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Censura nel Sussex: le opinioni “transfobiche” di una docente

Censura per una docente di filosofia per le sue opinioni considerate transfobiche. Il caso della professoressa Kathleen Stock, costretta alle dimissioni dall’Università del Sussex per aver criticato la gender theory.

In Italia se ne è parlato poco, ma il caso Stock merita una riflessione. Partendo da una critica tempestiva della Fondazione Hume, la celebre testata nostrana “La Repubblica” ha deciso di raccontarci questa storia di censura, femminismo e dibattito politico. Così noi brave girls abbiamo deciso di commentarla.

Censura nel Sussex: critica alla cosiddetta “gender theory”

Kathleen Stock è una docente di filosofia dell’Università del Sussex, femminista e lesbica. O forse sarebbe meglio scrivere che era una docente, in quanto ha perso il posto di lavoro. Kathleen è stata recentemente insignita del titolo di Ufficiale dell’ordine dell’impero britannico per i suoi meriti accademici.

Qualche mese la donna ha dovuto abbandonare la sua cattedra e l’insegnamento. Questo per via delle minacce, intimidazioni, persecuzioni cui studenti e colleghi la avevano sottoposta per le sue idee, etichettate come “transfobiche”.

La donna si era espressa in materia di sesso biologico e identità di genere e, sostienela Fondazione Hume, è stata vittima di censura.

Non si tratta di una battaglia mediatica, svoltasi online, come siamo abituati (purtroppo!) a leggere per tutto ciò che riguarda le lotte identitarie – tra cui quindi non solo il femminismo, ma anche le istanze della comunità LGBTQI+. In questo specifico caso le cronache raccontano che le intimidazioni verso la professoressa Stock erano giunte a un punto tale da indurre la polizia a farle ingaggiare una guardia del corpo. Ma non solo: la donna ha dovuto installare camere di videosorveglianza davanti a casa, nonché ricorrere a un numero di emergenza in caso di pericolo.

La violenza woke esiste? Parliamone partendo dall’episodio di censura nel Sussex

Il caso di Stock è solo l’ultimo di una serie impressionante di episodi di censura e di intimidazione che, specie nel mondo anglosassone hanno colpito università, nelle scuole, nei giornali, nell’editoria, nella televisione, nel cinema, nello spettacolo. La tendenza a colpevolizzare determinati soggetti per aver espresso determinate opinioni sta crescendo sempre di più e c’è chi inneggia allo svilimento della libertà di espressione. Citando la nostra fonte:

Ma la libertà di espressione di chi? (…) La libertà delle donne, specie se femministe e impegnate in lavori intellettuali, come scrittrice, giornalista, professoressa universitaria. La ragione di tale accanimento è semplice: i più radicali tra gli attivisti Lgbt+, che legittimamente propagandano le proprie idee e rivendicazioni in materia di sesso e di genere, non tollerano che le donne si facciano portatrici di idee diverse, o opposte, rispetto a quelle prevalenti nei segmenti più estremi del loro mondo.

Fondazione Hume

La fondazione, citata anche da “La Repubblica”, si riferisce chiaramente a quel tipo di donne che appartiene alla cosidetta seconda ondata del femminismo. Specificatamente parlando, la faida è accesa tra attivisti queer e femministe Terf (Trans-Exclusionary Radical Feminist), un acronimo usato quasi sempre in chiave denigratoria e dispregiativa.

Cos’è una Terf:

TERF è l’acronimo di trans-exclusionary radical feminist (femminista radicale trans-escludente). Un sottogruppo di femministe appartenenti al ramo radicale, ovvero quella parte del movimento femminista che si propone di abbattere il patriarcato dalla radice. Secondo tale assunto diventa quindi necessario rimarcare e polarizzare il concetto di genere. Questa dicotomia, che vede la violenza del patriarcato come unidirezionale (dell’uomo verso la donna) deve conseguenza escludere le persone trans.

Le origini della sottocultura Terf si trovano nella seconda ondata del movimento femminista, che storicamente fonda le sue radici negli anni ’60 e ’70 e viene definita come femminismo separatista. Il termine Terf si declina quasi esclusivamente al femminile, poiché alla base del movimento c’è l’idea che la lotta femminista debba essere prerogativa esclusiva delle donne. Oltre all’esclusione degli uomini, le Terf credono fermamente nel determinismo biologico e nell’essenzialismo biologico. Secondo questi concetti, tutte le caratteristiche biologiche sono determinate dalla biologia e dunque innate.

Le voci di donne terf che sono state contestate ultimamente:

Nel discorso della docente del Sussex si evince come il fulcro delle rivendicazioni si basava appunto su assunti di tale matrice. I discorsi si articolavano nella critica alla richiesta di persone trans (uomini che si sentono donne, nello specifico) di accedere agli spazi tradizionalmente riservati alle donne. Kathleen Stock si preoccupava di vedere tali persone in luoghi tradizionalmente riservati alle donne nell’accezione che ha finora riguardato il sesso biologico. Si parla di luoghi come bagni, spogliatoi rifugi/centri anti-violenza, reparti femminili nelle carceri, competizioni sportive fra donne.

Di qui tutta una serie di insulti, minacce, aggressioni, cancellazioni di conferenze, richieste di dimissioni o di licenziamento. Va detto che Kathleen non è la sola ad aver subito un simile trattamento. Lo stesso è avvenuto per scrittrici celebri, come Margaret Atwood e Joanne Rowling, l’inventrice di Harry Potter; giornaliste come Suzanne MooreJulie BindelMarina Terragni; ma soprattutto una schiera di professoresse universitarie, specialmente britanniche: Rosa FreedmanGermaine GreerKate NeweyJo PhoenixJanice RaymondSelina Todd, solo per citare i casi più noti.

