Essere transgender: cosa significa, la mia storia

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Di Giorgia Bonamoneta

L’articolo che state per leggere sull’essere transgender nasce dall’esperienza e dalla conoscenza di Sofia, alleata, protagonista e attivista di questi tempi.

Transgender e gender: conoscere i termini

Spesso, in Italia, c’è tanta confusione con i termini transgender, transessuale, non binario, identità di genere e “gender”; così tanta che alcune forze politiche ne hanno approfittato per giustificare la negazione di diritti a una delle minoranze più martoriate del nostro pianeta.

Forse vi ricorderete, dalle lezioni di Geografia delle elementari, i termini “Transalpino” (oltre le Alpi) e “Cisalpino” (da questo lato delle Alpi), e noterete anche qui i prefissi trans e cis; e cosa significano prefissi, nel dettaglio? Chiediamo aiuto alla Treccani:

  •  Trans: al di là, attraverso;
  •  Cis: di qua.

Da queste informazioni possiamo capire il significato di transgender e cisgender. Dove una persona transgender è quella persona la cui identità di genere è al di là (diversa) di quella supposta alla nascita, mentre una persona cisgender è una persona la cui identità di genere è al di qua (uguale) a quella supposta alla nascita. Transessuale e Cissessuale, quindi seguono lo stesso pattern, ma con “il sesso”, gli organi genitali e/o gli ormoni, ma questi termini sono obsoleti, e ignorano tutte le persone che non possono/vogliono operarsi e/o prendere ormoni. Transessuale, inoltre, ha una accezione negativa nel mondo moderno e viene spesso considerato discriminatorio e offensivo come termine.

Gender e identità di genere cosa sono allora?

Beh, partiamo con gender, la parola inglese per “genere. Semplice, no?
La nostra società moderna, basata su valori estremamente limitati derivati da religioni abraimiche (“Il Dio di Abramo”, come spesso ci viene raccontato nel libro dell’Esodo) come Cristianesimo, Islam e Ebraismo, ignora la complessità dei sessi, che sono più di due[1], e dei generi, anch’essi più di due[2] e soprattutto cosa totalmente diversa dal sesso Spesso pensiamo all’identità di genere come uguale al sesso perché, nella nostra società che semplifica tutto fino a ridurre la vera complessità umana alla banalità, nella maggior parte dei casi ciò combacia. In realtà, per alcune persone, non combacia affatto.

L’identità di genere è la consapevolezza di chi sei, del tuo genere, a prescindere da qualunque sia il tuo sesso. Quindi, semplificando, una persona che sa di essere donna, ma è nata con genitali solitamente associati al sesso maschile, è transgender; mentre una persona che sa di essere donna ed è nata con genitali solitamente associati al sesso femminile, è cisgender. L’identità di genere si forma nei bambini, intorno alla età dei tre anni[3] e si stima che nello 0.6% della popolazione (quindi circa 48 milioni su 7,9 miliardi di persone, l’equivalente di due terzi della popolazione Italiana) è transgender.

E non binario? È un insieme d’identità di genere, quelle che non rientrano nel binarismo “uomo-donna”. C’è chi si sente in parte una delle due, chi si sente entrambe le due, chi nessuna delle due e chi tutt’altro. Un classico esempio sono le persone “Two Spirit” nella cultura dei nativi americani, persone e culture che esistono da prima che noi europei arrivassimo a colonizzare, uccidere, schiavizzare e convertire al cristianesimo le persone native con le missioni iniziate da Cristoforo Colombo.

Cosa significa davvero essere transgender? La storia di Sofia

Vi racconto la mia storia personale, perché non c’è una risposta unica a questa domanda, ma ogni persona ha la sua personale e diversa storia.

Nacqui in Italia, a Roma, 26 anni fa, nel dicembre del 1995. Ero una giovane bambina di circa 4 chili ma i dottori, all’epoca, solo perché nacqui con gonadi esterne e un pene, mi classificarono come “maschio”. Nulla poteva essere più lontano dalla realtà.
La cosa più bella di quel periodo sono sicuramente i racconti di mia madre su come, tenendomi in braccio, in quella stanza di ospedale, vedeva insieme a me i fuochi d’artificio di Capodanno brillare sopra i pini di Roma.

