Gran bella serata di cantautorato per un artista di talento
Ieri al Monk (locale romano da anni tra i più in voga per la musica live, allo stesso tempo fra i più attenti a una proposta sonora di alto livello) è andato in scena il concerto di Antonio Dimartino. 36 anni, palermitano, quattro album solisti – senza contare l’omaggio a Chavela Vargas realizzato in coppia con Fabrizio Cammarata – una carriera ormai quasi decennale alle spalle e un pubblico affezionato a seguire ogni suo passo artistico.
Sono quasi 40 i minuti di ritardo rispetto all’orario di inizio concerto comunicato su Internet e social: nessuna protesta o problema tecnico, piuttosto un lasso di tempo utile per smaltire la lunga fila di pubblico all’ingresso, estimatori dell’artista (tra cui anche qualche volto noto: più tardi noteremo tra la gente sia Niccolò Fabi che Francesco Motta) che pian piano finiranno per riempire il locale quasi al ‘sold out’.

Un caloroso applauso sottolinea l’arrivo dei quattro musicisti sul palcoscenico: con una camicia di seta verde smeraldo, lunghi capelli neri e barba incolta c’è naturalmente Antonio, imbracciando il suo basso Fender. Alla sua destra Angelo Trabace (tastiere, cori), alle spalle Giusto Correnti (batteria, cori) e alla sua sinistra Simona Norato (chitarra; tastiere; percussioni; cori), quest’ultima membro aggiunto del trio nel live, vecchia amica nonché storico componente dei Famelika, la band in cui tutto il gruppo militava prima di iniziare il percorso solista firmato Dimartino.
Il tour, iniziato a Palermo oltre un mese fa, viaggia a pieni giri e volge ormai al termine – stasera al Locomotiv di Bologna calerà il sipario – con uno spettacolo oliato in ogni suo meccanismo. Poco spazio alle chiacchiere
(se non per qualche breve presentazione di una manciata di brani), quasi nulla a frivole scenografie, pose da star o effetti speciali.
Al cuore di questo spettacolo ‘soltanto’, si fa per dire, le viscerali emozioni suscitate dal pop-rock elettro/acustico sprigionato dagli strumenti e dalle voci, un cantautorato intimo e confessionale, sempre inquieto e sempre sincero, che da piccole storie da bozzetto familiare riesce a coinvolgere nel suo racconto un’intera generazione in empatia.

Una ventina i brani eseguiti, bis compreso: in quasi un’ora e mezza ascolteremo tutti e dieci i brani di “Afrodite” – album gioiello uscito un paio di mesi fa – e poi naturalmente alcune tra le canzoni più amate del cantautore palermitano: “Cercasi anima“, “I calendari“, “Come una guerra la primavera“, “Maledetto autunno“, “Non siamo gli alberi” e “Amore sociale” che chiuderà il concerto.
A nostro parere, esclusi i ‘doverosi’ cavalli di battaglia estrapolati dai dischi precedenti e cantati a memoria dal pubblico in platea, risultano particolarmente riuscite canzoni come “Feste comandate” (con un bell’intro acustico), “Due Personaggi“, il contagioso groove funky di “Cuoreintero“, il piglio rock super trascinante di “Pesce d’aprile” e la freschezza pop di “Giorni Buoni“.
Vincente l’innesto alla chitarra elettrica di Simona Norato: senza assoli o virtuosismi superflui, riesce a dare colore e accenti new wave à la Talking Heads, talvolta acidi e graffianti, che tuttavia ben si adattano alla morbidezza languida delle parole in musica di Antonio.
Il quale, in chiusura, non si lascia scappare l’occasione di una stoccata polemica rivolta al ministro dell’Interno Matteo Salvini presentando “Niente da dichiarare“, un brano che profuma di viaggio e desiderio di abbracciare il mondo senza pregiudizi e senza tener conto di confini e documenti.
Ai curiosi che ancora non lo conoscessero, consigliamo vivamente di approfondire la discografia di questo artista: già, perché prima e oltre la necessaria, liberatoria “verifica” dell’esperienza live, crediamo che la musica di un grande come Dimartino debba essere accolta/interiorizzata con la giusta cura, lasciandola sedimentare tra le pieghe dell’anima.
Ariel Bertoldo





