Non ti abbiamo dimenticato, Michela: con il tuo nuovo libro hai raccolto pensieri e timori sulla famiglia italiana. E l’hai fatto con la straordinaria lucidità che ti ha sempre contraddistinto. La recensione di “Dare la vita“, il tuo libro postumo ma attuale, sarà quanto più trasparente e sincera possibile.
Dare la vita: una recensione a cuore aperto

Cara Michela, riflettendo su cosa ci potesse essere scritto in questo libro, l’immaginario collettivo avrà pensato alla solita storia della famiglia “queer”. Tu, che ti sei sposata per puro contratto e per garantire un futuro ai tuoi figli spirituali. Analizzi, invece, con straordinaria lucidità ciò che è stata la tua esperienza. Ma ti metti anche da parte. Perché si, nella nostra società utilizzare il termine queer è una vera e propria scelta di coraggio.
E allora tu con queer non vuoi darci una definizione, anzi. Ci spieghi proprio l’esatto opposto: queer non è il termine ombrello che tutti crediamo che sia. È un punto di partenza, un borderline, come lo chiami tu. E tu stessa sai bene che non esiste un termine italiano a riguardo. Ma ci dai questa definizione: “essere queer è la scelta di abitare sulla soglia della propria identità” (dal libro). Ecco, parti da qui: andare oltre l’inclusione, che “includere” ha la stessa radice di chiudere.
Non è facile parlare di maternità surrogata
E ci porti avanti, ancora, a spiegare la tua esperienza: i dubbi e le preoccupazioni di dover spiegare a uno o più Stati che quello che porti in viaggio, da sola, non è tuo figlio biologico. Ma un rapporto così importante come quello genitori-figli, un livello così spirituale, può mai essere dettato dal solo sangue? O peggio, da un pezzo di carta? Aprendo questo libro, forse cerchiamo delle risposte, quasi a voler avvalorare una tesi qualunquista e populista. Bella la gestazione per altri, la maternità “surrogata”, ma come è possibile regolarla? Non si può, e allora non si fa.
La tua pretesa va ben oltre quella di sindacare sul giusto o sbagliato. Tu ci poni dei quesiti, delle norme, delle sfumature che dovrebbero essere analizzate punto per punto. Ma chi di dovere non fa, condannando a priori la ricerca scientifica. E dall’alto del suo trono si permette di dire che i figli si devono fare, anche senza soldi. Forse ti saresti arrabbiata, o avresti sorriso, a sapere che l’IVA è nuovamente aumentata su beni di prima necessità come assorbenti e pannolini (e beni per l’infanzia, secondo la nuova legge di Bilancio 2023, ndr). E che Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, i suoi figli se li è potuti permettere pagando grosse cifre.
La famiglia non si sceglie
E allora come fa una famiglia precaria che, “biologicamente”, non può avere figli? Tu parli di denaro, che è una forma di controllo. E prima forma di minaccia nei confronti dei figli, si, anche quelli biologici. Adottare, in Italia e all’estero, è una mera questione di soldi. E chi li ha affronta un percorso lungo e tortuoso di dolore e smarrimento. Lo stesso smarrimento che dovrebbe provare una ragazza che decide di affittare il suo utero per aiutare a dare la vita a chi biologicamente non può. E tu dici proprio questo, che lo faccia per soldi o meno, deve essere tutelata: la scelta dovrebbe essere sempre la sua. Perché il reato universale non è la soluzione, e così come l’aborto, o il suicidio assistito, con la legge o meno: si fa comunque.
Leggere questo tuo libro apre la mente, perché pone dei dubbi che forse in pochi si erano posti. Sul futuro del bambino, sulle idee della madre. E tu, giustamente, chiedi: ma i bambini cosa ne pensano? C’è un detto che recita: “la famiglia non si sceglie“. Ed è proprio questo il tuo punto: un bambino, a prescindere dalla famiglia in cui si trova, farà le stesse domande di uno nato in una famiglia “tradizionale”. E il bello è che questo termine, “famiglia tradizionale”, non compare neanche una volta in queste pagine.
A tutte noi donne
Infine, cara Michela, parli a tua figlia. Tua figlia siamo tutte noi bambine, donne, adulte, anziane. Noi, che sogniamo la gravidanza per cercare di completare il nostro essere donne, perché così ci hanno insegnato. O perché noi un figlio, o una figlia, coronerebbe il nostro sogno di dare amore, amore spropositato che tu stessa hai dato ai tuoi figli spirituali. Noi, che siamo in età per fare figli, e ci spaventa Michela. Ci spaventa non avere garanzie, non avere certezze lavorative, abitative. E ci spaventa diventare come i nostri genitori, o non riuscire a essere come loro. C’è chi, tra di noi, figli non può averne, non ne vuole e ne sente il peso.
Il peso di quei commenti “ma quando lo fai?”, “il tempo passa”, “trovati un fidanzato che l’orologio biologico scorre“. Quando sei in età fertile, hai una relazione, e apparentemente non ti manca nulla, pure l’aiuto dei tuoi genitori, ma hai paura. E tu, in questo libro, ci insegni a non avere paura, ma consapevolezza. La stessa consapevolezza che le madri, di cui tu parli, hanno nei confronti di un mondo che ancora deve andare avanti. E lo può fare solo grazie a noi donne, che raccontiamo storie di altre donne. Le storie della loro libertà. E allora, cara Michela, siamo libere e non accondiscendiamo a nessuno. Faremo casino, proprio come volevi tu.
Marianna Soru
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