Non è detto che tutto ciò che sia visibile dica la verità, né voglia dircela. Disclosure Day, l’ultimo film di Steven Spielberg, usa una regia e una fotografia consona a raccontare gli elementi primari dell’era in cui viviamo. Lo schermo esce fuori da questo lavoro artistico come il vero protagonista del film. Così come l’occhio umano, quello che ha sete di verità e che con un aiuto ‘extra-terrestre’ può davvero attingervi. Analizziamo come l’ultimo film del regista di E.T, Lo Squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo si faccia testamento dell’era contemporanea.
L’ultimo capolavoro di Spielberg
Disclosure Day è l’ultimo gioiello di Steven Spielberg, uscito in sala con Universal Pictures il 10 giugno. Il film parte da un interrogativo esistenziale: se qualcuno ci mostrasse una prova concreta dell’esistenza di vita extraterrestre, saremmo pronti ad accettarla? Oppure la paura avrebbe il sopravvento? La storia ruota attorno all’idea di una rivelazione imminente, un evento capace di cambiare per sempre il modo in cui l’umanità guarda se stessa e al proprio posto nell’universo. Non si tratta solo di scoprire se siamo davvero soli, ma di capire cosa succede quando una verità così grande smette di essere un segreto e diventa qualcosa che appartiene a tutti.

Nel film, la protagonista Margaret Fairchild è una meteorologa di Kansas City ed ex giornalista, interpretata da Emily Blunt (Oppenheimer). Accanto a lei troviamo Daniel Kellner, un giovane esperto di cybersicurezza e whistleblower interpretato da Josh O’Connor (La Chimera), determinato a portare alla luce informazioni che potrebbero cambiare il destino del mondo. Come spesso accade nel cinema di Spielberg, il vero centro della storia non è solo l’evento straordinario, ma il modo in cui le persone reagiscono davanti all’impossibile: con paura, curiosità, negazione o desiderio di verità.
Niente è come prima
Tutto è così profondamente mutato dai suoi capolavori aurorali. Lo Squalo (1975), Incontri Ravvicinati del terzo tipo (1977), E.T., l’extraterrestre (1982) facevano coincidere l’ignoto con un meraviglioso, seppur arduo, viaggio di scoperta. Stavolta non è più così. In Disclosure Day siamo sull’orlo dello scoppio della terza guerra mondiale, domina il caos, mentre i big media prendono il sopravvento. Più la pervasività mediatica è protagonista in questo film più i personaggi appaiono soli e spaventati. Finché il cerchio si stringe attorno a Margaret e Danny, unici detentori di un sapere sovrumano, e mediatori di eccezionali verità. Tutto questo è corroborato da una fotografia cupa e da un apparato musicale drammatico che limina il mondo in cui vivono i personaggi. Questo almeno finché l’ingerenza aliena non si fa chiara e la regia elegge, grazie agli occhi di Margaret, un linguaggio caldo ed empatico.

