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Maggio 16, 2021, domenica

Ermal Meta, un sognatore dallo spirito libero come un “Vento Di Montagna”

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Ermal Meta: occhi trasparenti, sguardo affascinante, sorriso luminoso e ammaliante. Una scura chioma riccia che incornicia un viso angelico. Parla 4 lingue più il dialetto barese, ed il suo nome in albanese significa Vento Di Montagna.

Attraverso la sua voce e la sua musica scava nel nostro presente, nel nostro passato. Nei suoi testi si può leggere un mondo a cui ha dato forma con le sue parole. Il suo stile ricorda molto il buon vecchio cantautorato di una volta. Ma vediamo nello specifico quale storia si cela dietro quello sguardo ridente e trasparente, che porta il peso di un passato difficile, ma dal quale ne è uscito più forte di prima.

Ermal Meta, libero come un Vento Di Montagna

Ermal Meta nasce a Fier, in Albania il 20 aprile 1981; figlio d’arte, la madre è una violinista professionista, è accompagnato dalla passione per la musica sin dalla tenera età. Sin da quando era un ragazzino Ermal è sempe stato uno spirito libero, un’anima ribelle. Cosa che lo ha portato poi ad interrompere successivamente gli studi delle discipline musicali in Albania troppo severi per un ragazzino vivace e “indisciplinato” come si definisce lui, e a continuare da autodidatta.

Con sua madre, sua sorella e suo fratello minore giungono sulle coste baresi nel 1994, accompagnati da un traghetto; il quale ha trasportato le loro anime verso la salvezza dagli abusi di un padre assente da lui definito violento. E dalle ceneri di un paese che era purtroppo vessato dai soprusi di una delle dittature più feroci della storia. vediamo cosa accadde.

Ermal Meta e l’Albania ai tempi del comunismo di Enver Hoxha

In Albania, nel periodo della seconda guerra mondiale si formò un nuovo governo con a capo il Partito Comunista, il cui leader era Enver Hoxha. Egli portava avanti la sua ideologia prettamente staliniana. Abolì la proprietà privata, nazionalizzò le industrie, effettuò la riforma agraria e si occupò dell’istruzione e della sanità.

Tutto questo per fare in modo che l’Albania si avviasse ad essere una nazione socialista indipendente che fosse in grado di produrre a sufficienza le proprie risorse, in modo da ridurre al minimo le importazioni delle materie prime. Parallelamente diede inizio anche ad un meccanismo di repressione forzata che tolse ogni libertà di espressione e di pensiero alle persone.

Enver Hoxha vietò il culto religioso, di qualsiasi forma o credo. In una recente intervista Ermal Meta, racconta infatti di come non fosse particolarmente legato alle feste religiose, questo perchè in Albania, ma in generale nei regimi comunisti la religione era vietata, e le festività liturgiche come Natale, Capodanno e Pasqua li erano soppresse, e le ha conosciute in secondo momento in Italia.

Le condizioni del popolo durante la dittatura

Il popolo viveva in condizioni spaventose, era povero, malnutrito, spaventato e non poteva esprimere i propri pensieri in nessun modo. Il cibo era razionato. Per quanto riguarda la politica tutti erano iscritti al partito, e ne dovevano elogiare le gesta.

A scuola gli insegnanti propagavano false verità, dicendo ai bambini quanto fossero fortunati a vivere in un paese ricco e forte come l’Albania. Arte, musica, letteratura, spettacolo erano discipline controllate e pilotate dal regime. Tutte le forme di comunicazione erano manipolate, per propagare solo quello che il regime volesse far sapere.

L’occidente, il nemico numero

Hoxha infatti era ossessionato dall’occidente che considerava il nemico numero uno. Proprio per questa sua ossesione, durante quegli anni si poteva guardare solo ed esclusivamente la televisione di stato che trasmetteva programmi di propaganda a favore del regime. I televisori dell’epoca erano costruiti con un pulsante solo. Tuttavia ben presto il popolo scoprì che girando l’antenna in un determinato modo, poteva prendere le emittenti televisive italiane. È per questo che molti albanesi parlano italiano.

