Intellettuale e artista ecclettico, Arrigo Boito nasce a Padova il 24 Febbraio del 1842. La sua prima formazione lo vede impegnato negli studi di pianoforte e composizione presso il Conservatorio di Milano dove non tarda a dimostrare il suo rifiuto per le convenzioni accademiche e il suo fervido interesse per le innovazioni che stavano emergendo in un ambiente mitteleuropeo. Esponente di spicco del movimento letterario degli Scapigliati, fondato da Emilio Praga, si rende noto al grande pubblico anche come apprezzato librettista di opere liriche.

Il compositore “scapigliato”

 Arrigo Boito e Giuseppe Verdi nel giardino della residenza di  Giulio Ricordi  in Via Borgonuovo, Milano. Fotografia di Achille Ferrario, 1892.
Arrigo Boito e Giuseppe Verdi nel giardino della residenza di Giulio Ricordi in Via Borgonuovo, Milano. Fotografia di Achille Ferrario, 1892.

L’Italia ha visto da poco la sua unificazione sotto l’egida Sabauda quando Arrigo Boito, in seguito a diverse peregrinazioni per l’Europa, fa ritorno a Milano e aderisce al movimento letterario della Scapigliatura. In questo fermento intellettuale, l’artista ha occasione di stringere rapporti con alti profili della cultura italiana. Iniziano proficue e elevate collaborazioni come librettista con Giuseppe Verdi e altri compositori come Amilcare Ponchielli per cui scriverà il libretto de La Gioconda. Intrattiene, inoltre, una relazione con la celeberrima attrice Eleonora Duse, da cui scaturirono pregiatissime traduzioni a lei dedicate dei drammi shakespeariani e infine si fa notare come compositore estremamente controverso. Non sempre, infatti, fu apprezzato dalla critica e dall’ambiente accademico di una neonata Italia ancora troppo inesperta per poter accogliere in sé visioni non propriamente tradizionali. D’altronde, il movimento degli Scapigliati afferisce direttamente all’estetica Simbolista di origine francese. A Parigi anche costoro erano poeti controversi agli occhi di marmorei accademici che guardavano con sufficienza coloro i quali avevano avuto l’ardire di svellere a Calliope l’aurora sacrale della poesia.

La “burla” di Arrigo Boito

Alla salute dell’Arte italiana, è un’ode del Boito del 1863, poesia che non lascia presagire rapporti cordiali con il compositore Giuseppe Verdi. Tuttavia, nel 1881 i due artisti danno vita ad un proficuo rapporto di coproduzione. Il Simon Boccanegra aveva già visto la luce nel 1857 con il libretto di Francesco Maria Piave, tuttavia ebbe una tiepida accoglienza. Boito stesso, intuendone il potenziale drammaturgico stravolge completamente il libretto. Rinnova il prologo conferendogli una forte carica drammatica e inoltre rende meno concettosa la trama rispetto a quella proposta dal librettista precedente che risultava piuttosto imperscrutabile. Giuseppe Verdi inaspettatamente interrompe la composizione dell’Otello, sempre con Boito come librettista, per restaurare una partitura tiepida e portarla verso una delle più intense opere scritte dal secondo Verdi. Qui i numeri musicali assumono tinte più cupe e squisitamente malinconiche. L’opera risultò un enorme successo di critica e pubblico.

Ma è il Falstaff l’episodio più eclatante che corona la ricchezza della relazione artistica tra i due. Il compositore di Busseto, ormai anziano non ha alcuna intenzione di iniziare un nuovo lavoro. La vecchiaia e la mancata certezza di portare a termine un nuovo lavoro frenano Verdi ad accogliere nuovi soggetti. Arrigo Boito insiste e gli propone l’ennesimo soggetto tratto da Shakespeare. Falstaff, un buffo e anziano personaggio tratto da Le Comari di Windsor. Verdi scrittore di tragedie che si abbassa a scrivere di un ridicolo anziano sarebbe un affronto, solo all’inizio della sua carriera aveva scritto una commedia: Un Giorno di Regno del 1840. Tuttavia è l’ultimo quadro del libretto a convincere il compositore a principiare l’opera: “tutto nel mondo è burla”. Il maestro del dramma trova in questa frase, sotto spinta di Boito stesso, il coronamento di una carriera. Dopo continue tragedie consumate nel dramma tutto risulterà una burla, un epilogo effimero di quella che è la vita senza gravose questioni esistenziali. Verdi esce di scena come solo un genio ha l’ardire di fare.

Il Mefistofele

Il 5 Marzo del 1868 il primo Mefistofele vede la luce. Tuttavia, l’opera, troverà un’accoglienza estremamente tiepida a causa della lunghezza e per la presenza numeri musicali dal greve peso ideologico. Così, nei successivi sette anni dona un volto nuovo al dottor Faust. Riduce gli atti a quattro, rispetto ai cinque della versione precedente; il protagonista passa da tessitura di baritono a quella di tenore e la figura femminile di Margherita, Gretchen nell’opera primigenia di Goethe, assume un ruolo di maggiore rilevanza. Il pubblico bolognese designato per l’esordio della nuova versione affronta con più entusiasmo la seconda edizione, il successo è indiscusso.

La trama dell’opera è molto fedele alla fonte da cui è tratta, il Faust di Goethe. Riprende infatti l’idea del prologo che nell’opera tedesca erano due. Boito, però, per esigenze formali, separa i due incisi narrativi in un Prologo in Cielo e un Epilogo, ossia la morte di Faust. Momento topico è il fatidico e risolutivo verso “Arrestati sei bello” (Verweile doch, du bist so schön). Qui vediamo il discrimine tra l’opera originaria e quella di Boito. Infatti, mentre nella versione tedesca la frase è segno per Mefistofele di agire sull’anima di Faust per riscuotere il suo diabolico debito. Boito, al contrario, la inserisce come stupore ed eterna contemplazione delle schiere celesti che appaiono per far sprofondare in un abisso di luce l’infido Mefistofele. Inoltre l’elemento salvifico per il compositore è da ricercarsi nell’intercessione di una pia penitente che si rivelerà essere Margherita stessa. Secondo Goethe, invece, la salvezza risiede nella naturale attitudine di Faust alla perenne e indefessa ricerca di uno sguardo verso l’Infinito e l’Eterno femminino. La conoscenza, dunque, e non la pia devozione, detiene la forza salvifica per l’Uomo.

Paolo de Jorio

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