Nella notte tra sabato e domenica, uno studente-lavoratore di diciotto anni è stato aggredito e picchiato a Bressanone, Alto Adige, da un branco. Cinque o sei ragazzi altoatesini – che, stando agli accertamenti, verrebbero da un paesino della Val d’Isarco – si sono accaniti con una violenza tale da provocargli un trauma cranico, la rottura del setto nasale e la frattura del pavimento orbitario. Non si escludono lesioni permanenti.
Il giovane si trovava al Forum della città in occasione del Maturaball, una festa organizzata per i maturandi. Secondo le prime ricostruzioni, sarebbe intervenuto in difesa di un amico in difficoltà, importunato dal gruppetto. Gli assalitori, a quel punto, si sarebbero scagliati contro di lui; durante il pestaggio, lo avrebbero insultato con l’appellativo «dreckwalscher», ovvero «sporco italiano». Non si esclude, dunque, la matrice etnica della violenza.
Bressanone: le parole del padre del ragazzo
Nessuno, in un primo momento, ha fermato i giovani altoatesini; qualcuno, addirittura, avrebbe scattato dei selfie, documentando la rissa. Il ragazzo dovrà affrontare due operazioni al naso e ad un occhio, dal quale non vede più bene. «Per il momento è rientrato dall’ospedale dove è stato ricoverato», ha raccontato suo padre a Rttr Alto Adige, «Lo colpivano con calci e pugni alla testa con una ferocia inaudita e quando ha cercato di fuggire l’hanno ripreso, urlando ‘finiamolo’. Volevano ucciderlo. Grazie alle due persone che lo hanno salvato». Il signor Renato è deciso a ottenere giustizia per quanto successo a suo figlio: «Voglio solo che chi ha sbagliato paghi. Chiedo giustizia; l’ho promesso a mio figlio e quindi andremo fino in fondo.».
Nel frattempo, il deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Urzì ha dichiarato di aver portato il caso «all’attenzione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi». Queste le parole del politico in riferimento all’episodio: «Non posso che esprimere gratitudine al padre del ragazzo per il coraggio messo nel denunciare un episodio che non può essere sottovalutato. E fa bene a rifiutare i tentativi da parte di alcuni del branco di rigettare le proprie responsabilità, nelle ore successive all’episodio: anche chi è rimasto con il telefonino acceso a riprendere il pestaggio, con un sottofondo di odio etnico, ha una responsabilità».
Federica Checchia
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