Dalla morte del noto attore Matthew Perry, avvenuta il 28 ottobre 2023, sono emerse numerose congetture. Le attribuzione della colpa per il suo decesso sono mutate di mese in mese. Ora, a quella stessa morte considerata sospetta fin dall’inizio, è stato attribuito un volto: Jasveen Sangha, denominata la “Regina della Ketamina”.
La “Regina della Ketamina” responsabile della morte di Matthew Perry
Durante le indagini condotte dalle autorità, quando è stato evidenziato un possibile coinvolgimento della droga molti hanno tratto delle conclusioni, attribuendo la colpa all’attore stesso. Non era un mistero, infatti, che Perry avesse passato parte della sua vita sotto dipendenze da alcol e droghe. Non è altresì un segreto che abbia cercato di spezzare definitivamente l’abitudine da quella “gran cosa terribile”. I tentativi sono stati difficili, specie per la depressione e l’ansia che hanno accompagnato Perry fino alla fine. L’uomo, infatti, come parte di un protocollo medico per la sua depressione, seguiva un trattamento a base di ketamina. Molti, quindi, hanno ipotizzato che l’attore non si fosse mai ripulito del tutto. Eppure, secondo le testimonianze, risultava sobrio da 19 mesi al momento della morte.
Adesso è ufficiale: un tribunale federale di Los Angeles ha inflitto 15 anni di reclusione a Jasveen Sangha, 42 anni, dopo l’ammissione di colpa. La donna, infatti, ha confermato di aver distribuito la ketamina che ha contribuito alla morte di Matthew Perry. Sangha, cittadina statunitense e britannica, è stata ritenuta responsabile di aver condotto un’operazione di spaccio di ketamina rivolgendosi nello specifico a clienti facoltosi e vulnerabili, tra cui proprio Perry. Secondo quanto riportano le autorità federali, la donna ha venduto circa 50 fiale di ketamina attraverso intermediari all’assistente personale di Perry, Kenneth Iwamasa. L’assistente, nei giorni antecedenti alla morte, avrebbe somministrato la sostanza all’attore.
Il caso adesso ha raggiunto ulteriore notorietà
La pena inflitta a Sangha supera ampiamente quelle attribuite ad altre persone coinvolte, tra cui figure di spicco e medici. I pubblici ministeri hanno insistito per una pena severa poiché Sangha si è mostrata «incauta e motivata dal profitto». I tentativi avanzati dalla sua difesa per una riduzione della pena sono stati vani e la Corte ha accolto la richiesta di 15 anni avanzata dai procuratori. Il caso, già estremamente noto per il coinvolgimento di un celebre attore, ha acquistato notorietà per le implicazioni legali e sociali legate alla distribuzione di sostanze e al coinvolgimento dei fornitori nel contesto di overdose mortali.
Stefania Cirillo




