Il World Economic Forum (WEF) ha ufficializzato l’esclusione del Ministro degli Esteri dell’Iran, Abbas Araghchi, dal vertice annuale di Davos iniziato questo lunedì. Nonostante l’organizzazione avesse inviato l’invito lo scorso autunno, i vertici del Forum hanno cambiato drasticamente rotta. Il WEF ritiene che la presenza di un rappresentante del governo di Teheran sia inopportuna a causa della violenta repressione che il regime attua contro i manifestanti nel Paese.

Trump vuole focalizzarsi sulla drammaticità dei diritti umani in Iran

Mirek Dušek, il direttore generale del WEF, ha chiarito che il programma del vertice non prevede più alcuna sessione con Araghchi. La decisione è arrivata dopo diversi giorni di pesanti polemiche internazionali, in particolare dal senatore statunitense Lindsey Graham. Lo stesso ha definito l’eventuale partecipazione del ministro iraniano come un segnale distorto per chi lotta per la libertà. Tuttavia, l’assenza dell’Iran lascia posto a Donald Trump che torna a Davos dopo sei anni. Il presidente americano, con una delegazione senza precedenti, intende focalizzare il suo intervento proprio sulla crisi in Iran e sulla drammaticità dei diritti umani.

In una situazione visibilmente tesa, Trump alza l’asticella. Ha, infatti, chiesto esplicitamente la fine del governo dell’Ayatollah Ali Khamenei, spingendo per una nuova leadership. Le suddette affermazioni hanno provocato una reazione immediata nel presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il quale considera ogni attacco alla Guida Suprema una vera e propria dichiarazione di guerra. In aggiunta, Trump ha annunciato nuovi dazi del 25% per tutti i partner che decidono di mantenere rapporti commerciali con l’Iran. Il presidente americano continua a incitare la popolazione iraniana, informando che presto arriveranno aiuti internazionali.

Esecuzioni capitali sospese, ma la pena di morte è usata per intimidire la popolazione

Come è stato comunicato dallo stesso governo, Trump ha frenato temporaneamente l’opzione militare a seguito di rassicurazioni sulla sospensione delle esecuzioni capitali per i manifestanti. Nonostante ciò, l’allarme resta alto. L’ONU, per voce dell’Alto Commissario Volker Türk, evidenzia che il regime utilizza ancora la pena di morte per intimidire la popolazione. I dati rivelano che, solo nel 2025, l’Iran ha compiuto almeno 1.500 esecuzioni, infierendo prevalentemente su minoranze etniche e migranti. Difatti, anche se le dichiarazioni di Teheran ne suggeriscono l’interruzione, le esecuzioni proseguono. Il clima di repressione interna si è attenuato solo di facciata, nei fatti non ha mai smesso.

Stefania Cirillo