“Ma ecco l’ingegnoso Pini accendersi di telescopica trovata: cannucci per gazzosa, giustati l’uno all’altro per chilometri. Ed eccola, utensile e pratica la prima sonda marziana”. Pini era Lillo, il comico che fa coppia con Greg; insieme c’era Marco Mazzocca, il notaio famoso per “non è possibili” e anche il filippino che pronuncia il giorno della settimana “giuvidì”. Mentre la voce narrante, è di Corrado Guzzanti, regista nel 2006 di questo film, “Fascisti su Marte“. L’arguzia di Corrado ha piantato bandiera su Marte. ‘Ha toccato’, detto alla Tito Stagno, livelli di comicità mistica. “Inglesi… gente che nuda andava a caccia di marmotte“.

Girato in una cava vicino Roma, il film racconta l’epopea di un gerarca e dei suoi fidi scudieri. Un manipolo di estrema destra fascista che cerca di colonizzare il pianeta. Prendendo lo schema dei cinegiornali di propaganda del ventennio. Il Guzzanti televisivo è l’apripista dei suoi film. In “Millenovecentonovantadieci” del 1988, si avvicendano le imitazioni dei famosi, e i linguaggi obsoleti e autentici, dei personaggi sue creazioni. Come Lorenzo, originale coatto, adolescente tifoso romanista, “maturizzato” al liceo. Solo qualche lacuna in cultura: “Leopardi è morto di gobba“. Con un monosillabo faceva un discorso: “Maddecheaò“.

Guzzanti, se fosse cane, bau

Emilio Fede e il suo frenetico gesticolare, con la sua accomodante e celestiale supplica: “Padre Nostro che sei ad Arcore“. La mortadella ‘fina, fina, fina‘, ‘che a metti m’bocca se squaja‘, è solo quella di Funari; “Damma a due” e “zummolo”. Guzzanti, a Gianfranco faceva dire tutto. Metafore con le feci, puzze colossali, riferimenti alla suocera, senza censure. Figlio del giornalista Paolo Guzzanti, non si spiega la vena comica di Corrado, da cosa scaturì. Coinvolgendo anche il resto della famiglia in goliardate e parodie televisive. Dalle trasmissioni con Serena Dandini, “Tunnel“, “Pippo Chennedy Show“, “L’ottavo nano“, “Avanzi“, è stato per Corrado Guzzanti, un turbine in ascesa di imitazioni irresistibili e personaggi cult che si sono ‘antologizzati’ da soli.

Non importa che tu abbia o no il navigatore. Se la tua macchina imbocca il raccordo, non c’è uscita che non ricordi la litania divenuta più famosa di “Roma capoccia“. Meglio di uno stradario, la voce di Venditti, con gli acuti alterati e le vocali trascinate, canta tutte le strade che intersecano l’anello ferroviario più ingarbugliato e ‘imprecato’ della capitale. Seduto sullo sgabello di un pianoforte bianco, in stato di ebbrezza come fosse alla guida di un bolide, Guzzanti le nomina una ad una: da “Bruno l’infame all’uscita Laurentina“, a finire su “l’Acilia Casarpalocco, dietro er bar de Enzo“. Dispensando preziosi consigli che neanche Isoradio: “Dopo er Verano, la rampa de’ ‘a Tangenziale, Devi stà attento, buttatte ‘n tempo a destra, Te poi ritrovà sulla Roma-L’Aquila“.

Vulvia e quel pezzo di legno di Quelo

“Se fossi foco.. bruciav”. Diceva il poeta Brunello Robertetti, un nome tutto una sintassi, preannunciando i suoi versi con “Ora diche una poesia“. E la sapeva lunga Don Florestano Pizzarro: “Stiamo ar Medioevo aho’, c’ha raggione mi fijo“. Mentre, lo psicopatico Gianni Livore riassumeva così il motivo delle sue ire: “Pe’ qquesto, qquesto questo e qquest’artro motivo!“. Ma il santone l’aveva capito, “C’è grossa crisi“. Spacciando le sue incompiute parabole per profezie, non aveva nulla di divino. Da Foggia senza ritrosia, con una tavoletta di legno e due chiodi piantati, parlava con il suo Dio. O ‘miagolava nel buio‘. In accappatoio bianco dispensava risposte: “La seconda che hai detto!“. Guai ad insistere con le domande: “ma mica posso fa’ tutto io! Te lo sai a che ora me so’ alzato, stamattina? Alle sette meno un quarto!“.

Ma Vulvia le sbaragliava tutte. Dalle procaci signorine buonasera, alle esagerate ossigenate maestre di sensuali mosse. Si rigirava accompagnata dalla fluente chioma, che la seguiva ondeggiando in ogni inclinazione di collo. Era l’annunciatrice eccentrica di improbabili documentari. Uno slogan lanciava l’appuntamento ai microfoni: “Sapevatelo, su Rieducational Channel!“. Lo spacco e le gambe lunghe, purtroppo di Corrado, facevano il resto. Il pubblico ripeteva a memoria i testi, le conclusioni delle frasi e gli epiteti. E ognuno faceva propri i monologhi. Sciocchezze, stroncature, che ci hanno fatto ridere di gusto. Hanno sdrammatizzato l’austerità convinta dei più seriosi. Dopo Corrado Guzzanti niente fu più come prima. Ed una cosa è certa, da allora, dagli anni ’90 in poi, diciamo sempre e soltanto “‘mbuto”.

Federica De Candia per MMI e Metropolitan Cinema. Seguici!