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All You Can Hear: una barca di motivi per “ascoltare” (se stessi e gli altri)

Sappiamo davvero ascoltare (noi stessi e gli altri) o siamo assuefatti dai rumori di fondo? Per comprendere qualcuno/qualcosa, bisogna prima conoscerlo. E per farlo, è necessario educarci all’ascolto. La (contro)cultura contemporanea invoglia all’espressione senza ragionamento, al ritenere di sapere ma capire poco, a puntare il dito piuttosto che tendere la mano. Molte iniquità sociali moderne derivano da questo narcisismo latente che impedisce di fare un passo indietro e ascoltare.
Siamo una comunità disposta a scendere dallo stage per ascoltare gli altri? Siamo pronti a mettere da parte i nostri pregiudizi?

Tentiamo il vero atto rivoluzionario, che è l’ascolto, di se stessi e degli altri.

Drusilla Foer durante la terza serata del Festival di Sanremo 2022

Ascolta la tua unicità

Tranquill*: non è l’ennesimo articolo a tema Sanremo. Non leggerai una parola riguardo concorrenti, vincitori o vinti. Non parlerò nemmeno di quanto il Festival abbia dimostrato ancora una volta profonde lacune, ipocrisie e insensibilità nell’affrontare temi che non meriterebbero trattamenti macchiettistici.
Prenderò solo il meglio da questo show: il monologo di Drusilla Foer. Avrò rivisto il video del suo intervento almeno 7 volte: diretto e alla portata di tutti.
Così come “l’unicità” di cui lei stessa ha parlato. Ognuno di noi è un individuo raro, e in un ambiente sociale sano, è fondamentale rispettare l’unicità (non “diversità”) altrui ascoltando. Se non ascolti: non comprendi, non empatizzi e allontani chi ti circonda.

Chi non ascolta è destinato alla propria solitudine e responsabile di quella altrui.

Ti anticipo. Sì, nel 2022 c’è assolutamente ancora bisogno di ASCOLTARE (non a caso) discorsi che ci stimolino a riflessioni del genere. È proprio questo il punto: essere ascoltatori ci educa alla sensibilità.

Charisma, uniqueness, nerve and talent

Parafrasando Dostoevskij in “Memorie dal sottosuolo“: ognuno di noi custodisce qualcosa che racconterebbe solo agli affetti più stretti. Ognuno di noi custodisce qualcosa che non condividerebbe con nessuno al di fuori di se stesso. Altre volte, scegliamo di non raccontare neanche a noi stessi chi siamo.
Il più delle volte non ci ascoltiamo per timore di scoprirci imperfetti, altre per disattenzione o noncuranza, altre ancora per mancanza di abitudine.

Who do you think you are? We’re all born naked and all the rest is drag.

Ipse dixit: RuPaul nel brano “Born Naked”

Ascoltarsi è un meccanismo per nulla scontato, ma risulta il presupposto senza il quale non potremmo mai, prima capire e poi, rispettare l’altro.

Can I feel the groove?

Mi interessa la musica dai tempi di Windows 98, studio due strumenti e compro dischi regolarmente. È inutile quantificarti la valenza dell’ascolto nella mia vita: siamo due passi oltre l’essenziale. Durante uno dei miei più recenti trip mentali – ripensando al senso delle parole di Drusilla – mi sono però chiesto se io stesso, nella quotidianità, abbia l’attitudine giusta ad ascoltare (gli altri), se lo faccia a sufficienza o se sia semplicemente “distratto” dagli output intorno a me e dalla complessità degli stimoli esterni ai quali sono esposto.
Cosa significa quindi “ascoltare“?

Nessuno è mai stato licenziato perché ascoltava troppo.

Calvin Coolidge

Ascoltare è l’insieme di processi che permettono di ricevere un messaggio, prestare attenzione e attribuire significati agli stimoli sonori che riceviamo. In sostanza: acquisire, elaborare, immagazzinare informazioni in contesti interpersonali. Risulta evidente quanto l’ascolto si riveli essenziale in ogni tipologia di relazione (mai visto durare rapporti nel tempo – emotivi, lavorativi – costruiti su deboli basi di educazione e rispetto all’ascolto).

Ascoltare è perdere l’opportunità di promuovere il proprio brand, ma di lasciare il segno.

Reminiscenze dei miei appunti di marketing

Can YOU feel the groove?