Gli anni passano, e i miei primissimi ricordi sono i traumi subiti nella scuola materna, quando mi forzavano a mangiare, i compagni mi prendevano in giro e, soprattutto, ricordo la mia sensazione di estremo disagio nel vestire il grembiule blu.

Transgender Freedom March 20/11/2021 - Roma - Foto di Sofia Vicedomini
Transgender Freedom March 2021 (RM) – Photo Credits: Sofia Vicedomini

Essere transgender: il percorso scolastico

Intorno ai 7 anni espressi il mio sentimento di voler essere donna ad alcuni “amichetti” dell’epoca e tutti mi risposero con disgusto e disprezzo, cosa che mi portò a non parlarne più. Avevo movenze più “effeminate”, mettevo in dubbio i ruoli sociali di bambini e bambine, motivi che, in aggiunta alla mia stazza (che con l’inizio della pubertà aumentò e non poco) portarono me a essere soggetta a bulli di ogni tipo.

Andavo male a scuola, al punto che alcuni professori delle medie mi deridevano in classe. Dissero a mia madre che io non sarei mai riuscita a realizzare nulla. Ero troppo stupida, secondo loro. Tutto ciò mi portò a chiudermi in me stessa, a negare me stessa e a cercare di mascolinizzarmi il più possibile.

Ricordo bene quando espressi la mia volontà di frequentare l’ITIS in Informatica, data la mia passione per i computer e i videogiochi e la mia esperienza a casa nel programmare in Pascal, Fortran e Visual Basic (mai ringrazierò abbastanza mio zio e mio padre per avermi fatto appassionare a tutto ciò). La Preside della mia scuola media mi chiamò, mi interrogò sul programma di matematica dell’ultimo anno e mi disse chiaro e tondo: “Tu non sai fare le espressioni, non puoi andare all’ITIS, non sei adatto”.

Mia madre, una donna estremamente forte e indipendente da cui prendo tanta ispirazione, lottò per non farmi bocciare e mi iscrisse all’ITIS, come io volevo.

Essere transgender: l’adolescenza

Tutto d’un tratto iniziarono le superiori, io ero diventata una persona assolutamente timida e introversa, evitavo le persone quanto più possibile e non avevo amici. Avevo però dei professori fantastici, specialmente a Matematica e a “Statistica, Calcolo Probabilistico e Ricerca Operativa”, che mi fecero appassionare alle loro materie, facendomi recuperare enormi lacune dovute ai miei problemi nelle scuole primarie e secondarie di primo grado.

Diventai una delle persone più adorate della mia classe dagli insegnanti, nelle materie d’indirizzo come “Informatica” e “Sistemi e Reti”, nelle quali raggiungevo senza problemi la media del 9 o del 10. Iniziai ad avere qualche amicizia, soprattutto nel mondo degli appassionati di fumetti e animazione giapponese (Manga e Anime, per intenderci) tanto che frequentavo ogni anno il Roma Comics and Games (“Romics”).

Ricordo il mio disagio, quando tutti iniziarono a parlare di sesso per davvero e sulle pressioni che ricevevo perché avrei dovuto “farlo” anche io. Ricordo vividamente il mio compagno di banco, in terzo superiore, dirmi queste parole: “Devi trovare una ragazza grassa, insicura, vedrai che inizierà a fidarsi di te e te la farai”. Crebbi, di fatto negando me e rafforzando queste visioni misogine e machiste, fino alla quasi radicalizzazione verso il diventare “incel”.