Girare l’antenna verso l’Italia era un’operazione assolutamente vietata. Una cosa del genere, se scoperta dalla polizia o dal partito, poteva condurre un’intera famiglia in prigione o nei campi di lavoro. Tuttavia non sempre le emittenti italiane arrivavano in tutte le zone. Infatti Ermal racconta che nel luogo in cui ha vissuto da ragazzino, le tv non arrivavano, e per imparare l’italiano si procurava dei libri che leggeva, studiava e traduceva piano piano.

Il popolo veniva “Rieducato”con la prigionia. Il numero di persone che furono imprigionate durante la dittatura di Hoxha è incommensurabile. Lo scopo ufficiale della detenzione era la “rieducazione e la riabilitazione” attraverso la sofferenza e il lavoro. I detenuti scontavano la pena eseguendo lavori forzati, in condizioni disumane. Moltissime furono le morti per maltrattamento, tortura, denutrizione e malattia.

Il Sigurimi e la perdita di ogni diritto umano

Il Sigurimi, era l’organismo preposto alla difesa del potere e del comunismo. Si trattava di una sorta di Intelligence che si occupava di attaccare gli avversari politici e di scovare i nemici del potere.Il Sigurimi era onnipresente. Questo terrificante meccanismo di controllo e di intercettazione si avvaleva di Microspie, microfoni e fotocamere nascoste piazzate dappertutto per controllare e intercettare chiunque.

Chiunque era sospettato conseguenza veniva sottoposto a controllo e misure di sorveglianza da parte del Sigurimi per tutta la durata della sua permanenza in Albania. I turisti dovevano seguire delle regole rigidissime che prevedevano il taglio di capelli e basette e uno stile di abbigliamento conforme all’estetica socialista.

Albania, paese dei bunker

Il continuo fermento politico e militare dell’Europa tormentava Hoxha. La sua ossessione raggiunse livelli talmente assurdi che a partire dagli anni ’50, iniziò la bunkerizzazione del territorio. Fece costruire migliaia e migliaia di bunker antiatomici, se ne contano circa 35000. Essi facevano parte di una politica del terrore nata dalla  convinzione di vivere accerchiati con la possibilità di un costante imminente attacco straniero.

Enver Hoxha morì nel 1985. Con la sua assenza il sistema che aveva creato iniziò ad apparire per quello che era, una follia che aveva portato il paese ad una situazione disperata. Tuttavia nel 92 stava iniziando l’ennesimo difficile periodo politico, economico e sociale per l’Albania. Fu allora che una volta riaperti i confini, gli albanesi iniziarono a lasciare la loro madre terra per raggiungere le tanto desiderate coste italiane.

L’episodio più significativo dell’ondata di immigrazione che si ebbe in Italia dal 1990 al 1992 è quello dell’ arrivo a Bari della Vlora. Esso rimane ancora oggi il più grande sbarco di migranti mai giunto in Italia con un’unica nave, con a bordo intorno alle 20000 persone. La nave attraccò al porto di Bari l’8 agosto 1991, con in estremo; tuttavia non tutti superarono il viaggio.

Ermal Meta, una fenice rinata dalle ceneri della propria terra

Ermal Meta - fonte:https://www.facebook.com/ermalmetainfo/ PH: Andrea Brusa
Ermal Meta – Ph: Andrea Brusa – fonte: https://www.facebook.com/ermalmetainfo

E cosi che il 16 giugno 2020 Ermal ci racconta del suo arrivo in Italia, con queste toccanti parole che esprimono tutta la dolcezza e la sensibilità di cui è dotato:

“Oggi compio 26 anni. Ero già vivo quando nacqui, avevo 13 anni e il 16 giugno del 1994 persi la vita che avevo per viverne un’altra. Attraversai il mare e misi i piedi su una terra straniera. Italia la chiamavano, si chiama ancora così. Non ne sapevo nulla, ma lentamente ho iniziato a guardarla e poi a vederla. Poi mi sono lasciato guardare a mia volta.