Judith Coche (terapista, scrittrice e autorità nel campo della psicologa clinica) sottolinea attraverso le sue pubblicazioni e ricerche, quanto la principale causa di crisi all’interno di dinamiche relazionali tra individui risieda nella mancanza di ascolto dell’altro (che sia un partner, un collega, un amico, …).
Non ascoltiamo per presunzione di conoscere già tutto di chi ci è davanti, perdiamo curiosità e poi interesse: questo fenomeno prende il nome di closeness-communication bias.
In più, la priorità del nostro esistere – online o offline- è definire la nostra immagine. Siamo concentrati sulla narrazione che facciamo di noi stessi “direzione alter” piuttosto che focalizzarci su quello che l’alter può offrirci. Status sociale e processi di identificazione ci portano a propendere verso l’esibizionismo e all’egotismo deviato.

Ascoltare persone con le quali non siamo in confidenza, per di più, genera in noi comportamenti difensivi di conferma e di aspettative (confermation/expectation bias).
Clusterizziamo chi abbiamo davanti in stereotipi e pregiudizi, prima ancora di qualsiasi interazione verbale.
Tutti questi processi psicologici si innescano a seguito della nostra innata tendenza umana a classificare ciò che ci circonda al fine di dargli senso, ordine e coerenza.
Seppure dotati di un cervello composto in media da 86 miliardi di cellule cerebrali, il cono di luce dell’attenzione che dirigiamo, punta strutturalmente i riflettori sull’ascolto di cose che già incontrano le nostre convinzioni di partenza, impedendoci di ampliare la nostra sfera.

Il bastone della parola

Nella tradizione indigena del Nord America e dell’Africa, esiste un rituale chiamato “bastone dell’ascolto“. Per gestire e controllare l’ordine delle discussioni all’interno di un dibattito, viene simbolicamente e fisicamente ceduto in mano all’individuo che dovrà esprimere il suo pensiero, proprio un bastone in legno. Ciò rappresenta il momento in cui quell’individuo si aprirà, parlerà e verrà ascoltato dall’entourage che partecipa alla discussione senza interruzioni o (pre)giudizi. A turno, questo ramo viene rispettivamente passato di mano in mano per consentire a tutti di esprimersi.
L’esperimento è stato importato e testato nel 2018 negli Stati Uniti durante il primo blocco di amministrative dalla senatrice del Maine Susan Collins. Vuoi sapere come è andata a finire?
Uno dei senatori partecipanti, ad un certo punto, scaglia il bastone contro un altro partecipante di fazione opposta.
Riporto questo esempio per sottolineare il mio punto di vista: l’educazione è e resterà la sola e unica risposta a fenomeni di disabitudine all’ascolto.
Finché non saremo mentalmente disposti a donarci all’altro, non basteranno delle tecniche a persuaderci o cambiare quello che siamo.
Il cambiamento deve partire da noi.

Quando sapere ascoltare può salvare “x” vite

“Sapere ascoltare” è una locuzione che mi piace intendere in senso ampio. Credo sia inutile circoscriverla alla sola dimensione dell’individuo, se non viene seguita da una responsabilità sociale più ampia. Un paradigma capace all’ascolto – per esempio – non attende l’ennesimo caso di femminicidio preannunciato da decine di denunce di violenze mai considerate. L’80% delle donne in Italia che denuncia violenza teme per la propria vita. È abominevole lasciare scorrere questi crimini.
“Più ascolto” quindi si traduce anche in misure concrete a livello istituzionale, più attenzione al supporto psicologico e all’educazione dall’infanzia alla cultura del dialogo piuttosto che a quella dell’arringa.

Il mondo smetterà di sembrarti un labirinto di convenzioni e sarà più facile orientarci quando capiremo che tutti siamo dominati da emozioni. Agire o non agire è sempre causa di una ragione. Quindi vale la pena ascoltarsi reciprocamente, perché se esiste una necessità alla condivisione deve pur esserci propensione all’accogliere. Non creiamo altre barriere. Il contesto storico che scorre è già sufficientemente in grado di separarci senza il nostro aiuto. Essere persone curiose nei confronti degli altri è una dote innata, ma la capacità di riconoscere ascolto e fornendo risposte sensibili che incoraggino l’apertura, è una qualità che può e deve essere sviluppata.

Piergiorgio Thunderstone

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