Il DDL sicurezza traballa, la voce del popolo resta: un governo liberticida deve ancora fare i conti con le garanzie costituzionali.
Un decreto di 38 articoli, cucito in fretta e furia, sfilato di mano al Parlamento e infilato in Gazzetta Ufficiale il 12 aprile 2025 come se fosse un’emergenza… Peccato che l’emergenza non ci fosse. È questa, in soldoni, la fotografia che la Corte di Cassazione ha messo nero su bianco nella Relazione n. 33: un documento di 129 pagine che stronca il pacchetto Sicurezza del governo Meloni.
Il DDL sicurezza scricchiola, e lo dice anche la Corte di Cassazione
Un caso “unico”, secondo la Suprema Corte, di abuso della decretazione d’urgenza, talmente forzato da spingere i giudici a richiamare l’art. 72 e l’art. 77 della Costituzione. “
“Solo due precedenti nella storia parlamentare — ricorda la Corte — ma nessuno riguardava la materia penale”
Questa volta sì, e l’impatto rischia di essere devastante:
“Mancano i presupposti della decretazione d’urgenza, e così si rischia l’invalidità dell’intera legge di conversione”.
avvertono i giudici.
Non è solo un problema di forma. È la sostanza che fa accapponare la pelle. La Cassazione smonta interi capitoli del decreto: norme costruite in modo vago, aggravanti cucite su misura per colpire chi contesta, pene che si inaspriscono solo in base al luogo o allo status di chi commette un reato. Come se la stazione fosse un aggravatore penale di per sé.
Il pacchetto Sicurezza è una coperta di Linus per la propaganda di Meloni e Salvini: dentro c’è di tutto. Vediamo 38 articoli arbitrariamente eterogenei compressi in un unico voto, ignorando l’articolo 72 della Costituzione che impone di esaminare e votare punto per punto. “Conversione in legge di un unico articolo”? Piuttosto, una manovraccia per accorpare misure che vanno dall’ordine pubblico alla cannabis light.
La Cassazione si oppone al DDL sicurezza (direi finalmente!)
Un colpo di mano in piena regola, dice la Cassazione, “giustificato solo da pretesti politici”. Come se già non bastasse, il decreto non è stato neppure presentato alle Camere per la conversione lo stesso giorno, come obbliga l’art. 77. Un errore formale che può costare carissimo: “L’invalidità della legge di conversione”.
Il Massimario punta l’indice su minoranze etniche, migranti, rifugiati; bersagli facili di norme vaghe, aggravanti cucite su luoghi, status, situazioni. Esempio: reato aggravato se commesso in stazione o da detenuti. Oppure manifestazioni: “Danneggiamento in occasione di proteste” che, definito così, rischia di criminalizzare il dissenso politico. Ma il governo lo sa bene: l’ha proposto per questo.
Però la Cassazione esiste ancora, e quindi parla chiaro: queste norme violano materialità, precisione, determinatezza, offensività, uguaglianza, autodeterminazione, ragionevolezza, libertà di manifestazione del pensiero. Un catalogo di principi calpestati in un colpo solo.
Infiltrati protetti? NO grazie!
Tra i passaggi più inquietanti, l’estensione dello scudo penale per gli agenti dell’intelligence che, per “fini preventivi”, possano addirittura creare o dirigere gruppi eversivi o terroristici. Una porta spalancata, ammonisce la Cassazione, a scenari da thriller ma senza garanzie democratiche: fondare un’associazione terroristica non è infiltrare una cellula, è fare eversione di Stato. Il passaggio più controverso? Lo scudo penale agli 007. Il decreto estende la non punibilità a chi crea o dirige gruppi eversivi o terroristici a “fini preventivi”. Ripeto: per i giudici è un “inedito assoluto”: fondare un’associazione terroristica non è infiltrare, è dirigere una struttura di violenza organizzata, con la benedizione dello Stato.
Sproporzionato, se non disfunzionale.
avverte la Suprema Corte.
Su Cannabis e CPR: la democrazia regge ancora, per fortuna
Il testo infila strettoie anche sulle rivolte in carcere e nei CPR: i detenuti potranno essere incriminati per resistenza passiva, senza neppure dover dimostrare la legittimità dell’ordine impartito. Non si parla più di violenza o minaccia: basta un sit-in, uno sciopero della fame. Il principio di proporzionalità evapora.