Il regista, con il suo nuovo thriller fantascientifico, si conferma un grande osservatore del presente e di conseguenza anche un efficace traduttore visivo della nostra era. Quello che stupisce di Disclosure Day, infatti, non è tanto l’apparato registico – che si conferma di altissimo livello e di marchio coerentemente spielberghiano. I fasci di luce, la ‘Spielberg face’, l’assenza di controcampi, dimostrano che la regia a cui ci ha abituati non è cambiata, ma anzi si fa ogni volta più solida e coerente con il suo modo di vedere le cose. Ciò che stupisce è il leitmotiv semantico del film, che si insidia lento e preciso. A ben guardare, il visivo, su cui è schiacciata l’era contemporanea (vuoi i social, vuoi la pervasività dei media tv, vuoi la nevrosi di voler apparire), è del tutto protagonista in questo film.
Regia e fotografia al servizio di una missione precisa
Un esempio sono proprio i calci in macchina di un wrestler nella scena d’apertura del film. Come se in questo modo fossimo noi stessi lo schermo televisivo di questo grande show, gli occhi puntati di questo eterno telegiornale. E ancora le riprese attraverso il vetro, che puntellano le sequenze del thriller. Osserviamo attraverso gli schermi della base militare, poi attraverso i finestrini delle vetture, il parabrezza bagnato dell’auto, il coltello rifrangente di Jean, lo schermo tv, senza parlare dell’oceano di cellulari luminosi attraverso cui si apprende la notizia finale.
Non è un caso neanche che l’ultima inquadratura sia proprio la televisione, lo schermo da cui Margaret annuncia il messaggio alieno. Il giornalismo, ventricolo dell’era mediatica, è il nuovo mezzo messianico del presente, quello che unisce tutti in un momento storico di grande fragilità sociale e geo-politica. Ed è proprio attraverso il giornalismo che l’alieno può manifestarsi, con tutti i rischi psicologici che l’umano corre.
La fotografia di Disclosure Day, inoltre, elegge nella prima parte del film un mondo noir, fatto di ombre e vetri neri. Man mano che si va avanti, usciti dalla medias res iniziale, ci si addentra nella quotidianità di Margaret e la pellicola si illumina. Ricompaiono i famosi ‘fasci di luce spielberghiani’ e il conseguente stupore verso il mondo che ci circonda. Un passaggio fotografico ben evidente nelle scene in cui la natura animale appare in sintonia con i due protagonisti prescelti. C’è sempre più posto per la cosiddetta ‘Faccia da Spielberg’ e finalmente, solo quando la verità viene pian piano a galla, torna la meraviglia: l’ingrediente saliente di questo portentoso regista.
La difficile ricerca del vero
Nonostante ciò che stuzzichi la curiosità e il fascino di Spielberg resti trionfalmente l’ignoto, sono cambiati i mezzi per conoscerlo. Ne Lo Squalo era affidato solo e unicamente all’umano il compito di sfidare l’ignoto, la minaccia marina e le proprie paure. Lo Squalo, più di altri, è stata una narrazione quasi sofoclea, in cui l’uomo si è scoperto per la prima volta, sì solo e senza Dio, ma ancora capace di fare qualcosa. In Icontri ravvicinati, invece, c’era l’uomo e la dimensione corale della comunità, quella che si stringeva attorno alla ricerca del vero, aiutati dalla scienza alleata. In Disclosure Day, l’uomo, al contrario, non è più in grado di eleggere la comunità. Le travi fragilissime su cui l’uomo sembra camminare fanno scricchiolare ogni archetipo legato al gioco di squadra. Domina il segreto, il vetro sfocato, la minaccia.
A dominare è lo schermo, sia come mezzo predominante dell’era digitale sia come baluardo di verità. Il film esce in concomitanza con la pubblicazione del Pentagono dei file UFO, e questo ci dice molto sui probabili anni di coercitivo insabbiamento delle tracce aliene sul nostro pianeta. Che Spielberg abbia previsto tutto o che voglia invece parlarci chiaramente di quei file non lo sapremo mai. Ciò che è certo è che la cifra registica e stilistica di questo film, ineccepibile nei suoi comparti tecnici, elegga la connessione come un bene a rischio. Proprio paradossalmente quando gli esseri umani, sembrano più connessi mediatamente.
Non c’è avventura alla Indiana Jones, non c’è mondo favolistico alla E.T., non c’è azione in questo film che non sia strettamente collegata al macro-mondo del visuale. Sia come minaccia che come baluardo. “Il mondo ha bisogno di sapere la verità”. “Non avere paura di ciò che non conosci”. Queste sono le frasi più importanti di questa sceneggiatura che suggellano la sete di verità in un mondo in cui tutto è visibile, ma niente è vero. Il giorno in cui lo schermo coinciderà con la verità che conta, il mondo si troverà a dover affrontare la più grande svolta dalla nascita del genere umano.
Il dono perduto dell’empatia
Al di là del tema ‘alieno’, questo film deterrà negli a venire un valore altissimo. Questo perchè, come sempre, Spielberg piega la fantascienza ad uno scopo più ampio.
In un’arena di schermi luminosi, quelli attraverso i quali vediamo il mondo, può restare intatta la relazione umana? Nel film Hugo parla del valore supremo degli alieni, coincidente con l’empatia. Lo stesso sentimento che sembra prosciugarsi nel cuore umano, causando conflitti e guerre ad effetto domino. Se da un lato gli schermi parlano la lingua digitale e televisiva, dall’altra parte il personaggio di Margaret, sempre più cosciente delle sue doti aliene, ci fa vedere l’altra faccia del ‘visivo’: lo sguardo. Gli occhi umani sono i più potenti trasmettitori di sentimenti ed emozioni. Se dunque Margaret riesce a conoscere la storia di ognuno solo guardandolo negli occhi è perché gli alieni conservano, a dispetto nostro, il dono dell’empatia. Quello che purtroppo, l’umano, ha perso.
Il cinema è vivo, se dubitiamo
Disclosure Day è un esempio super-partes di quanto il cinema non sia morto. La regia lucida e meticolosa di Steven Spielberg dimostra la capacità innata di manipolazione di questo regista, il talento di incantare e far riflettere con i suoi meravigliosi mondi extra-umani.

E se l’ultima possibilità di salvezza venisse davvero da molto lontano? dalla lezione di esseri alieni? Ciò che il film vuole dirci è che c’è bisogno, oggi più che mai, di una sana arrendevolezza. Urge la messa in discussione del proprio ego, di un Dio cristiano, e persino dell’esistenza intera per conoscere la verità.
Il dubbio spezza la monoliticità dello schermo che anziché generare domande, fossilizza la vita in pericolosissime certezze. Se Disclosure Day è una grandissima opera, non è solo per i suoi validissimi effetti filmici. Si veda il cast, l’uso degli effetti speciali, la musica di un gigante come John Williams. Piuttosto è per come Spielberg abbia messo tutte queste cose al servizio di un messaggio urgentissimo: l’occhio umano e umanizzato sopra la freddezza mendace dello schermo.
E a catena l’urgenza di un cambio di prospettiva. Lo sgretolamento delle sovrastrutture egocentriche per accogliere la possibilità di nuovi orizzonti, in cui, forse, l’umano è ancora possibile. “Ascoltate…”, recita Margaret a fine film; e se pure mettessimo un punto a questo verbo, avremmo colto il messaggio di Spielberg, per il tutto il genere umano.
Doriana Gatta





