Cinema

Calvaire: qualcosa di morboso è nell’aria

Un horror corale ma non per questo meno grottesco, soffocante, marcio: Calvaire è forse uno dei film horror migliori che ho visto finora. Preparatevi: è ora del CINEMA PER STOMACI FORTI!

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Bloody Mary, Bloody Friday!

Io sono Mary e vi accompagnerò in un viaggio nel cinema dello spavento!
Siete pronti?

Restiamo in Francia anche questa settimana. Tuttavia, ho voluto esplorare un tipo di orrore e spavento che per molti versi si distanzia da Inside (A L’intérieur), che abbiamo affrontato la scorsa settimana. Se lì eravamo letteralmente sul punto di affogare nel sangue, qui la questione si fa più sottile. Qui il regista riesce, con una trama classica e dalla struttura lineare, a rinnovare un topos dell’horror.

Il risultato è un brillante incubo comico nero che ci mostra trionfalmente un degrado subumano, un ghigno terrificante, un volto della natura umana che non avremmo mai voluto affrontare. Questo, a mio parere, è uno degli scopi artistici più importanti di questo genere (al quale troppo spesso releghiamo il solo scopo di intrattenerci).

Vediamo come – con una serie di accorgimenti di sceneggiatura e dettagli di regia – la pellicola si trasforma in un capolavoro oscuro, rancido. Le scelte del regista riescono a creare un’atmosfera veramente grottesca e soffocante. Il risultato è uno sguardo profondo sulla natura umana ai limiti del morboso, in una narrazione veramente pesante e veramente difficile da reggere.

Guardare Calvaire non è un consiglio, è un imperativo da seguire per tutti gli amanti del genere.

Si tratta di un horror psicologico dalla qualità indiscutibile. Inoltre il film riesce a farci riflettere (merito che ho già espresso riguardo il cinema dell’orrore francese post-2000) su una serie di argomenti di carattere sociopolitico. Ad esempio: il ruolo dell’anziano nella società, l’importanza della donna e della cultura. La pellicola riflette, mentre ti lascia costantemente con la pelle d’oca, sulle dinamiche sociali alla base della stabilità della collettività.

Calvaire, una scena – fonte: google

Calvaire: una trama semplice

Stiamo imparando insieme che alla base di un ottimo prodotto per l’orrore e lo spavento non deve necessariamente esserci una trama così elaborata. Non è questione di cosa ma di come.

Il titolo inglese del film è The Ordeal ma la traduzione letterale Calvary si rivela essere addirittura più appropriata, per motivi assolutamente preoccupanti ma che difficilmente posso descrivere totalmente senza rovinarvi la visione. Perché va visto. Sul serio.

Quando pensiamo a cosa sia un “Calvario” ci potrebbe venire in mente un’immagine metaforica o una chiara visione di rimandi Cristiani. In ogni caso è certo che pensiamo ad un periodo particolarmente arduo e doloroso nella vita. La parola Calvario è infatti un analogo di Golgota, che sono due termini (latino e aramaico) traducibili con “luogo del cranio“.

Perché saperlo, mi chiedete? Perché vedremo un sacco di teste alle quali succederanno un sacco di cose spaventose.

Niente è semplice come appare.

Non c’è nessun Cristo. Anzi, il protagonista è uno scialbo performer che vive intrattenendo un pubblico generalmente ultra-ottuagenario. Il tipico tizio che sta sul palco alle “feste” nelle case di riposo, importunato da vecchiette decrepite per alzare qualche soldo.

L’espediente è uno spettatore particolare. In una delle sue esibizioni, Marc (il protagonista) s’imbatte in un ragazzo che presenta evidenti ritardi e che ha perso il suo cagnolino. Impietosito, non per questo meno inquietato, Marc decide di aiutarlo e lo segue in una locanda. Qui inizia il sofferto percorso del protagonista, che renderà il titolo della pellicola quanto mai azzeccato.

In una gradualità soffocante quanto inarrestabile, la macchina da presa segue il percorso del suo protagonista con straordinaria resa espressiva. La narrazione non ha espedienti metafisici nè derive oniriche: è la realtà, cruda e disgustosa, a terrorizzarci.

Una realtà che ci costringe letteralmente a riflettere su cosa sia la coesione sociale e che tipo di animali sociali possiamo diventare. Marc viene coinvolto in una soffocante rete di relazioni interne al luogo, sopraffatto dall’orrore e in minoranza tanto numerica quanto psichica. La narrazione è squisitamente iperrealista e priva di alcun intento didascalico.

Calvaire esplora la mente umana, la mente sociale, fin nel più profondo disagio:

Ci viene proposta in scena di una realtà tutta al maschile, una realtà isolata e a se stante. Un gruppo che appare coeso ma che lentamente ci accorgiamo pervaso da una sorta di follia e violenza collettiva. Si tratta di temi a forte rimando sociale e con un evidente messaggio politico. Lungi da me definirlo un film di critica al Patriarcato, sarebbe incoerente con quanto scritto finora: il film non ha la minima intenzione di darci nemmeno un briciolo di sollievo, nemmeno uno straccio di morale.

