Bobby Jones: Razzismo al Masters ed il Grande Slam

Bobby Jones, destino da golfista vissuto, sottilmente rifiutato ed ampiamente sfruttato. L’uomo che vinse il Grande Slam e fondò l’Augusta, tra parate a New York ed ombre razziste al The Masters

Bisogna smettere. Una fine premonizione che accompagna coloro che non sono “Campioni”, ma che estremizzano il gioco a tal punto da volerlo abbandonare. Bobby Jones è stato questo, 13 Majors in 10 anni, 4 in uno solo; perchè il quinto lo ha creato lui.

Predestinato irascibile

Robert Tyre Jones Jr, ricordato da tutti come Bobby per differenziarlo da un famoso architetto golfistico, non ha un’infanzia da giovane caddie di una famiglia bisognosa, come tanti all’epoca, ma nasce nel 1902 ad Atlanta figlio di un avvocato. Fu proprio il padre ad iniziarlo al gioco nell’Atlanta Athletic Club’s East Lake, di cui egli era membro. Inizialmente Bobby a 5 anni impara come solo i bambini o i predestinati possono ambire di fare, ossia per imitazione, dopodichè inizia a ricevere delle vere lezioni da Stewart Maiden, golfista scozzese di soli 5 anni più grande di Bobby.
A 10 anni gira già stabilmente sotto gli 80 colpi ed a 14 raggiunge i quarti di finale nello US Amateur, ma dimostra un atteggiamento insofferente verso il golf, un classico “Lanciatore di mazze”.
Il suo comportamento muta solo dopo aver colpito una donna accidentalmente con il volo, non di una pallina, ma bensì di una mazza durante un match contro Eben Byers nel 1916. Dopo la vittoria disse “Penso di aver vinto perchè ha finito le mazze per primo”. L’ironia gli valse un tranquillante sotto forma di lettera ammonitoria, firmata personalmente del presidente della USGA. 

Bobby Jones a 14 anni
(Fonte: Global Golf)
Carriera e Grande Slam

La carriera di Bobby è costellata sin da subito da risultati eccellenti, a 21 anni vinse il suo primo Us Open e tra il 1923 ed il 1929 conquistò 9 Majors, senza però mai agguantare il British Amateur. 
Proprio sul percorso di St Andrew’s si rese protagonista nel 1921 di un altro episodio spiacevole; si autoescluse dal torneo dopo aver fatto un doppio bogey alla buca 10, strappando lo “Scorecard” e allontanandosi a piedi dal percorso. Da quel momento il rapporto con il torneo non fu dei migliori, fino al 1930, anno che incominciò con la prima vittoria di Jones al British Amateur.
Così come il fuoco greco si alimenta con ciò che dovrebbe spegnerlo, la conquista del titolo mancante rimane sempre acqua ma che Jones trasforma in combustibile che ravviva all’infinito la fiamma della sua ambizione.
Da questo momento in poi Bobby Jones vinse nello stesso anno il British Open, lo US Open e lo US Amateur; diventando il primo e ancora l’unico giocatore a vincere 4 Majors nello stesso anno. 
Dopo la vittoria del Grande Slam fu fatta in suo onore una parata cittadina a New York; la seconda della carriera dopo quella del British Open nel 1926.

Parata cittadina a New York per Bobby Jones
(Fonte: Dal Web)

Ritiro e Augusta National

Pochi mesi dopo il Grande Slam, nell’agosto del 1930, Bobby Jones decise di ritirarsi dal golf; potrebbe sembrare una decisione dalla morale classica: “Ha lasciato all’apice”, ma i fatti e qualche supposizione dicono il contrario. Pare quasi appurato che Jones avesse scommesso sulla sua vittoria nei quattro tornei intascando 60.000$ (circa 860.000$ al cambio attuale). Ciò gli sarebbe costato lo status di Amateur oltre che quello sociale, data la fama acquisita in America. In aggiunta a questa motivazione Jones era in procinto di firmare diversi contratti di sponsorizzazione, rendendolo quindi un giocatore professionista, lavoro che ha sempre rifiutato di intraprendere. Questo ruolo inoltre sarebbe stato mal visto da tutti i membri “All’antica” dei golf club, che rappresentavano ancora la netta maggioranza, togliendo clienti al suo personale brand. Quindi l’unica soluzione per non perdere il rispetto del pubblico, mettere a tacere le voci sulla scommessa e iniziare delle sponsorizzazioni profittevoli fu quella di abbandonare le gare di golf. 
Poco dopo venne anche ingaggiato dalla Warner Bros per girare 18 film-lezioni di golf con un cachet di 180.000$ (2.560.000 $).

Bobby Jones sul set per la Warner Bros
(Fonte:Dal Web)
Creazione Augusta National

Bobby Jones si interessò sin dal suo ritiro nella costruzione di un proprio campo da golf. Quando Clifford Roberts, amico e broker di New York costruitosi una fortuna dal nulla, gli riuscì a trovare un terreno, Bobby lo acquistò immediatamente. 365 acri di terra ad Augusta (Georgia) pagati 70.000$ dell’epoca. 
L’architetto chiamato da Roberts e Jones fu Alister MacKenzie, già ideatore dello splendido Cypress Point. 
Come una pietruzza verde e luccicante sulla spiaggia era tutt’altro, forse una bottiglia plasmata dall’esperienza delle onde; così un chirurgo di guerra in Sud Africa può apprendere il mimetismo degli indumenti Boeri; fino ad usarlo come visione nella creazione di forme, colori e bunker su un campo di golf. Questo è il background di MacKenzie, ed il suo passato lascia intendere la bellezza che avrebbe contraddistinto l’Augusta National.

Visione aerea dell’Augusta National nel 1933
(Fonte: Dal Web)
Razzismo e ascesa del torneo

Inaugurato nel 1934 il torneo ebbe da subito un grande successo grazie all’unicità del campo ed al nome di Jones, dal 1938 venne chiamato “The Masters”. Clifford Roberts lo ha reso il torneo più ambito dai golfisti, ebbe una grande influenza su Bobby e soprattutto sulle linee guida del club. Non furono ammesse nè donne nè persone di colore ed a lui è attribuita questa frase: “Finchè sarò vivo, i golfisti saranno bianchi ed i caddie saranno neri”. Non riuscì nel suo poco onorevole intento per pochi anni, dato che il primo giocatore di colore al Masters fu Lee Elder nel 1975, quattro anni prima che Roberts si suicidasse sul green della buca 13 dell’Augusta National.  
Bobby Jones accettò questa situazione ma sarebbe stato quasi eclatante aspettarsi qualcosa di diverso da due uomini americani di inizio ‘900.
Bobby Jones non ha rivoluzionato il golf, lo ha semplicemente portato a livelli impensabili, talmente concentrato sul movimento del colpo che spesso si dimenticava di averlo tirato. Nel golf aveva un lato divino, che ha lavorato per farlo uscire il più possibile in ogni sua buca, per poi rinunciarvici a causa del suo lato più umano.

Un teatro cinese ha bisogno di tante ombre per risultare affascinante, ma per poterle vedere è necessaria una luce, molto più intensa del buio che ci opera in mezzo. Alla fine rimane sempre l’oscurità, ma la sua luce è stata così potente che si riflette ancora, ad ogni colpo, sullo stelo di ogni bastone.

 

 

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