Quando si entra in sala per vedere un nuovo film di James Cameron la sensazione che si prova è quella di un evento, più che di un semplice film. Il cinema di Cameron è pervaso da un aura di misticità che va oltre la semplice fruizione della sala. È occasione unica, storia e cinema che si mescolano e formano un insieme e una visione irripetibile. Fin dal primo rivoluzionario capitolo uscito ormai sedici anni fa, Avatar ha dato nuova forma al cinema e al digitale, traghettandolo verso una nuova era in cui la tecnologia non è più strumento ma diegesi, fondamenta e struttura stessa del racconto. E, a distanza di dodici anni, quella stessa meraviglia, quello stesso shock lisergico sono tornati su schermo con il secondo capitolo, La via dell’acqua. E ora, a distanza di “soli” tre anni, arriva in sala Fuoco e cenere, il terzo e difficilissimo capitolo della saga. La domanda fondamentale è se quella potenza, quello stupore visivo e quella meraviglia che rispondeva al nome di Pandora potessero raggiungere le stesse vette dei precedenti.
Cameron, come ha già fatto in carriera con Aliens e Terminator 2, lascia che sia il cinema a rispondere. Lascia che sia quel cinema digitale, stereoscopico e strabordante a parlare per sé e a ricostruire, ancora una volta, quel senso di meraviglia che è nato e maturato in sedici anni di vita. Perché Fuoco e Cenere non solo mantiene intatta quella sensazione sognante e abbagliante, ma la modella a suo piacimento, la rende – ancora più dei precedenti film – materiale, concreta e viva. È la tecnologia che si inchina al potere del cinema e della natura, il digitale come fonte della vita di un pianeta come Pandora. Perché Cameron è – e sembra un ossimoro – il più grande artigiano cinematografico vivente. Se la tecnologia non esiste, la inventa. Se la tecnica non è al passo, ce la porta con la forza.
Avatar – Fuoco e cenere: il fuoco dello sguardo

Ma Avatar: Fuoco e cenere, incredibilmente, non è solo questo. James Cameron, insieme a Rick Jaffa e Amanda Silver, scrive un film che riflette sulla contemporaneità. Se La via dell’Acqua raccontava della distruzione – tutta umana – e della prevaricazione sulla natura, Fuoco e Cenere si concentra sui totalitarismi e sui fascismi dilaganti. Da dove vengono? Da dove nascono e perché? Qual è il sentimento che li anima? Fuoco e cenere si (e ci) interroga attraverso tre ore e quindici di meraviglia. Tempo in cui si assiste ad epica e prosa moderna, fatta non di storie complicate e intricate ma di storie profonde. Cameron si concentra sui personaggi, sui loro percorsi psicologici e fisici e sulle conseguenze dei loro azioni, lette dagli sguardi e degli occhi di personaggi diversi da Sully. La storia non si concentra più sull’uomo fatto Na’vi ma sulla famiglia: sua moglie Neytiri e il suo razzismo latente nei confronti dei “pellerosa”, della figlia Kiri e la connessione con Eywa, della cattiva Varang e la corporeità come distruzione e comando e del figlio Lo’ak e il suo fuoco della rivoluzione.
La cenere
Lo’ak si trasforma in protagonista più che in La via dell’acqua. Cameron scrive di padri e di figli, di tradizioni e di distruzione delle convenzioni che passano attraverso lo sguardo forte e idealista delle nuove generazioni. Saranno loro a vincere dove gli adulti hanno fallito, e saranno loro a salvare ciò che gli altri hanno distrutto. In parte narrazione biblica – la scena tra Sully e Spider sembra uscita dall’antico testamento – e in parte epos e mhytos moderni – il primo scontro con i Mangkwan e l’incontro con Eywa – Fuoco e cenere supera i confini che lo stesso Cameron aveva imposto. È reale che si mescola a finzione, digitale che da corpo ad una natura fittizia come Eywa che si mostra, per la prima volta, come forma concreta. Fuoco e cenere è allora il fuoco della rivoluzione che si accende e distrugge ma è anche la cenere da cui rinascere, da cui ripartire per un mondo e un cinema nuovo. Quello di Cameron.
Alessandro Libianchi





