Cinema

Bette Davis, lo scopone scientifico e avvelenato con Sordi

“Te possino!”. Durante una scena con Bette Davis, Sordi lo ha mormorato senza complimenti. E lei che non capiva il romanesco chiese. “Che ha detto?”. Dino De Laurentis, il produttore, ci mise tanto di suo per aggiustare la situazione: “Ha detto, te possino, vuol dire, te possino ammazzà, ma a Roma si dice così, in modo cordiale“. La sfida a carte più famosa dello schermo, tra la miliardaria americana e il borgataro baraccato stracciarolo romano, non aveva ‘la matta’ e ‘il settebello’ solo di cartone: ma in carne ed ossa. Lei era Bette Davis, per tutti la vecchia, nella più sinistra, cibernetica, delle scope. Anzi scientifica. A Don Roberto che la supplica in estremo, “Signora, vuole pentirsi dei suoi peccati? Vuole confessarsi?”, risponde assetata “I want to play cards“. “Mo’ so’ cavoli vostri” chiude il reverendo.

Bette Davis, 100 film e stò. “Pijamose sto malloppo e scappamo, sta vecchia ce vo’ vedè morti“. “Lo scopone scientifico“, romanissima commedia, in cui il sogno americano di ricchezza, si legge nello sguardo avido di Bette Davis; le dita affusolate destreggiano tra il mazzo e mozziconi di sigaretta, e tagliano in due le carte, nettamente, come la differenza tra la borgata “pasoliniana” e la villa “hollywoodiana” nel film. Il capitalismo non poteva avere migliore interprete, con quella perfidia recitata e calata sul tavolo con sopraffina maestria. Disegnata come una megera per il film, che si beve quattro bombole d’ossigeno e riprende il gioco, Bette si trova a fianco un Domenico Modugno nei panni straordinari di Richetto, un baro delle carte, supremo e arrogante. “Io avevo soprannominato Alberto, ‘Sordido’. Ho trovato imperdonabile il suo rifiuto di parlare in inglese con me, visto e considerato che parlava un ottimo inglese“, ha dichiarato la Davis. Lui che mai avrebbe barattato una ‘er’ di Trastevere con una ‘w’ degli Usa. I rapporti tra loro, in quel 1972 durante le riprese del film, erano burrascosi: lei lo definì antipatico, maleducato, provinciale.

La bruttina che stregò il cinema

Ero la vergine più yankee dell’est, la più modesta che abbia mai camminato sulla terra, mi hanno messo su un divano e ho testato quindici uomini… tutti dovevano giacere sopra di me e darmi un bacio appassionato. Oh, pensavo che sarei morta. Pensavo solo che sarei morta. Bette Davis, e i suoi provini avvincenti come racconti da bar. Per pagarsi gli studi alla scuola di recitazione drammatica, posò nuda per una scultrice, e trovò un lavoretto come cameriera. Sul palcoscenico di Hollywood fu ammaliante ballerina della scuola della celebre Martha Graham, tutt’ora esistente. «Hai il fascino di Stanlio e Ollio messi assieme, ma ti prendo per il tuo talento», le dissero i registi che contano. Ma venne sempre richiamata per quegli ‘occhi deliziosi’.

Racconta la sua sorpresa quando nessuno era andato ad accoglierla al suo arrivo alla stazione. In realtà un dipendente degli Universal Studios, dove aveva un’audizione, l’aveva aspettata, ma se n’era andato perché non aveva visto nessuno scendere dal treno che “sembrasse un’attrice”. Su di lei non scommetteva nessuno. Invece, nel 1999 l’American Film Institute ha inserito Bette Davis al secondo posto, dietro Katharine Hepburn la diva di ‘Indovina chi viene a cena‘, nella classifica delle più grandi star della storia del cinema. La prima donna che ricevette ben 10 nomination Oscar. E Bette Davis sosteneva di aver dato lei alla statuetta il nome familiare ed iconico di “Oscar“: perché il suo posteriore dorato, assomigliava a quello del marito, il cui secondo nome era Oscar. Una favola simpatica, se non fosse che l’Academy abbia sempre fatto ufficialmente riferimento ad un’altra storia.

Bette nella canzone di De André

Scelta per il ruolo di bella e viziata ragazza del sud, la Scarlett O’Hara di “Via col vento”, l’attrice rifiutò per girare un altro film. Salvo poi, far sapere alla produzione che avrebbe accettato d’interpretare solo la protagonista. Sembrava la favorita del pubblico, ma alla fine venne scelta Vivien Leigh per Rossella O’Hara, vincendo l’Oscar come miglior attrice. Finì in televisione negli episodi della serie TV di Perry Mason. E fu celebrata nelle canzoni più inaspettate: in “Desolation Row” di Bob Dylan, e in “Via della povertà” di Fabrizio De André: “con le mani appoggiate alla cintura“, vista da Faber energica e spavalda. Menzionata anche nel brano “Vogue” di Madonna. E, omaggio ai suoi occhi, è la canzone “Bette Davis Eyes”, cantata nel 1981 da Kim Carnes.

Temperamento spontaneo e bizzarro, che le permetteva di dire ciò che voleva. Bette Davis aveva una personalità da porta in faccia, sicura di poter litigare con chiunque. Lei stessa rivelava di discendere da una strega. Di Joan Crawford, sua eterna rivale, disse: “Il primo caso di sifilide di Hollywood“, e ancora “È stata a letto con qualsiasi attore della Mgm“. Pare fossero innamorate dello stesso uomo, Franchot Tone. Che la Devis ha conosciuto sul set del film “Dangerous“, ma l’attore preferì l’altra, che sposò. Le due donne s’incontrarono per girare “Che fine ha fatto Baby Jane“: nella scena in cui Jane picchia Blanche, la Crawford preoccupata che la Davis potesse farle male sul serio, ottenne una controfigura. E nota era l’antipatia di Bette per Humphrey Bogart: disgustata dall’alcol che lui emanava già nelle prime ore del mattino. Ava Gardner disse di lei: “Non dimenticherò mai la volta che vidi Bette Davis all’Hilton di Madrid. Le andai subito incontro dicendole «Miss Davis, sono Ava Gardner e sono una sua grande ammiratrice». E lei: «Lo credo bene che lo sei. Lo credo bene». E se ne andò a passo leggero”.

Spade, bastoni, re, per Bette Davis

Alla fine degli anni cinquanta, disperatamente alla ricerca di un copione, Bette fu costretta a mettere un annuncio sui giornali: «Madre di tre figli, 10, 11 e 15, divorziata, americana. Trent’anni di esperienza come attrice di cinema. Ancora in grado di muoversi e più affabile di quanto si racconti. Desidera impiego stabile a Hollywood, ha già avuto Broadway. Referenze se richieste». Per noi resterà sempre la ‘vecchia americana‘ dello scopone. Soltanto dieci anni dopo, un altro scopone magico: Causio ‘detto il barone’, Zoff, Bearzot, e Pertini, e una coppa in mezzo. Ma quelle carte avevano avvicinato, equiparato, un Presidente alla ‘gente comune’. Oggi, le impronte di Bette Davis sono impresse al Chinese Theatre di Los Angeles. Come i divi veri. Quando il cemento racconta chi sei stato.

Federica De Candia per Metropolitan magazine

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