Brave | Intervista a Diana Bellucci

Ho chiesto ad una persona chi è ma non conoscendola direttamente ho potuto chiederlo solo attraverso ciò che ha fatto.  Questa persona è Diana Bellucci. Prodigio del calcio femminile, donna in carriera che sa cosa vuole oggi e anche domani.

Digito il suo nome su google. Il primo risultato è LazioWiki. Ci clicco e compare una pagina con una breve ma dettagliata biografia professionale. Gli unici dati anagrafici presenti sono luogo e data di nascita. Subito dopo la dicitura “giocatrice di Calcio a 5 femminile”. Viene identificata direttamente così come se tra l’anno di nascita e l’anno di approdo allo sport ci fosse solo un ponte costruito per arrivare all’obiettivo: il calcio. Almeno è quella che immagino possa essere la “verità”.

Nonostante le difficoltà che comporta un mondo quale è quello del calcio, fatto da uomini e gestito da uomini, Diana azzera i pregiudizi e le categorie tradizionali uomo – donna: il contatto vicendevole non può che migliorare entrambi; prendiamo ciò che c’è di buono l’uno dall’altro e creiamo qualcosa di bello. Un progetto pionieristico quale è la Jem’s Soccer Academy.

Diana Bellucci

Tanto di cappello a chi si è fatto il culo e non usa i tacchi per sentirsi “più alta”.  Invidio questa sicurezza e l’aver fatto della propria passione una professione.

Potrebbe  e dovrebbe (e deve!) essere questo a definirci, a definire le donne come Diana: i risultati, le vittorie, le sconfitte, il lavoro di squadra, una passione che non rimane isolata in una Turris eburnea ma necessita di uscire per realizzarsi, per diventare una fonte comune di ispirazione, per creare un capolavoro che appartiene a tutti e in cui non compari solo nei titoli di coda.

Allora il calcio può tornare davvero ad essere lo sport più bello del mondo

  • Quand’è che il calcio ha smesso di essere solo una passione e si è tramutata in professione?

In realtà in questo momento posso dire di sentirmi esattamente come quella pagina di Laziowiki, ovvero sospesa tra ieri, oggi e domani. Rispondo alla tua prima domanda aggiungendo un po di “acqua sotto quel ponte” che farà intuire quanto la mia passione per il calcio (al di la del terreno) sia stata cosi forte da permettermi da sempre, ovvero già all’età di 16 anni, di renderlo la mia prima professione (riporto solo alcune delle notizie segnalate):

  • Selezionata dalla rappresentativa regione Lazio under 16 calcio femminile nel 2000/2001;
  • Vincitrice del campionato di Serie B come prima classificata e quindi successiva promozione in Serie A2 con la Roma Calcio Femminile, stagione 2003/2004;
  • Partecipazione agli europei del 2003 in Germania con la nazionale under 19 calcio a 11 femminile;
  • Partecipazione al primo storico mondiale della nazionale under 19 di calcio a 11 di Thailandia nel novembre 2004 ;
  • Campione d’Italia nel 2015/2016 con la Società’ Sportiva Montesilvano calcio A5 femminile;
  • Vincitrice nell’anno 2017/2018 della coppa italiana e nella stagione 2018/2019 della Supercoppa italiana con la squadra Olympus Roma.
  • Cosa hanno significato emotivamente e professionalmente le recenti vittorie della sua  squadra? 

 Le vittorie sono gratificanti, ti riempiono il cuore, ma sono i percorsi che portano alle vittorie quindi i sacrifici, il lavoro e le tante rinunce che mi hanno resa una persona ogni volta più forte, più consapevole, più ricca  d’animo. Pertanto posso dire che più che le vittorie sono le tante sconfitte, che custodisco con grande cura dentro di me, che mi hanno permesso di costruire miei successi.

  • Il calcio femminile vanta un pubblico molto eterogeneo e  anche se sono ancora molti i pregiudizi a riguardo da parte dei maschietti, diciamolo: vi fate onore. Cosa significa vivere un mondo, quello del calcio, dominato dal maschilismo?

Si è arrivati a questo punto grazie alle dure battaglie che tutte noi calciatrici abbiamo portato avanti negli anni. Il problema del calcio femminile è sempre stata la poca popolarità dovuta alla scarsa visibilità. Alla gente è sempre piaciuto il calcio femminile ma pochi erano consapevoli dell’esistenza del movimento. È una questione culturale, spesso gli stessi addetti ai lavori hanno iniziato con scetticismo ma poi inevitabilmente si sono appassionati perché riconoscono nella donna oltre a doti tecniche e fisiche di alto livello anche una dedizione al lavoro che gli stessi colleghi uomini ci invidiano. Abbiamo sempre sostenuto che l’ingresso nei club professionistici avrebbe dato la giusta visibilità al movimento e così è stato. 

