In Italia, la depressione post-partum colpisce circa l’8–12% delle neomamme. Compare solitamente tra la sesta e la dodicesima settimana dopo il parto. Va distinta dal cosiddetto baby blues, una condizione transitoria che interessa fino al 70–80% delle donne nei primi giorni successivi alla nascita del figlio. Il baby blues si manifesta con sbalzi d’umore, pianti e irritabilità, ma tende a risolversi spontaneamente entro 10 giorni. Non è considerato un disturbo clinico.

La depressione post-partum, invece, è una condizione clinica più seria e duratura. Se non trattata adeguatamente, continua nel 50% dei casi anche dopo sei mesi. Nel 25% dei casi può protrarsi fino a un anno. Tuttavia, con interventi terapeutici mirati e tempestivi, l’episodio depressivo può avere una durata compresa tra i due e i sei mesi.

Nonostante l’aiuto dato da operatori sanitari come ostetriche, ginecologi e pediatri, questa forma di depressione viene spesso ignorata, non riconosciuta. In molti casi non viene offerto un supporto psicologico adeguato, né attivato un percorso terapeutico efficace.

Le barriere culturali 

Depressione post-partum: troppe madri lasciate sole 

A ostacolare la richiesta d’aiuto sono anche barriere di tipo culturale e psicologico: molte donne evitano di parlare del proprio malessere per vergogna o senso di colpa, temendo di non essere all’altezza del ruolo di madre. La società impone l’immagine della neomamma sempre felice, appagata e in forze di fare tutto, oscurando completamente la sua fragilità.

Il problema è spesso sottovalutato anche all’interno delle famiglie o dallo stesso personale medico, contribuendo a un senso di solitudine e inadeguatezza.

A ciò si aggiungono difficoltà economiche e lavorative: circa una donna su cinque lascia il lavoro dopo la maternità, spesso scoraggiata o penalizzata dall’azienda. Questo impatto negativo sulla carriera professionale si riflette anche sul benessere emotivo, contribuendo a un senso di isolamento e a una crescente dipendenza dal contesto domestico, senza un reale supporto né familiare né istituzionale.

In Italia mancano percorso strutturali di supporto 

Nel nostro paese mancano ancora percorsi strutturati di accompagnamento alla maternità nel post-parto. Non c’è un piano formativo o educativo che prepari le donne al cambiamento psicologico, relazionale e identitario che la maternità comporta, né un sistema organizzato di supporto psicologico accessibile.

Al contrario, in molti Paesi europei, come la Svezia, la Francia o i Paesi Bassi le cose sono diverse. Esistono servizi pubblici di accompagnamento e sostegno psicologico alle madri, che vengono attivati già durante la gravidanza e proseguiti nei mesi successivi al parto. In questi contesti, il benessere mentale delle neomamme è considerato parte integrante del sistema sanitario, e il sostegno emotivo è riconosciuto come un diritto, non come un lusso.

L’Italia ha urgente bisogno di seguire questi esempi, investendo in educazione, prevenzione e formazione di personale dedicato all’assistenza post-partum, affinché nessuna madre si senta più sola in uno dei momenti più importanti e difficili della sua vita.

Inoltre, il benessere emotivo delle madri non è un lusso, ma una condizione necessaria per la salute dell’intera famiglia, lo Stato dovrebbe farsi carico di garantire servizi accessibili, continui e gratuiti a tutte le neomamme.

Giorgia Torresin

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