C’era una volta una bambina hawaiana e un alieno distruttore. C’era una volta una famiglia disfunzionale, l’Aloha e un cane-nonpropriocane venuto dallo spazio. Quando nel 2002 arrivò in sala Lilo & Stitch distrusse tutto: incasso altissimo, ricezione positiva da parte di critica e pubblico e nuovo fenomeno culturale. Partito in sordina e inaspettatamente, Stitch si prese lo scettro di Mascotte Disney, visto la crisi della casa madre e la ricerca disperata di una nuova identità. Nato in un periodo burrascoso nella casa di Topolino e subito dopo il rinascimento Disney degli anni Novanta, Lilo & Stitch si impose come il Dumbo della nuova generazione: film a basso budget arrivato dopo i successi dei colossal come La Bella e la Bestia, Il Re Leone o Tarzan. E ora, nel pieno del suo periodo post-rinascimentale e digitale, come già accaduto a diversi altri classici, riceve la sua versione live action. Forse la pellicola che più di tutti si presta ad una nuova versione dal vero, Lilo & Stitch è, infatti, il miglior live action Disney di questa nuova ondata. Titolo che, però, non basta a renderlo un buon remake a tutto tondo.
Perché Lilo & Stitch, nonostante ripercorra quasi a pié pari la narrazione della pellicola originale, manca del suo spirito, della sua forza. In un epoca in cui il cinema, soprattutto quello per i più piccoli, è diventato il terreno fertile dei prodotti accelerati, in un epoca così ombelicale come quella che viviamo oggi, lo Stitch live action diventa una sua versione con il piede sull’acceleratore, nonostante i quasi quaranta minuti in più di pellicola. Non è più un film che sa prendersi i suoi tempi, in grado di comunicare con tutti indistintamente. Diventa prodotto di serie, cultura della velocità e del consumo istantaneo. Lilo & Stitch diventa una sequela di situazioni, sempre più rapide, che sembrano dover essere consumate senza nessuna volontà di portare avanti un ragionamento o una sensazione. Ma è anche questo il merito di Lilo & Stitch: ci da la possibilità di ragione su che tipo di cinema ci troviamo davanti e su che direzione sta prendendo la Disney.
Lilo e Stitch: cosa funziona

Se neanche un prodotto pop e cult come Lilo e Stitch – che pur nella sua dolcezza era un figlio di un era Disney più postmoderna, post rinascimentale e quindi di per sé già più improntata verso una narrazione più “squillante” – riesce a resistere sotto i colpi del rifacimento Disneyiano in salsa live action, probabilmente niente è al sicuro. E risulta paradossale, visto quanto questa versione sia simile – per non dire fac-simile – a quella animata. Sotto la mano registica di Dean Fleischer Camp (già regista dell’ottimo Marcel the Shell), l’alieno distruttore nato dalle menti di Chris Sanders – regista poi del meraviglioso Il Robot selvaggio sotto l’egida DreamWorks – e Dean DeBlois – testa dietro la saga di Dragon Trainer – diventa quindi la cosa migliore di questo remake dal vero, proprio come nell’originale. Il design scelto, molto simile a quello del 2002, funziona benissimo, soprattutto in funzione e in relazione con Nani (Sydney Agudong) e Lilo (Maia Kealoha), entrambe trainanti della parte live action.
Ma le cose che sembrano funzionare in questo live action sembrano fermarsi qui. Quello spirito che si sviluppa nell’arco dei novanta minuti scarsi del film originale sembra qui essersi dissolto nelle calde acque hawaiane. A far da padrone in quella versione erano, soprattutto, i silenzi. Sono proprio i momenti in cui Stitch comunica in silenzio con Lilo quelli che costruiscono l’impianto emozionale della pellicola. Il loro rapporto si sviluppa attraverso la complicità, il trovarsi come creature sole ma che insieme come Ohana possono trovarsi. Tutti elementi che in questo remake ci sono (per forza di cose) ma che arrivano con troppa forza, con troppa veemenza e rapidità. Il film scritto da Chris Kenaniokalani Bright e Mike Van Waes corre veloce, non lascia scampo e sembra volersi occupare delle giustificazioni ad elementi di trama che nell’originale erano, forse, troppo lasciate al caso. Ma Lilo & Stitch era ed è una fiaba universale, che ha bisogno solo di essere raccontata, non giustificata.
Quale direzione?
Viene naturale chiedersi, ancora una volta, quale sia la volontà dietro a queste operazioni live action. Al di là dell’ingenua sicurezza che siano fatti per amore e per restituirli ad un nuovo pubblico, è evidente che siano operazioni commerciali. Ma a quale scopo? Se da un lato si vuole inseguire prodotti come Biancaneve che, seppure disastrosi nella messa in scena e nella ricezione del pubblico raccontavano qualcosa di diverso ed originale, dall’altro si vuole ricalcare carta carbone i classici Disney. È evidente all’ora la difficoltà produttiva che mamma Disney ha da una decina d’anni a questa parte. Le idee scarseggiano e si punta a riproporre in salsa live action i vecchi classici. Ma la linea non è chiara per nessuno e tanto meno per il pubblico. Si vuole riaggiornare le storie o si vuole ricalcarle? Si vuole raccontare un altra storia o si vuole solo riproporre con attore veri quello che si conosce già? L’ignoto o il ritorno del già noto? Se lato Pixar l’allarme crisi sembra esser rientrato grazie a Inside Out 2 (anche se da quella parte di Disney continuano a scarseggiare le idee originale e si continua a navigare sulle acque calme dei sequel facili), in casa classici la situazione sembra invece molto peggiore. E non serve tanto, ma quell’Ohana che mamma Disney ha creato con il suo pubblico in quasi cent’anni di storia non deve essere lasciato indietro: perché Ohana significa che nessuno viene abbandonato, tantomeno il pubblico.
Alessandro Libianchi
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