Attualità

Avere pregiudizi verso l’omogenitorialità vuol dire non avere chiaro il concetto stesso di famiglia

Quando si parla di omogenitorialità sembra quasi doveroso doverne dare innanzitutto una definizione. Come se il termine in sé suoni “straniero”, oltre che “sgradevole”. Sarà perché nel 2021 è ancora un campo poco esplorato. Fu l’Associazione dei Genitori e dei Futuri Genitori Gay e Lesbiche (APGL) francese a coniare il neologismo homoparentalité nel 1997, per designare tutte quelle situazioni nelle quali almeno un adulto, che si autodefinisce omosessuale, è il genitore di almeno un bambino all’interno di una nuova famiglia ricostituita. L’omogenitorialità è un termine ombrello perché comprende diverse realtà familiari: ci sono famiglie in cui i figli sono nati da precedenti relazioni eterosessuali dei genitori; famiglie composte da madri lesbiche single o in coppia che hanno adottato o hanno fatto ricorso alla procreazione medicalmente assistita; famiglie composte da padri gay che hanno adottato o hanno avuto accesso alla gestazione per altri; ci sono anche famiglie composte da un uomo gay e una donna lesbica che, insieme, decidono di portare avanti un progetto di co-genitorialità insieme ai loro eventuali partener. La grande eterogeneità di queste famiglie, così come di quelle eterosessuali, è supportata dalla complessità e dalla varietà di combinazioni possibili, date dalla molteplicità di unioni, separazioni, ricongiunzioni, adozioni e nuove tecniche di accesso alla genitorialità cui è possibile fare ricorso. Seppure con qualche difficoltà: perché per qualcuno ancora «le famiglie arcobaleno non esistono» e «ognuno ha diritto ad avere una mamma e un papà». Sicché l’argomento fatica a farsi spazio all’interno della nostra società e ad ottenere un opportuno riconoscimento in termini legali e giuridici. Questo perché il diritto è uno strumento tanto benefico e importante quanto spesso “sopravvalutato”, per divenire strumento di contraddizioni e inquietudini del mondo contemporaneo. La domanda, però, se due persone dello stesso sesso possono assurgere al ruolo di genitori viene prima del diritto e supera il diritto. La chiesa cattolica (e non solo) risponderebbe che la famiglia eterosessuale è l’unica che risponde alla volontà di Dio. Una valutazione pre-esperienziale forte di una tradizione storica e religiosa radicata, con cui bisogna fare i conti. E a cui si dovrebbe rispondere non invocando il diritto e basta. Ma l’esistenza di persone omogenitoriali nel mondo. Di fronte a questo assunto, il diritto come sempre deve disciplinare modi e forme.

Prima di trovare tutela giuridica, l’omogenitorialità deve essere compresa

In Italia, il tema non risulta solo delicato e spesso incomprensibile, ma difficile da gestire in quanto non esiste una legge che regolamenti e tuteli la genitorialità di una coppia omosessuale. Secondo l’articolo 5 della legge 40/2004 «possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi». Mentre l’art. 12 comma 6 della stessa, pone il divieto assoluto del ricorso alla surrogazione di maternità, prevedendo pene molto severe in caso di violazione del divieto. Di fronte a questa ingiustizia, le persone vanno all’estero, e non c’è modo di fermarle o punirle. Perché, nel nostro mondo globalizzato, non tutti i Paesi hanno le nostre stesse leggi, e ci sono quelli (comunque “civili”), come ad esempio la Spagna, in cui una coppia di donne può ricorrere alla fecondazione eterologa; mentre in Paesi come il Canada, una coppia di uomini può richiedere la collaborazione di una donna nella surrogazione di maternità. Il problema piuttosto si pone nel momento in cui il nostro ordinamento riconosce solo la responsabilità del genitore biologico del bambino. Mentre il genitore elettivo, dal punto di vista legale, non esiste. L’unica strada che i genitori non biologici possono intraprendere per essere riconosciuti tali, in Italia, è quella della legge 184/1983, sull’adozione. Una scappatoia che prevede l’adozione del figlio del partner, sempre che questi dia il proprio consenso. Ecco perché tutti i passi importanti compiuti in materia di unioni civili, con l’introduzione della Legge 20 maggio 2016, n.76 (cosiddetta Legge Cirinnà), si perdono nel momento in cui ci si rende conto che qualcuno ha scordato di regolamentare la relazione della coppia con i figli nati al suo interno.

