Il sindaco di una città della Campania vieta gli “odori molesti” in nome dell’emergenza ambientale, ma a farne le spese sono coloro che lui chiama “stranieri”. E il ragù della domenica? Forse troppo italiano per essere punito.

In un’Italia sempre più afflitta da disuguaglianze sociali e precarietà economica, ci si aspetterebbe che un sindaco si occupasse di servizi, lavoro, alloggi dignitosi. E invece a Palma Campania, comune in provincia di Napoli, il primo cittadino Nello Donnarumma ha scelto come nemico pubblico numero uno gli “odori molesti da cibo”.

Il sindaco di una città della Campania con un attacco agli “odori” che è razzismo verso gli “stranieri”

Secondo un’ordinanza firmata il 7 maggio, chi cucina piatti troppo aromatici rischia una multa fino a 500 euro per aver provocato un presunto “inquinamento olfattivo”. Nessuna strumentazione scientifica necessaria: basterà il naso degli agenti della municipale. In attesa di strumenti di rilevamento ad hoc, infatti, saranno i vigili a valutare la “tollerabilità” degli aromi.

Dietro la pretesa di neutralità ambientale, l’ordinanza colpisce in modo mirato: nel mirino c’è la comunità bengalese, che a Palma Campania rappresenta una presenza consolidata, con circa 2.000 persone residenti (ma secondo alcuni, molti di più). Il comune è stato soprannominato da anni “Bangla Campania”, segno di una coabitazione tra culture che ha trasformato il tessuto sociale della città. Ora, però, quella coabitazione sembra diventata un fastidio, da reprimere con un’ordinanza.

Campania, odori, “stranieri”: dietro parole roboanti c’è semplicemente il razzismo

Il testo giustifica il provvedimento come risposta a un'”emergenza socio-ambientale” dovuta a odori che causerebbero disturbi gastrici, ansia e mal di testa nei residenti. Il problema? Nessuna prova scientifica, nessuna misurazione, solo segnalazioni generiche e una retorica securitaria. Le cucine bengalesi, che usano spezie forti e tempi lunghi di cottura, diventano così il capro espiatorio perfetto di una narrazione tossica già vista altrove.

Vengono chiamati “stranieri”, ma magari sono nati qui, cresciuti qui, lavorano qui da generazioni. La loro unica colpa? Non somigliare abbastanza a “noi”. Ed è per questo che non possono nemmeno decidere in pace cosa cucinare nella propria cucina. Un odore, un piatto, una spezia bastano per far scattare l’allarme sociale.

Il Partito Democratico, per bocca dei deputati Marco Sarracino e Arturo Scotto, ha giustamente criticato l’ordinanza, definendola ridicola: “E il ragù della domenica? E la genovese napoletana? Saranno anch’essi vietati?”. Ma l’aspetto più grave non è l’assurdità: è la selettività implicita. Perché l’odore del sugo di nonna è identità culturale, mentre quello del curry è molestia?

Femminismo Terrone: quando il razzismo parte da chi è stato discriminato

In questo clima, è utile ricordare quanto scritto da Claudia Fauzia nel suo libro “Femminismo Terrone”; i meridionali sono stati (e sono) oggetto di razzismo strutturale nel Nord Italia, visti come rozzi, sporchi, molesti. Oggi, in una dinamica perversa, proprio chi ha vissuto sulla pelle il pregiudizio rischia di riprodurlo verso chi sta più in basso nella scala sociale e culturale. La criminalizzazione degli odori è solo l’ultima forma di razzializzazione del quotidiano: si trasforma la differenza culturale in emergenza ambientale, rendendo legittima la repressione. Ma chi decide cosa è “molesto” e cosa no? E perché nessuna emergenza viene dichiarata contro i miasmi delle discariche abusive o dei depuratori che inquinano le periferie?

Non è solo una questione di spezie. È il sintomo di una società che tollera l’altro solo finché non lo sente troppo vicino. Finché non ha un odore, una voce, un’identità. Ma l’inclusione non si costruisce col deodorante: si costruisce con il rispetto, la reciprocità e il rifiuto di ogni ipocrisia culturale. E un sindaco dovrebbe saperlo.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine