Parliamoci con franchezza: la lingua francese è affascinante, ma la tentazione di “italianizzare” è fortissima. Quando una parola attraversa il confine è difficile che riesca a rimanere intatta e, senza rendercene conto, inizia ad adattarsi ai nostri suoni. L’Accademia della Crusca ci rassicura in tal senso, spiegandoci che non si tratta di un errore, bensì di una naturale evoluzione linguistica. Vediamo, quindi, cinque termini francesi che usiamo tutti i giorni e che abbiamo plasmato a nostra immagine e somiglianza fonetica.
Ci piace italianizzare tutto e le parole francesi non sono da meno
Il carillon è il classico esempio di colonialismo fonetico italiano. In Francia lo pronunciano “carillõ”, troncando la fine con una vocale nasale e facendo sparire la “n”. Noi italiani, che amiamo le consonanti finali ben solide, lo leggiamo fieramente “carillòn”, stampando quella “n” sul palato con precisione chirurgica. Lo stage, invece, è forse il caso più bizzarro. Tecnicamente deriva dal francese antico (indicava la permanenza del vassallo presso il signore) e si dovrebbe pronunciare “stàsc” (con la “g” dolce di garage). Eppure, la maggior parte di noi preferisce pronunciarlo all’inglese: “stèidg”. Un ibrido linguistico totale che riesce a fare una cosa straordinaria: far arrabbiare contemporaneamente sia francesi che inglesi.
Restando in tema di furti d’identità troviamo il vintage. Oggi lo associamo alla moda, ma etimologicamente deriva dal francese antico vendenge (vendemmia) e indicava i vini d’annata pregiati. Sebbene qualcuno tenti un nostalgico “ventàsc”, la Crusca ha deciso che in italiano si pronuncia “vìntigg”, all’inglese. Un punto a favore di Londra nella storica faida con Parigi. Se entriamo in pasticceria, il dramma si sposta sui vol-au-vent. In Francia la pronuncia è fluida e impastata (“volovà”), ma nei nostri aperitivi si sente di tutto: dal letterale “volovònt”, in cui si scandisce ogni singola consonante, fino al fantasioso “volavèn”.
Chiudiamo la sfilata con il cachemire (o cashmere). Il tessuto più morbido del mondo ha ben tre grafie diverse a seconda che si segua la via francese, inglese o indiana. Se la scrittura è un terreno di scontro, sulla pronuncia siamo tutti d’accordo: in italiano si dice “càscmir”, con la “sc” di scivolo. Bandita la variante snob “kèshmir”. Insomma, la prossima volta che ordinate un bignè o andate a fare uno stage, pronunciateli pure alla vostra maniera. La lingua è di chi la parla, e noi italiani, si sa, sappiamo come mettere comodi anche gli ospiti stranieri.
Stefania Cirillo