Per fortuna iniziai a fare teatro, finito l’ITIS, attività che mi portò con i piedi per terra. Mi aiutò con i miei problemi relazionali e mi de-radicalizzò sostanziosamente, anche se non del tutto. Ricordo con tanta emozione il primo spettacolo che portai sul palco, Il Piccolo Principe, a Velletri, dove interpretavo “Il Lampionaio”. Ricordo quando mi fecero per la prima volta il make-up e provai una euforia mai sentita prima. Così in ogni spettacolo stavo bene, soprattutto quando dovevo avere del make-up, ma ero ancora lontana dal capire veramente cosa stesse succedendo nella mia testa.

Una nuova prospettiva

Iniziai a lavorare nel mondo dell’Informatica come Sviluppatore Software e questo mi ha portato lontano: ho avuto una start-up, un sacco di problemi, ma anche altrettante soddisfazioni. Fino a quando mi trasferii in Scozia nel 2018. Provai il cosiddetto cultural shock. La cultura scozzese è estremamente più aperta di quella italiana e soprattutto molto più inclusiva di ogni identità ed espressione. Ancora ricordo un padre di famiglia che portò le sue gemelline in un caffè vestito con dei leggins con disegni di unicorni, una t-shirt, una barba rossa e folta e soprattutto super truccato, probabilmente dalle sue bambine. Non mostrava né vergogna né imbarazzo, anzi, girava fiero della vena artistica delle sue figlie per Edimburgo.

Senza problemi le persone giravano con i vestiti più disparati e ricordo, su un bus, di aver conosciuto la prima persona transgender nella mia vita. Questo mi portò a fare delle ricerche e riscoprire dei sentimenti che per troppi anni avevo seppellito dentro di me. A quell’epoca io avevo la testa pelata e una barba da far invidia ai talebani. Vidi i vlog di Stef Sanjati, una youtuber canadese che ha registrato tutto il suo processo di transizione e raccontato nel dettaglio ogni cosa. Fu lei ad aprirmi un mondo e comprai per la prima volta del make-up.
Passai giorni a studiare come mettere l’eyeliner, lo mettevo, toglievo, e rimettevo. Chissà quanti ne avrò consumati! Comprai parrucche per sentirmi più a mio agio, mi rasai completamente ogni cosa, e piano piano diventavo sempre più felice e meno arrabbiata.

I mesi passavano e verso la fine di dicembre del 2018, in coincidenza con il mio compleanno, arrivai alla realizzazione che, anche io, ero transgender.
Iniziai a esplorare, comprare vestiti, parrucche, trucchi. Andai in un centro estetico e, tramite Groupon mi pagai la rimozione dei peli sul viso con il laser. Un dolore atroce a ogni seduta, ma dopo ne uscivo felice.

Trovai il coraggio di affrontare il discorso con il mio GP (NdA. general practitioner, il medico di base), che mi mise in lista di attesa per la Gender Identity Clinic di Edimburgo al Chalmers Hospital. La lista di attesa però era lunga, circa 14 mesi e decisi di pagarmi da me le visite. Grazie a una clinica privata, che mi fece fare la perizia psichiatrica, mi diagnosticarono il “gender identity disorder”, che essenzialmente metteva nero su bianco la mia verità.

Il Primo Agosto 2019 iniziai ufficialmente la terapia ormonale sostitutiva e mai fui più felice. Iniziai finalmente a sentirmi, ancora di più, me stessa.

Fonti:

[1] https://www.scientificamerican.com/article/sex-redefined-the-idea-of-2-sexes-is-overly-simpli stic1/
[2] Chapter 3 – Gender, Sex, and Sexualities: Psychological Perspectives – by Nancy Kimberly Dess, Jeanne Marecek, Leslie C. Bell; Oxford University – ISBN 9780190658540
[3] https://www.mayoclinic.org/healthy-lifestyle/childrens-health/in-depth/children-and-gender-id entity/art-20266811

Startupper, Imprenditrice e Ingegnere Informatico classe ’95. Romana di origine ma adottata dalla Scozia, dove ha vissuto la fine della adolescenza e buona parte della vita da giovane adulta.

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Articolo di Sofia Vicedomini, con il supporto di Giorgia Bonamoneta.