Calvaire, una scena – fonte: web

L’occhio feroce del regista ci porta dentro sequenze disturbanti per costringerci a guardare. Senza versare troppo sangue, ci terrorizza esplorando un mondo disgustosamente plausibile, tendendo l’elastico del ventaglio possibilistico dello spettro della psiche umana.

Marc è costretto a vestire i panni della defunta moglie di uno dei cittadini: donna (forse anche per via della schiacciante disparità di genere nella comunità) per cui tutti hanno un’ossessione. Da qui, utilizzando il protagonista Marc come espediente, vediamo una chiara riflessione sul ruolo della Donna e sulla sua feticizzazione. Ma non è una donna: è Marc, travestito, terrorizzato, intrappolato.

L’architettura delle scene in Calvaire è qualcosa di terrificante:

Il ballo nella locanda, sorta di allucinato rito tribale, è quanto di più disturbante si sia visto di recente in pellicola. La violenza della comunità è ottusa, sorda: Marc viene sovrapposto al ricordo di questa donna idealizzata in una trappola mentale che però si rivela anche fisica: non c’è modo di reperire un mezzo di trasporto funzionante. Marc è bloccato in un’inferno dove ha perso la sua identità ed è un feticcio intriso (suo malgrado) di violenza servile e sessualità. C’è una raffinatezza tecnica nel modo in cui la regia ci accompagna in questo baratro. Sentiamo sin dal primo momento del film che il protagonista ha qualcosa di desiderabile. Ma la considerazione del protagonista come oggetto sessuale ci balzerò chiaramente davanti agli occhi solo negli sviluppi successivi.

Questo è il genio di Fabrice Du Welz, segnale evidente di come sappia mettere in piedi un percorso di tensione che attraversiamo senza accorgene e che ci ha ormai trascinato in una strada senza uscita, costringendoci a vivere momenti quasi intollerabili.

Non posso continuare oltre, e sinceramente non voglio.

Alcune tematiche:

Lo spargimento di sangue, dicevamo, è minimo. In questo è complementare a Inside e si discosta abbastanza dal filone francese del cinema estremo. Va detto che c’è del gusto belga che nella pellicola ne influenza la resa finale.

Si tratta ugualmente di un film perverso, dove l’orrore è sottopelle: rapporti sessuali con animali, claustrofobici movimenti di una folla informe e assetata di violenza, momenti di violenza fisica descritti con depravazione e morbosità, bambini con abiti grotteschi e sguardi svuotati, mescolamento dell’identità – tutto questo è parte di una progressiva discesa nell’abisso in cui la regia mostra con equilibrio perfetto l’estetizzazione dello squallore, affilando ciò che noi credevamo fosse la paura.

La figura della donna è deformata, estremizzata in quelle che sono le sue caratteristiche nella percezione sociale fino a mostrarci un quadro grottesco e terrificante. Non ci sono buoni né cattivi in questa storia: niente apparizioni improvvise o sorprese finali, niente alternanza di splatter e sessualizzazione schietta della carne.

In conclusione, su Calvaire:

Come ogni Calvario, non può mancare la Croce. Ed è proprio in quanto Marc non è esattamente ciò che pensavamo potesse incarnare il Cristo, che la sequenza è così perfettamente azzeccata. Il protagonista-martire si ritrova così a dover espirare col proprio sangue per gli orrori di un chi, cieco e sordo, violento e rabbioso, non ha veramente idea di cosa stia accadendo e non sembra mostrare alcun segno di catarsi.
L’analisi evoca un messaggio di fondo strabiliante. Senza morale, ma incredibilmente forte. Alla fine del film si resta senza fiato: garantito.

I riferimenti sono molteplici (PsychoL’ultima casa a sinistra) ma il risultato è assolutamente unico. Ancora e ancora ci sarebbe da dire, ma la peculiarità del film è la quantità di evocazione che una narrazione così cruda può dare. L’occhio della regia è iperrealista, ma la nostra mente vagherà nei suoi angoli più oscuri.

Allora lascio che vaghi anche la vostra, fermandomi qui e consigliando la visione.
Assolutamente, assolutamente da vedere.

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Ci vediamo venerdì prossimo, con dell’altro

CINEMA PER STOMACI FORTI!

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Maria Paola Pizzonia

Studentessa di Sociologia Politica alla Sapienza di Roma e Fumettista per la Scuola Romana del Fumetto. Ha conseguito l'attestato di Scrittura alla Scuola di Narrativa e Saggistica Omero di Roma. Ha partecipato fino al 2016 agli Studi Pirandelliani di Agrigento. Ha lavorato con Live Social by Radio Capital. Assistente di redazione per Pagine Edizioni. Scrive anche per Chiasmo Magazine, Mangiatori di Cervello, Octonet. Redattrice di Metrò per Cinema, Attualità&Politica, Infonerd. Ha lavorato al progetto BRAVE GIRLS di cui si occupa attualmente.
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