Cinema

“Donbass”: il grottesco di Loznitsa vince l’orrore della guerra

Adv

Quando la telecamera riprende il volto di un’attrice trasformato dal pennello di una make up artist, ci sono tutti i presupposti affinché il film che si sta guardando sveli presto il suo carattere meta cinematografico. Invece, assaporando i primi dieci minuti di “Donbass“, si realizza con brutalità che non è di questo che si tratta. I suoni delle bombe, gli ambienti desolati, in cui sono il grigio del cielo, la distruzione e il colore verde militare a trionfare, trasportano lo spettatore nel mondo della guerra. Non c’è nulla di surreale, tanto meno di menzognero: nel documentario dell’ucraino Sergey Loznitsa c’è una verità scomoda, quella alimentata dalla violenza di un conflitto civile che tutt’oggi sussiste.

Donbass“, premiato per la miglior regia al Festival di Cannes nel 2019, ritorna prepotentemente a far parlare di se grazie all’ultima edizione del “Trieste Film Festival in Tour 2022“, kermesse cinematografica a cui aveva già partecipato tre anni fa. Un ritorno inaspettato, alimentato dall’esigenza di dire qualcosa in più sulla guerra in Ucraina, conflitto al quale i media stanno dedicando tutte le loro attenzioni da 28 giorni a questa parte. Il documentario raccoglie 13 episodi realmente accaduti nell’Ucraina Orientale tra il 2014 e il 2015. E’ proprio nella regione del Donbass che la popolazione soffre le conseguenze dettate dagli scontri alimentati dai separatisti e della proclamazione dello Stato della Nuova Russia.

“Donbass”: la guerra dei contrasti

Sergey Loznitsa affronta un’argomento ostico, importante e delicato, affidandosi al grottesco dei suoi protagonisti. I suoi racconti sopravvivono grazie all’elemento del contrasto. Se da un lato ci sono i volti desolati, stanchi e affamati dei civili, dall’altro compaiono le gesta esuberanti, caricaturali e poco ortodosse di chi riveste cariche politiche e militari. In alcuni momenti del documentario si ha la percezione di essersi smarriti, di aver perso il filo del racconto; ed è esattamente così. La guerra travolge caoticamente chi la subisce e chi pensa che sia la soluzione a diatribe territoriali e a smanie di potere. La guerra incattivisce, rende più brutti, come testimoniano i toni e le battute di poco gusto che i soldati rivolgono a un reporter tedesco, deriso e chiamato “fascista, nemico”.

La guerra riporta la memoria ai conflitti del passato, ai pregiudizi che gli stessi invasori si sono guadagnati con le loro cattive azioni. Nessuno esce illeso da un conflitto civile. I poveri cittadini si rifugiano nei bunker dai quali sognano di uscire il prima possibile. Persone di ogni età sono costrette ad abbandonare le loro abitazioni per ritrovarsi in umidi rifugi alimentati dalle tiepide luci di poche candele. Il cibo è razionato, il freddo ammutolisce, la mancanza di qualsiasi comfort inaridisce. Eppure c’è una gracile signora anziana che non vuole abbandonare la sua nuova comunità e, alle suppliche di andare a vivere con la figlia benestante, risponde con un silenzio spiazzante.

Ebbene si, la guerra ti porta a prendere una posizione: o da questa o da quella parte. Sembra quasi che l’orgoglio di appartenere ad una specifica fazione offuschi il buon senso, il desiderio di sopravvivenza. Anche i militari sono prigionieri della guerra. Sostano retti nei vari check Point del Donbass, aspettando qualche nemico da fermare o qualche alleato a cui sottrarre un pezzo di carne per sfamarsi. Sono veraci, disperati, mentre condividono le ultime provviste a loro disposizione. Eppure fingono di trovarsi a proprio agio tra quei campi fatti di terra secca, di non essere deboli. C’è, invece, un gruppo di giovani che ha preso un gremito autobus di linea per sfuggire agli orrori della guerra e si ritrova di fronte ad un militare che li ispeziona per arruolarli in direttissima. Loro si che hanno paura.

Ci sono le proteste dei cittadini sopravvissuti, che contestano il potere in maniera piuttosto pittoresca o si accaniscono con violenza contro uno dei capri espiatori immolati nella piazza. E poi c’è l’amore che trionfa, quello per il potere. E a vincere nella penultima scena è il grottesco in persona, rappresentato dalla diabolica unione di due sposini dai toni tutt’altro che romantici. Infine si torna dove tutto ha inizio: davanti alle telecamere, le stesse che avrebbero dovuto riprendere la quotidianità dei cittadini durante la guerra civile nel Donbass. Si racconta che dall’inizio del conflitto non sia cambiato nulla, che i cittadini vivano sereni e felici. Eppure gli attori che avrebbero dovuto rappresentare questa scena non ci sono più, sono stati uccisi.

Marta Millauro

Seguici su

Facebook

Metropolitan Magazine

Instagram

Twitter

Related Articles

Back to top button