prime opere sopracitate, Verdone ha dato vita a parodie specifiche degli italiani più strambi e caratteristici: il bullo coatto, l’hippie di mezza età, il bonaccione, il pignolo e l’emigrato meridionale. Maschere che poi riprenderà, sfumandole, facendolo anche invecchiare, in successivi film come “Viaggio di nozze (1995) e “Grande, grosso e…Verdone” (2008). Ma soprattutto ha scritto e recitato un personaggio che si posiziona ben distante da quello di Sordi: il borghese (o borgataro) anti-eroe , malinconico, pieno di nevrosi, ma mai oltre le righe e sempre dalla parte “giusta”. Verdone inizia sempre di più a vestire i panni dello splendido Sergio Benvenuti di “Borotalco”(1982), che molto spesso si ritroverà nel suo cinema. Una sorta di mito, spesso perdente dal punto di vista materiale, ma ineccepibile sul piano della moralità. Insomma alle maschere di Verdone manca l’arrivismo e il cinismo di quelle di Alberto Sordi, ed è proprio in questo distacco che risiede la differenza tra i due miti del cinema nostrano.

Carlo Verdone – photo credits: web
Carlo Verdone – photo credits: web

La somiglianza, così vicina così sottile

Resta il fatto che gli italiani di diverse generazioni si sono rivisti, talvolta anche con cosciente vergogna, nelle maschere di Sordi prima, in quelle di Verdone dopo. Mentre le loro carriere hanno preso due inclinazioni di forma diverse, ma entrambi hanno attraversato il periodo di stato di grazia, di successo indiscusso e di immortalità, sorretta da intuizioni comiche frutto del loro genio e del loro talento, appartenuti ad entrambi. “Tra le nuove generazioni di cineasti che sono venuti dopo di me, Verdone è quello che più mi somiglia. Io non ho figli e l’ho adottato come figlio artistico” disse in un’intervista il gigante Alberto Sordi. Come dargli torto. E infatti di somiglianza si può parlare, perché nessuno può essere Alberto Sordi, così come nessuno può essere Carlo Verdone.

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Matteo Potenza

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