Un’analisi di questa vicenda dal punto di vista della psicologia sociale:

Ricalcando e commentando quanto letto dalla Fondazione Hume, ci sono due aspetti sociologicamente rilevanti sui quali vale la pena interessarsi.

Il primo è che l’attacco alla libertà di espressione, derivato da un presunto episodio di censura. Si legge a tal proposito:

“(L’attacco alla libertà d’espressione) pur minacciando tutti (se non altro come pressione alla censura o all’auto-censura), oggi colpisce soprattutto le donne, specie se femministe e/o impegnate in una professione intellettuale. Ed è paradossale che questo attacco alla libertà delle donne, tradizionalmente descritte come discriminate, avvenga proprio in nome dei diritti di una minoranza a sua volta discriminata.”

La Repubblica

L’articolo presenta una torsione ideologica: non esiste alcuna violenza delle donne contro le donne in sè. Si tratta di una semplice scissione ideologica che il mondo del femminismo sta attualmente vivendo. Il femminismo radicale trans-escludente vive un periodo di forte ostilità verso il trans-femminismo inclusivo. Si tratta di due diverse ondate dello stesso movimento, rispettivamente la seconda e la terza, la cui disputa si articola appunto attorno al binarismo di genere e all’accettazione delle persone trans. Il femminismo di terza ondata considera il genere, se pensato in un binomio dicotomico che prevede solo Maschio\Femmina, come un prodotto culturale: al contrario considera il genere come uno spettro che non si può estinguere nelle due categorie del sesso biologico. Sarebbe bastato informarsi di più sull’argomento che si intendeva criticare per evitare di dire una tale inesattezza.

Censura, transfobia o difesa del sesso biologico?

Il secondo aspetto interessante è il fatto che l’accusa di transfobia, che per la testata è:

(…)fuori luogo quando viene rivolta a donne che esprimono la loro opinione in materia di identità di genere, finisca per funzionare come una profezia che si auto-avvera. (…) Ma nel momento in cui una donna viene minacciata, fisicamente e moralmente, in nome dei diritti di una comunità (in questo caso quella trans), è normale che la medesima donna cominci davvero, quali che fossero i suoi sentimenti precedenti, a provare paura dei membri di quella comunità. (…)La professoressa Stock ha lasciato l’università precisamente perché aveva paura degli studenti, dei colleghi e degli attivisti che la minacciavano per le sue idee. Con un singolare contrappasso: la lotta al fantasma della transfobia finisce per secernere transfobia vera e letterale, pura e semplice paura fisica dei membri di una comunità.

La Repubblica

Anche qui ci sono una serie di inesattezze: non esiste alcun contrappasso in quanto non c’è specularità tra le modalità con cui la docente ha espresso le sue opinioni e gli episodi di influenza (fino a definirla proto-bullismo) che ha subito da parte di una frangia di attivisti o presunti tali. Questo non giustifica un simile atteggiamento, che cercheremo prima di tutto di inquadrare nelle sue cause.

Dove si articolano queste lotte politiche e sociali?

La singolarità delle lotte identitarie nella contemporaneità è la loro arena politica: ovvero la rete. Questo, oltre a rendere farraginoso il raggiungimento consapevole di risultati politici, svilisce e degrada la natura del dialogo politico. La ridondanza del confronto online porta sempre più ad una progressiva polarizzazione delle opinioni (come sta accadendo anche adesso in materia di vaccini) che accresce l’aggressività reciproca prima di qualsiasi altra cosa. Questo porta ad un mancato raggiungimento di fini espressivi di qualsivoglia tipo per, invece, favorire dinamiche come quella sovracitata. Senza criticare il merito delle istanze queer o trans-femministe, vale la pena riflettere sul luogo in cui queste avvengono, chiedendosi se sia effettivamente il più appropriato.

Il fatto che la professoressa Stock abbia trovato appoggio ad Austin, in Texas, ovvero quello stato federale degli stati uniti che ha reintrodotto la legge sull’aborto, è significativo. Si può anche solo intuire che non c’è alcuna rivalsa nè vittoria per il femminismo o per le donne, proprio perché il discorso non dovrebbe prevedere due opinioni speculari e opposte dove la scelta può essere solo dicotomica e polarizzata. La politica dovrebbe essere un percorso dialettico, dove lo sviluppo di istanze si snoda attraverso l’analisi puntuale delle contingenze sociali. Senza un riscontro nel reale e, anzi, spostandola quasi interamente nella rete, si rafforzano pericolosamente tratti identitari e si svilisce il discorso nel suo merito.

Articolo di Maria Paola Pizzonia

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Maria Paola Pizzonia

Studentessa di Sociologia Politica alla Sapienza di Roma e Fumettista per la Scuola Romana del Fumetto. Ha conseguito l'attestato di Scrittura alla Scuola di Narrativa e Saggistica Omero di Roma. Ha partecipato fino al 2016 agli Studi Pirandelliani di Agrigento. Ha lavorato con Live Social by Radio Capital. Assistente di redazione per Pagine Edizioni. Scrive anche per Chiasmo Magazine, Mangiatori di Cervello, Octonet. Redattrice di Metrò per Cinema, Attualità&Politica, Infonerd. Ha lavorato al progetto BRAVE GIRLS di cui si occupa attualmente.
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