I giudici della Corte d’Assise dell’Aquila hanno condannato il palestinese Anan Yaeesh, arrestato nel gennaio 2024, a cinque anni e sei mesi di reclusione. La sentenza identifica le sue attività come “associazione con finalità di terrorismo internazionale”. Molti solidali hanno accolto la decisione con grida e cori di protesta, mostrando profonda vicinanza all’uomo. L’imputato non ha mai negato tale affiliazione, rivendicando la scelta di resistere come un atto fondamentale della propria vita di fronte all’occupazione del suo paese d’origine.

“Resistere è stata la scelta migliore della mia vita”

Il tribunale ha concesso solo alcune attenuanti rispetto alla richiesta iniziale dei pubblici ministeri, che prevedeva ben dodici anni di carcere. Al contrario, la Corte ha assolto gli altri due indagati, Ali Irar e Mansour Doghmosh, i quali hanno trascorso sei mesi in cella nonostante fossero innocenti. Il presidente Giuseppe Romano Gargarella ha letto il verdetto dopo una camera di consiglio durata sei ore. Il centro del dibattito riguardava la qualificazione giuridica del “Gruppo di Risposta Rapida” di Tulkarem. Mentre il pubblico ministero Roberta D’Avolio ha definito le attività come “terrorismo”, la difesa ha sostenuto la legittimità della resistenza armata contro l’occupazione militare. Secondo l’avvocato Flavio Rossi Albertini, il processo non riguarda solo tre singoli individui, ma il modo in cui lo Stato italiano decide di reprimere e classificare la lotta palestinese in Cisgiordania. Il legale ha ribadito che non sussiste nessuna prova a dimostrazione dell’intento del gruppo di colpire i civili. Le chat acquisite mostravano esclusivamente la pianificazione di attacchi contro l’esercito occupante.

Come riportato da L’Indipendente, la storia di Anan Yaeesh evidenzia la drammaticità del contesto mediorientale. Yaeesh lasciò Tulkarem nel 2013 per sfuggire alle persecuzioni e ai tentativi di assassinio da parte delle forze israeliane. Dopo aver toccato diverse tappe in Nord Europa, raggiunse l’Aquila nel 2017 ottenendo la protezione speciale. La sua posizione rimase stabile, fin quando Tel Aviv non presentò domanda di estradizione. Benché la Corte d’Appello avesse inizialmente negato la consegna di Anan a Israele per il rischio di trattamenti crudeli e disumani, la procura italiana aprì immediatamente un secondo procedimento per le medesime accuse estere.

Tra condanna per terrorismo e legittima resistenza

Durante le udienze, Anan ha sempre rilasciato dichiarazioni spontanee. Ha da sempre considerato il suo arresto e il suo processo “illegittimi, poiché l’arresto stesso, sin dal primo momento, è stato compiuto in contrasto con il diritto internazionale umanitario”. Sempre nelle dichiarazioni di marzo 2025 ha aggiunto: “considerate il palestinese terrorista non per la legittima resistenza che porta avanti contro uno stato occupante, ma perché riconoscete Israele come uno Stato amico”.

La difesa ha poi criticato la sistematica rimozione del contesto storico dal dibattito processuale. Rossi Albertini ha citato la figura di Sandro Pertini per rimarcare la differenza tra criminalità e lotta di liberazione. Questa sentenza stabilisce per i difensori un precedente pericoloso per la causa palestinese nei tribunali italiani. Gli avvocati sono in attesa della pubblicazione delle motivazioni tra novanta giorni per presentare il ricorso in appello e continuare la battaglia legale.

Stefania Cirillo