BRAVE

Camihawke: essere magre non significa essere felici

Pochi giorni fa, Camihawke (all’anagrafe Camilla Boniardi) ha pubblicato su Instagram una sua foto risalente al 2015. Il post ritrae l’influencer molto più magra, con uno sguardo spento, ed è accompagnato da una caption più malinconica del solito. I fan si sono subito allarmati, hanno ipotizzato un’anoressia nervosa, ma sono stati prontamente smentiti.

La caption di Camihawke

Sotto la propria foto, Camilla ha specificato quanto fosse stato difficile quel periodo della vita, e di quanto la sua infelicità fosse difficile da nascondere.

“In questi mesi ho scritto e riletto molto, ho capito che trovare le parole che descrivano bene quello che hai in mente può essere impresa ostica e spesso infruttuosa. Secondo me, una cosa difficile ma utile, per trovare le parole dico, è partire da momenti che ti ricordi più di altri. Ad esempio qui era il 2015, che mi pare una vita che non ho mai vissuto, ma invece l’ho vissuta eccome, e mi ricordo che io pensavo di stare benissimo, di esser felice. Li credevo tutti matti quelli che dicevano il contrario. Oggi invece, mentre mi riguardo, mi sembra che avevano ragione.”

Camihawke ha chiarito poi nei commenti : “Non ho mai sofferto di anoressia, ho solo superato il dolore e sono tornata felice“.

Il motivo per cui BRAVE ha deciso di parlare della foto di Camihawke è che, anche grazie all’autonarrazione social, sta cambiando la nostra idea di magrezza. Mentre negli anni’80 e ’90, il rapporto tra magrezza e successo non era messo in discussione dai media, oggi grazie ai social abbiamo accesso a storie molto diverse tra loro. Post come questi mandano un messaggio importante alle ragazze: essere magre non significa essere felici.

Parlare di disturbi alimentari su Instagram

Le influencer che hanno trattato il problema dei disturbi alimentari sono tante. Uno degli esempi più noti è quello dell’ex tronista Valentina Dallari, che ha sempre raccontato apertamente di aver sofferto di anoressia, e di avere ancora oggi delle ricadute.Insieme a lei anche Chiara Facchetti, Shantilives e molte altre. Nel mondo della moda o della televisione, quest’apertura era impensabile: a pochissime vallette o top model veniva concesso di raccontarsi, e tutto ciò contribuiva a far passare l’idea che il loro corpo fosse uno specchio del proprio successo, senza contraddizioni.

Se da una parte molti esperti del settore indicano una correlazione tra Instagram e i problemi di dismorfofobia (dovuta anche all’eccessivo uso di filtri), i social ci aiutano anche ad avere una rappresentazione più realistica di queste problematiche. I media tradizionali insistono con l’idea che l’anoressia sia semplice da riconoscere, ed è un’idea rassicurante. L’immagine di una ragazza ridotta a uno scheletro, ci convince di essere molto lontani da un disturbo alimentare se sembriamo normopeso, e questo ci aiuta a chiudere un occhio anche sulle persone che ci circondano, portando avanti l’idea che si possano fare diagnosi attraverso delle foto su un social.

In una poesia di Blythe Baird, si racconta molto bene questo processo

“If you develop an eating disorder when you are already thin to begin with, you go to the hospital. If you develop an eating disorder when you are not thin to begin with, you are a success story”

(se sviluppi un disturbo alimentare quando sei già magra, vai in ospedale, se lo sviluppi quando sei grassa, diventi una storia di successo).

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