Noi siamo dure a mollare e lo dimostra il fatto che anche se piano piano, stiamo arrivando ad avere il giusto riconoscimento. 

Lo sport ha bisogno delle donne e le donne hanno bisogno degli uomini, pertanto il calcio che è uno sport di squadra – che unisce –  non può essere definito con un genere. IL CALCIO È DI TUTTI E DI CHI LO AMA.

  • Probabilmente avrai visto la copertina della rivista francese Charlie Hebdo dedicata proprio alle nazionali di calcio femminile che si stanno disputando in questi giorni. Come la definiresti?

L’ho vista e a primo impatto senza leggere e lasciando agli stessi le loro opinioni , mi ha fatto pensare ad una donna che finalmente può partorire alla luce del sole l’amore che ha per il calcio. 

  • 5-6)Parliamo della Jem’s Soccer Academy. Una nuova esperienza da allenatrice e soprattutto una esperienza di vita. Come la stai vivendo? E soprattutto cosa significa lavorare a contatto con ex calciatori del calibro di Simone Perrotta e Max Tonetto?
  • E Una volta smesso il completino, quali sono i suoi interessi?

Faccio una premessa: avevo già avuto la fortuna di conoscere Simone grazie all’Associazione italiana calciatori e in particolare modo al dipartimento junior che è il ramo che si occupa dei settori giovanili delle società appartenenti agli ex calciatori, dipartimento che vede come presidente proprio Simone e con il quale collaboro.

Di lui e di Max oltre ad essere stata grande tifosa – vista la mia fede romanista – provo grandissima gratitudine e stima, sono due persone incredibili, di un’umiltà’ fuori dal normale, con un’attenzione, un’educazione verso il prossimo fuori dal normale. Raramente mi è capitato di incontrare persone dai cosi grandi valori.

Sono entusiasta e fortunata di poter essere al loro fianco ed è anche per tutti questi motivi che sono legata tanto al loro progetto della Jem’s. Non posso che viverlo con  passione, amore, cura e dedizione. Credo molto in loro e nel progetto e ripeto sono una persona fortunata che ama quello che fa e per chi lo fa.

A maggior ragione mi auguro una volta dismesso il completino da gioco(cioè a brevissimo eheh) di poter continuare il mio percorso formativo come mister e come donna, accanto a persone cosi competenti come Simone e Max – insieme a  tante altre che vivono la famiglia della Jem’s – per poi magari un giorno poter trovare la mia vera strada, che forse sarà definitivamente la panchina o forse un ruolo dirigenziale non so.. ma di certo sarà qualcosa che riguarderà il gioco più bello del mondo: il calcio.

P.s. a settembre avremo anche la prima squadra della Jem’s ovvero l’eccellenza femminile.. chissà che la mia storia non abbia fatto un giro immenso per tornare alla ribalta del femminile..ovviamente dalla parte del mister.

Chi ha bisogno ancora oggi di etichette che possano identificarlo? E come può un’etichetta identificarti meglio di quanto possa fare tu per te stesso\a.

Neanche il tuo nome può farlo. È qualcosa che ci è stato dato da qualcun altro, scelto da qualcun altro per noi. Abbiamo imparato a riconoscerci in esso tramite la voce del mondo che ci circonda ma di certo non è quello a individuarci. 

Chi siamo in realtà e cosa vogliamo davvero sono domande a cui solo pochi hanno la fortuna di rispondere – e non sarà stato nemmeno facile arrivare a formularla. Per qualcuno è quasi più semplice rispondere a domande tipo “Chi non sono” e “cosa non voglio”. Non sono una cattiva persona, egoista. Non sono ne omofobo ne razzista e non mi piace chi lo è e la lista potrebbe continuare all’infinito.Ma riconosciamo queste “virtù” perché abbiamo una realtà in cui relazionarci, quindi in qualche modo è qualcosa altro a definirci.  Allora cos’è che ci identifica come tal dei tali? Cos’è che fa di Noi – noi stessi? Le nostre azioni? La nostra personalità? Il nostro stile? I tatuaggi sul corpo? 

Io non l’ho ancora capito ma Diana è molto più vicina di me dallo scoprirlo.


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