Dopo aver pubblicato le due classifiche con i migliori album italiani dell’anno votati dalla nostra redazione (li trovate qui e qui), vi proponiamo una selezione diversa, “Fuori dal Coro”. Un viaggio che spazia tra lavori di artisti forse poco noti al pubblico di massa, non ancora avvezzi a frequentare le parti alte delle Hit Parade, ma che pur non avendo riscosso ampia diffusione popolare, meritano ascolto e attenzione.
Perché potrebbero essere i ‘Big’ di domani, ma anche solo in virtù di dischi stimolanti al di là della copertura mediatica o della fortuna commerciale.
Si parte con un paio di parziali eccezioni alla regola (e cioè artisti di fama consolidata, anche se in un campionato molto diverso dai quello dei campioni del Mainstream) per poi passare a novità tutte da scoprire. E allora buon anno nuovo, ma soprattutto buon ascolto!

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Brunori Sas, “A casa tutto bene”
Una dopo l’altra sfilano alcune tra le canzoni più mature, ambiziose e consapevoli mai scritte dal cantautore calabrese: “L’uomo in nero”, “Lamezia-Milano”, “La vita liquida”, “Sabato bestiale”, “Don Abbondio”, riportano all’attualità in un dialogo sempre sobrio e diretto con l’ascoltatore. Viene meno l’ironia, l’incanto di alcuni bozzetti di vita privata in virtù di una riflessione più ampia, pubblica e dolente sulle miserie, le confusioni e le contraddizioni che fiaccano troppo spesso il nostro Paese. Per fortuna arrivano anche storie d’amore come “Diego e io” a dare speranza, conforto, raccontando amori capaci di ingannare anche il Fato. Dario Brunori, oggi più che mai cantautore di prima fila della scena italiana.

Le Luci della Centrale Elettrica, “Terra”
Dieci anni trascorsi su e giù dal palco: niente è cambiato anche se tutto è diverso. Una decade di immagini evocate, litanie recitate, isole non (ancora) trovate e preghiere (forse) finalmente esaudite.
Si allarga l’inquadratura: un campo lungo, una tavolozza sonora densa e ricca di colori caldi, sfumature e particolari. C’è spazio per il folk, per una musica etnica ma di un’etnia immaginaria, collocata tra Africa, Balcani, Medio Oriente. Percussioni e ritmi tribali. Storie più ampie e più inclusive, rasserenanti come l’aurora che scorgiamo oltre le file dei palazzi, in un altrove mai così vicino. La sua poetica risulta più a fuoco, più calibrata, al servizio di una scrittura che sa anche farsi ‘pop’ suo malgrado, flirtando con una forma canzone che non teme di far ballare e cantare in coro il pubblico.

Colapesce, “Infedele”
Il viaggio è la chiave di volta di questa nuova esperienza sonora e testuale: un percorso intimo e avvincente, talvolta sfidante, attraverso la forma canzone esplorata attraverso un’eclettica serie di vesti e generi e formule. Colapesce, va detto, si dimostra a suo agio tanto nella ballata folk confidenziale quanto nel pop di sicuro appeal radiofonico, apre coraggiosamente alla sperimentazione elettronica, a certi spunti funky e free jazz, al Brasile e al fado portoghese, fino ai classici del nostro cantautorato. Vince la sfida e convince, rivelandosi artista tra i più dotati, validi e interessanti attualmente sulla scena italiana.

Germanò, “Per cercare il ritmo”
Eravate alla ricerca di un disco per accompagnare il vostro autunno e inverno dolce/amaramente, magari un giovane cantautore italiano? Beh, allora fermatevi, perché l’avete trovato. Si chiama Germanò e ne sentiremo parlare. “Per Cercare il Ritmo”, album d’esordio dell’artista romano – milanese d’adozione – respira, si muove e si esprime con i medesimi umori che da sempre dipingono queste stagioni di letargo e riflessione. Ricordare tra malinconia e gratitudine, imparare a proteggersi, a curare le ferite, o magari esorcizzare certe paure complice l’atto creativo: anche a questo può servire incidere (o ascoltare) un disco ispirato.

Colombre, “Pulviscolo”
Il sound è uno spumeggiante, dolce-amaro mélange di indie pop/rock di matrice anglo-americana – ci senti dentro i primi Talking Heads ma anche gli Smiths, gli Orange Juice o gli Aztec Camera fino a Mac Demarco – di freschezza effervescente vagamente brasileira (Cateano Veloso) anche se poi, in ultima analisi, la forza comunicativa e melodica risulta fortemente italiana, figlia della nostra migliore tradizione.
Un percorso di vita vissuta e varie realtà interiorizzate e quindi sublimate in canzoni: nel cuore del repertorio di Colombre ci sono le amicizie e gli amori, presenti o passati, un dialogo allo specchio che alterna nei toni una crudezza molto vera e diretta mentre in altri è l’ironia a stemperare o alleggerire i conflitti.

Giorgio Poi, “Fa Niente”
Il primo aspetto che colpisce è certamente la voce, il timbro vocale di Giorgio Poi: tutto di testa e naso, un colore metallico e androgino che lo avvicina a un ipotetico personaggio da film Disney venuto da un’altra galassia. Quando canta – che sia dal vivo o in radio o su disco – lo riconosci subito e questo è già un fondamentale punto a suo favore, piacciano o meno le sue sonorità. La forma canzone è quella di un Indie Pop colorato, vagamente esotico, arricchito da suoni asciutti e arrangiamenti complessi al servizio di brani comunque orecchiabili e accessibili, rispetto ai quali si è parlato facendo accostamenti diversi, dai classici del cantautorato italiano (Battisti e Dalla e i loro album degli anni Settanta) fino a riferimenti più moderni giunti da oltreoceano (Mac DeMarco; Real Estate).

Andrea Laszlo De Simone, “Uomo Donna”
Un lungo viaggio sospeso fuori dal tempo. Album di debutto per un cantautore che sposa e declina un sound figlio della lezione sonora di Lucio Battisti e dei suoi (capo)lavori dei primi anni Settanta, suoni e arrangiamenti ricchi e dilatati, analogico e digitale, freschezza spontanea e profondità meditata di un lavoro tutto da scoprire nei suoi mille rivoli e particolari. L’amore e l’innamoramento sono il fulcro del discorso “Uomo Donna” tra guizzi di pop, rock, folk e psichedelia. Inquieto e sfuggente, minimalista ma anche orchestrale: questo disco vive di opposti e contrasti eppure naufragare non è mai stato così dolce in questo mare.

 

Ariel Bertoldo