E non manca la ciliegina ideologica: l’articolo 18, che vieta la commercializzazione di infiorescenze di canapa sotto lo 0,3% di THC. Senza evidenze sanitarie, senza logica di sicurezza pubblica. La Corte lo bolla come uno schiaffo al principio del mutuo riconoscimento europeo: bloccare un mercato legale, in barba ai dati scientifici, è propaganda camuffata da legge.
Ricapitolando, l’articolo 18: divieto di vendita per la cannabis light, sotto lo 0,3% di THC, contro ogni evidenza scientifica. La Cassazione lo smonta: «Viola la libera circolazione delle merci nell’Ue, ignora il principio del mutuo riconoscimento e manca di esigenze imperative». Un bavaglio ideologico, non una misura di salute pubblica.
Le reazioni della politica
Per la prima volta, un report della Suprema Corte mette nero su bianco quello che opposizioni, giuristi, magistrati e reti civiche denunciano da mesi: una norma incostituzionale, sproporzionata, sbagliata nel metodo e nel merito. Nel frattempo, dal Nazareno a PiùEuropa fino ad Avs, è un coro unanime:
Lo dicevamo e ora lo certifica la Cassazione.
Mentre Meloni e Salvini per ora tacciono, si aggrappano alla linea Gasparri: “Parere non vincolante”, “uso politico della giustizia”. Come se questo decreto non fosse in sè un atto politico. Il punto è che deve andare nella direzione che scelgie il governo, ovvero dell’estrema destra liberticida e autoritaria. Eppure la parola “ricorso” rimbalza già nei corridoi: se la Consulta si pronuncerà, il castello repressivo rischia di cadere pezzo a pezzo.
Le opposizioni invece festeggiano:
“Lo dicevamo da mesi: incostituzionale, sproporzionato, discriminatorio”
attacca Riccardo Magi di PiùEuropa. PD parla di “provvedimento scritto male e sbagliato nei contenuti”. Bonelli (Avs) va oltre: “Strumento repressivo per criminalizzare la crisi sociale”. La CGIL rilancia la mobilitazione: “Questo decreto zittisce lavoratori e studenti. La piazza non si fermerà finché non verrà ritirato”.
Dalla maggioranza: silenzi imbarazzati o accuse di “uso politico della giustizia”. Nordio, guardasigilli, balbetta incredulo: “Ho dato mandato di acquisire la relazione…”. Peccato sia pubblica da giorni. Gasparri e Ostellari provano a svicolare: “Non vincolante”. Ma intanto la relazione Cassazione diventa una base d’appoggio per ricorsi in Corte costituzionale e per conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato.
Si tratta di uno “strumento per criminalizzare la crisi sociale”, sostiene Angelo Bonelli. La CGIL annuncia nuove mobilitazioni:
Queste norme sono servite solo a zittire lavoratori e studenti.
La rete “A Pieno Regime” organizza già assemblee e cortei autunnali.
DDL sicurezza e fallimento barbino della destra
Il paradosso? Promettevano più sicurezza, hanno partorito un provvedimento che è più che altro una figuraccia. La Cassazione ha acceso il faro: ora tocca alla politica decidere se salvare la faccia o trascinare il Paese in tribunale. Altro che sicurezza, questo è un pasticcio giuridico che rischia di saltare in aria per incostituzionalità. Hanno criminalizzato chi protesta, reso l’intelligence più pericolosa, chiuso mercati legali.
E ora? Ora la grana passa alla Consulta. Mentre la piazza (sindacati, reti civiche, A Pieno Regime) già prepara il prossimo appuntamento d’autunno. Insomma Meloni e Salvini si tengano pronti: quando la fretta d’urgenza diventa prepotenza, la Costituzione, finché c’è, presenta il conto.
Se riusciremo nella nostra impresa democratica, un giorno saremo contenti di aver sbarrato la strada a una deriva così liberticida da soffocare diritti e dignità: perché, forse non lo stiamo del tutto capendo, questa stretta avrebbe fatto rimpiangere la libertà a tutti, anche a quel cittadino qualunque — o a quel fascista di comodo — che oggi applaude, convinto di essere al riparo, e domani si sarebbe risvegliato più povero, più solo, meno libero.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine
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