Nel 2019, fu il caso sollevato dal Tribunale di Padova a porre particolare attenzione sul tema. La questione sottoposta ai Giudici riguarda quello di due donne entrate in crisi dopo una decennale relazione sentimentale, nel corso della quale erano diventate madri di due bambine grazie a un condiviso percorso di procreazione medicalmente assistita condotto all’estero. A seguito della rottura della relazione, la madre biologica, che aveva partorito in Italia, ed era (ed è) l’unica genitrice per lo Stato italiano, iniziò a negare il ruolo genitoriale dell’ex compagna. Considerato che il procedimento del cosiddetto stepchild adoption (adozione in casi particolari) non poteva essere nemmeno intrapreso, poiché la madre ‘biologica’ non prestava consenso all’adozione, la madre ’intenzionale’ si rivolse al Tribunale di Padova chiedendo di essere considerata genitrice in applicazione degli artt. 8 e 9 della Legge 40/2004, in forza dei quali i bambini nati a seguito di PMA sono inderogabilmente figli della coppia che ha espresso il consenso alla fecondazione. Il Tribunale di Padova ha rilevato sostanzialmente che il divieto di accesso alla PMA, di fatto, implica l’impedimento al riconoscimento della mamma ‘intenzionale’. Tuttavia, risultando preclusa l’adozione nel caso concreto, ha rimesso la questione alla Corte costituzionale, in considerazione del vuoto di tutela nei confronti dei diritti fondamentali delle bambine. Perché osservando la questione dal punto di vista ‘sociale’ e non giuridico, al centro dell’analisi sussiste l’interesse dei figli. Sempre più spesso, infatti, la giurisprudenza si è preoccupata di garantire non solo alle coppie omosessuali, ma soprattutto ai figli, la tutela dei diritti della personalità, tutelati anche dall’art 2 della Costituzione, per garantire una certa stabilità e continuità degli affetti.

L’azione di Rete Lenford (associazione dell’avvocatura per i diritti Lgbti), in questo senso è cruciale. Dal 2012 si impegna affinché vengano ottenuti determinati riconoscimenti e contemporaneamente offrendo assistenza e supporto ai genitori omosessuali, raggiungendo non pochi risultati con numerose sentenze di merito: «L’obiettivo è in tutti i casi sempre lo stesso: ottenere che il bambino nato in una coppia di persone dello stesso sesso venga riconosciuto “giuridicamente” figlio di entrambe le sue madri o i suoi padri, esattamente come lo è dal punto di vista affettivo e nella sua vita quotidiana». Lavorando anche dal punto di vista psicologico, per abbattere tutti i pregiudizi nei confronti delle coppie omosessuali che ancora faticano ad essere riconosciuti come potenziali genitori. Perché oltre all’aspetto giuridico, permane quello sociale. I pregiudizi relativi alla genitorialità cui vanno incontro le persone appartenenti a minoranze sessuali sono davvero molteplici, dallo sviluppo psico-fisico del bambino all’egoismo dei genitori, dall’impossibilità di superare i vincoli della natura alla presunta incapacità genitoriale delle persone gay e lesbiche. Le coppie gay o lesbiche sono considerate instabili, promiscue, e aperte a relazioni extraconiugali. Mentre diversi studi confermano quanto in realtà aspirino a relazioni di coppia duratura esattamente come gli eterosessuali. Diego Lasio, psicologo e psicoterapeuta, ha spiegato che «più complesso è il passaggio dal desiderio all’ intenzione vera e propria dal momento che entrano in gioco altri fattori, come la possibilità o meno di accedere all’adozione o alle tecniche di PMA; il timore di doversi confrontare con un contesto sociale con molti pregiudizi». Nonostante il termine omosessuale sia stato eliminato dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) nel 1974 e l’omosessualità sia stata quindi riconosciuta come una naturale espressione del vivere la propria attrazione erotico-sessuale verso persone dello stesso sesso, ancora oggi gli individui con orientamento gay e lesbico devono sentirsi ostacolati, umiliati e discriminati.

La realtà omogenitoriale, in tanti Paesi, è integrata nella regolamentazione giuridico-sociale. Arwa Mahdawi, giornalista del Guardian ha raccontato come lei e la sua partner siano «diventate la prima coppia a New York ad avere un documento che conferma che siamo entrambe genitori della nostra futura figlia grazie a una nuova legge che protegge le famiglie dello stesso sesso». Fino a poco tempo fa la madre non biologica doveva adottare il bambino per avere riconosciuti i suoi diritti di genitori. Un processo lento, costoso e «anche invasivo», scrive Arwa. Con la legge entrata in vigore a febbraio tutto questo cambia. Fatta la parte burocratica, si va dal giudice che riconosce la posizione di genitore per entrambe, e la bimba non ancora nata è già sua figlia per la legge. In una società continuamente in evoluzione è utile ricordare quanto anche la famiglia deve essere osservata e “riadattata”. «Ormai a livello internazionale abbiamo una grande quantità di studi scientifici che consentono di affrontare il tema con obiettività e rigore, superando preconcetti e prese di posizione. Questa non è una battaglia ideologica, ma un percorso che va affrontato con rigore scientifico per sconfiggere pregiudizi e discriminazioni che ormai appaiono infondati», ha aggiunto Lasio.

Sono la discriminazione e l’atteggiamento omofobo ad essere considerati i soli motivi per cui l’orientamento sessuale dei genitori può avere influenza sui figli. A sostegno di questo, le ricerche evidenziano infatti quanto i bambini sentano disagio verso il dover affrontare le difficoltà causate dal pregiudizio, e correlato ai vari atteggiamenti che il contesto socio-culturale detta. Quando riusciremo a liberarci del peso dell’assunto pre-esperienziale che rifiuta a due uomini e a due donne la possibilità di essere genitori, dimostreremo di non avere problemi con il concetto stesso di famiglia.

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