Quattro è un disco che parla di amicizia. Amicizia tra due uomini, tra uomo e donna, tra due amanti, tra una donna e un barbagianni, tra madre e figlia. Amicizia tra musicisti, tra strumenti musicali, tra cambiamento e tradizione. […] è stato registrato in una sala di 200 metri quadrati piena di strumenti, con grandi finestre di luce bianca, quasi celestiale, una stanza piena di aria che suona forte nel disco.
[…] suona forte anche la voglia di costruire un album suonato e suonabile, poco di moda ma che resterà per me come una delle cose più belle di cui andare fieri
”.

Con le sue stesse parole, estrapolate dal comunicato stampa promozionale, diamo il benvenuto alla prima bella sorpresa cantautorale di questo 2018 iniziato sotto i migliori auspici. Il quarto lavoro in studio di Alberto Bianco, torinese, 34 anni, è un incontro col tempo (passato, presente e futuro), un lungo dialogo necessario, una somma di piccole e grandi riflessioni scritte sotto forma di lettere agli amici, affrancate e spedite con la complicità della musica e l’intenzione di ritrovare.

E’ il parto artistico/creativo di chi ha saputo calibrare con gli anni e l’esperienza il proprio sguardo, l’osservazione e l’ascolto dei fatti della vita, propri e altrui, senza perdere in freschezza e anzi perdendosi necessariamente per poi riscoprirsi più libero, maturo, arricchito e segnato com’è giusto che accada. Un percorso per più di un verso definito dalla traccia conclusiva, “Organo Amante”, la più interessante e stimolante del lotto, giustamente posta in chiusura.

Una raccolta di suggestioni decantate e sbocciate molto lontano dal Piemonte natio: per la precisione sull’isola di Ortigia, nel siracusano, tra acque smeraldine, architetture Liberty e templi greci. Distanza mai così terapeutica, verrebbe da aggiungere.

“Quattro” già ad un primo ascolto risuona più denso, più ricco, più elaborato/colorato rispetto al precedente “Guardare per Aria”, che era stato alunno prediletto della lezione di un fuoriclasse come Niccolò Fabi con cui pure Alberto ha suonato e inciso in più di un’occasione.

Questo nuovo capitolo, come si diceva, marca una cesura piuttosto netta rispetto a quei bozzetti acustici e dolci/amari: appare infatti più slanciato, più arrangiato, ritmico ed eclettico, con i groove di batteria a dare il “la” alle idee d’arrangiamento che poi, con l’aiuto di tastiere e chitarre elettriche vanno a plasmare i singoli brani. Che, va detto, andrebbero fruiti dall’inizio alla fine, come faremmo con un libro o un film che acquista senso compiuto nell’interezza e nell’unione armonica delle singole parti.

Ci si muove tutto intorno a un pop rock intenso e descrittivo, che non teme di esporre riflessioni di peso se poi quel peso è capace di prendere quota o addirittura il volo, a seconda dei casi, su una scia di brani orecchiabili, facili alla memoria, dall’appeal radiofonico ma non per questo vacui o frivoli.

La prima parte del disco, corrispondente ai sei brani d’apertura, incanta nel suo sapiente equilibrio: l’autore si interroga e fa un punto sulla propria identità, su ciò che ama e che fa parte di sé, oltre a ciò che vorrebbe essere. C’è il tempo che cambia, il gioco che si fa vita, la consapevolezza acquisita a caro prezzo e la voglia di rallentare, la memoria e i ricordi di persone amate e forse anche perdute nel viaggio.

Qua e là riverbera la poetica influente di altri grandi cantautori (Sinigallia, il già citato Fabi) e occasionalmente  ci si imbatte in qualche episodio forse meno convincente – per chi scrive si tratta della sequenza “Punk Rock con le ali”, “Tutti gli uomini” e “Padre”, penalizzate da scelte sonore e d’arrangiamento un poco prevedibili, pur cucite a testi invece sempre di grande valore – ma come detto il risultato finale nel complesso convince e soddisfa pienamente. Che il vento soffi ancora generoso sulle Bianche vele.

Ariel Bertoldo