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Arte queer: la gioia e il dolore di un atto politico e privato

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Ne parlano i giornali, i politici, i preti, ma cosa sono veramente l’universo e l’arte queer? Al di là delle resistenze e dei moti conservatori, di stampo politico e non, l’universo queer continua a influenzare ogni forma di media, dalla musica al cinema, dalla fotografia alla pittura. Un caso esemplare è la storia della drag queen americana Divine (al secolo Harris Glenn Milstead), che ha ispirato negli anni ‘80 il personaggio di Ursula nel cartone animato della Walt Disney La sirenetta.

Arte queer: la gioia e il dolore di un atto politico e privato
Divine (Foto di Tom Gates)


Purtroppo Divine non ha potuto gioire per il successo dello splendido personaggio a lei ispirato – a causa della sua scomparsa prematura nel 1988, a soli 42 anni, per una patologia cardiaca.


Ma cosa vuol dire “queer” e quali significati ha assunto questo termine nel corso dei decenni?


Negli anni ’70, “queer” indicava letteralmente qualcosa di “strano” e fuori posto, in senso dispregiativo. Col passare del tempo e l’evolversi della società, il termine ha iniziato a descrivere, sintetizzare e valorizzare tutte quelle identità di sesso, di genere e gli orientamenti sessuali che non si rispecchiavano nei canoni eteronormativi o che non trovavano pieno supporto all’interno delle comunità gay e lesbiche.


Una definizione ultima del termine “queer” non può esistere

Non è possibile descrivere in maniera definitiva il mondo queer e, forse, una descrizione del genere non esisterà mai, proprio per la sua natura stessa, ampia e inclusiva. «Le teorie queer» ci ricorda Lorenzo Bernini, professore di filosofia e autore di opere come Apocalissi Queer: Elementi di teoria antisociale, «ci offrono strumenti che possiamo utilizzare anche contro la nostra idea di queer, quando questa inizia a starci stretta»[1].
Allo stesso modo in cui si sono evoluti il significato e la percezione della singola parola, così si è mossa l’arte queer, perseguendo sempre di più quella filosofia di apertura a ciò che non può, non vuole (e forse non deve) essere categorizzato, divenendo col tempo una rappresentazione di quelle condizioni umane minoritarie che non si rispecchiano nelle etichette.

Gli omaggi all’arte queer


Nel 2017, nel 50° anniversario della depenalizzazione dell’omosessualità in Inghilterra, l’arte queer è stata omaggiata con la mostra Queer British Art: 1861-1967.
Dal 1533 al 1707 (salvo un’interruzione di dieci anni) la sodomia veniva infatti punita con la pena di morte “in virtù” del Buggery Act. La condanna per legge è rimasta in vigore – perseguendo, dopo ulteriori integrazioni, oltre alla sodomia, qualunque “atto sessuale” tra maschi – fino al 1967. La mostra Queer British Art ha riportato sulla scena quasi cento anni di arte visiva, comprendente generi e modelli molto diversi fra loro, dalla pittura classica fino alla pop art e ai ritratti di celebri icone omosessuali come Oscar Wilde.
Nel corso della sua storia, l’arte queer ha rivestito un ruolo di primaria importanza in contesti e periodi storici differenti, specie quando le minoranze sono state al centro di eventi drammatici.


Hugh Steers e l’AIDS: la piaga che ha colpito l’amore


Il pittore americano Hugh Steers (1962-1995) fa parte di un filone che, per sua stessa ammissione, si ispira a una «bellezza austera»[2] nello stile di Edward Hopper e Jackson Pollack.
A partire dagli anni ’90, le opere di Steers hanno rappresentato una bandiera per l’amore omosessuale maschile colpito dalla piaga dell’AIDS. I suoi quadri ritraggono situazioni familiari in cui i corpi, spesso nudi, si mostrano nella loro fragilità. Ma ancor più del fisico malato, le opere di Steers mettono in scena quell’universo tutto maschile di un amore dilaniato dalla piaga di un’epidemia che, all’epoca, molti insinuarono fosse una punizione divina: coppie sofferenti, in cui uno dei due amanti si ritrova a prendersi cura dell’altro in una doppia sofferenza.
Lo stesso Hugh Steers morirà di AIDS a soli 32 anni.


Fabian Chairez: quando queer significa rivoluzione

Nel 2019 ha fatto scalpore l’opera La Revolución dell’artista messicano Fabian Chairez, una rappresentazione del rivoluzionario Emiliano Zapata in chiave fortemente queer. L’opera, risalente al 2013 ed esposta alcuni anni dopo al Palacio de Bellas Artes di Città del Messico, ritrae Zapata a cavallo con in testa un sombrero rosa: la posizione sensuale assunta dal guerrigliero a cavallo – così lontana dagli stereotipi della mascolinità tossica tipici di certi personaggi storici – i tacchi a spillo che terminano con le canne di due revolver e la prepotente erezione del cavallo hanno infervorato parte dell’opinione pubblica, tanto da portare a manifestazioni di protesta, insulti e minacce all’opera e all’artista stesso. È a questo punto che l’arte queer – o forse l’idea stessa, la filosofia o il “sentire” inclusivo che essa rappresenta – si è di nuovo ritrovata portatrice di valori nuovi e inclusivi, con una contromanifestazione pubblica dal forte spirito rivoluzionario condita da affermazioni affascinanti: «Zapata ha lottato per la libertà ed è quello che stiamo facendo ora noi»[3].Ma il sostegno alle minoranze non può però passare solo per la riscoperta o rivisitazione di modelli inarrivabili come quelli storici. Il racconto intimo e legato alla vita comune è essenziale.


Ritratti: la forza (e l’importanza) delle storie comuni.


Gender Portraits è un portale che racconta, attraverso storie individuali e con l’ausilio di ritratti, le vite di persone non conformi ai dettami sociali di genere.
Per affrontare il delicato tema della transizione, un’immagine può valere più di un’intera dissertazione. Un esempio che colpisce è quello del ritratto di Cavan Ó Raghallaigh, uomo transgender rappresentato in uno dei ritratti con le cicatrici tipiche della transizione FtM: quelle di una mastectomia. La forza dei “ritratti di genere” risiede proprio nella capacità di raccontare, con parole e immagini, la vita del singolo che diventa manifestazione ideale, filosofica e politica; quella sfera intima dal forte impatto pubblico già mostrato in fase germinale negli anni ’90 da Hugh Steers e capace di innalzarsi a simbolo rivoluzionario.
Oggi più che mai, “queer” può rappresentare davvero la parolina magica per un mondo più inclusivo. E nella stessa “inesplicabilità” del termine risiede la sua preziosa essenza, rivoluzionaria e rivolta a un futuro aperto a tutt*.

Articolo a cura di Claudio Santoro

NOTE

[1] D. Bombini, 13/09/2018, Gay.it, Le Teorie Queer di Lorenzo Bernini: cosa sono e quanto ne sappiamo? Intervista, https://www.gay.it/teorie-queer-bernini-intervista

[2] Alexander Gray Associates, Hugh Steers: That Soft Glow of Brutality: The Art of Hugh Steers, https://www.alexandergray.com/other-exhibitions/hugh-steers-that-soft-glow-of-brutality-the-art-of-hugh-steers

[3] Open, Messico, la comunità LGBT in piazza per difendere il pittore che ha dipinto «Zapata gay», https://www.open.online/2019/12/14/messico-la-comunita-lgbt-in-piazza-per-difendere-il-pittore-che-ha-dipinto-zapata-gay/

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