Non fu amore a prima vista, ma qualcosa da costruire con fatica, pazienza, lotta e infine pace. Adesso siamo totalmente in simbiosi anche se ogni tanto mi fa perdere le staffe. Succede quando vedo alcuni che non hanno dovuto fare fatica per farsi amare da lei, trattarla come se ci fosse un posto più bello o migliore in cui vivere, quando l’arroganza viene chiamata forza, quando ci dimentichiamo che non saremo qui per sempre mentre lei si. Ci vedrà passare e lasciare tracce più o meno profonde. Lei non si arrabbia, sorride e a guardare bene, ogni tanto, in quel sorriso c’è dell’amarezza.

Quando sbaglio le dico “dai sono giovane, ho solo 26 anni”, sperando di cavarmela, ma lei lo sa che ho barato, glielo ha detto la mia terra d’origine che si trova di fronte. Quella terra era una madre troppo povera e troppo disperata per occuparsi di tutti i suoi figli, così alcuni di loro li mandò da sua sorella, di fronte. Sotto il mare le loro mani sono avvinghiate dalla notte dei tempi come quelle di giganti sdraiati e noi piccoli uomini crediamo di appartenere a mondi diversi solo perché non vediamo con gli occhi questo legame.

Non ci accorgiamo che parliamo la stessa lingua quando amiamo, quando gioiamo, anche quando ci incazziamo, quando ridiamo, quando ci abbracciamo, e che parliamo lingue diverse solo quando parliamo. Sorrido quando penso a quel giorno, ricordo che tremavo costantemente, come se facesse freddo. Avevo la sensazione di andare lontanissimo. Se potessi incontrare quel bambino per pochi secondi gli direi: “ehi, non ti preoccupare, stai solo andando a casa di tua zia che ti tratterà come un figlio.” [Ermal Meta]

“Parlando del concetto di tolleranza, che spesso viene impropriamente usato Ermal sostiene: “Ho sempre avuto un grosso problema con questa parola, la odio, significa accettare malvolentieri, sopportare… è una coperta di qualcosa che non si vuole guardare. Dentro la parola tolleranza c’è già un pregiudizio, sarebbe bello sostituirla con parole come cultura e conoscenza. E torniamo al destino universale: il destino universale vuole insegnare la normalità, noi siamo persone che condividono lo stesso tempo”.

Il ritorno di Ermal in Albania

Ermal ritorna in Albania,li ha portato una realtà a cui gli albanesi pare non siano molto abituati, cioè quella dei concerti con canti balli dove c’è un grande coinvolgimento del pubblico. Insomma c’è stato un bellissimo incontro tra due culture diverse come si evince anche dai commenti che sono stati fatti sotto ai video dei concerti che il Meta ha tenuto a Tirana.

Occasioni come queste sono un veicolo promozionale importante per diffondere la reciprocità culturale tra i due paesi. Infatti egli ha portato la sua musica e la nostra cultura nella sua terra natia. Ci è ritornato vincitore, rendendo la sua terra orgogliosa come sarebbe orgogliosa una madre per un figlio che ritorna dopo aver realizzato i suoi sogni.

Ilaria Cipolletta

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Ilaria Cipollettahttp://www.metropolitanmagazine.it
Musicista, laureata in culture digitali e della comunicazione, e prossima a intraprendere la laurea magistrale in discipline delle arti della musica e dello spettacolo (DAMS), aspirante giornalista. Appassionata di fotografia, cultura, antropologia, e tradizioni folkloristiche, amante di arte, cinema e teatro. Ama viaggiare, e scoprire sempre cose nuove per raccontarle agli altri, ed arricchire il proprio bagaglio artistico e culturale.
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