Cinema

Ettore Scola: “Il mio nome di battaglia”

“Piangere si può fare anche da soli, ma ridere bisogna farlo in due.” Non sono soltanto vecchi film. “Delle feste mobili”, amava chiamarli Ettore Scola. Sentimenti teneri, non prigionieri dei luoghi comuni, che girano insieme alla pellicola.

Da “Una giornata particolare“, del 1977, Marcello Mastroianni pronuncia la frase a Sophia Loren. In quel ‘vecchio film’ in cui Ettore Scola, racconta la solitudine di due vite ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Quando il 6 maggio 1938: Hitler visita Roma scortato da Mussolini. Quella, la giornata particolare. “Antonietta mia, che spettacolo te sei persa! Ahò, ma che ce fai magnà, ‘a minestra co’ ‘a forchetta?! Ma ‘ndo cell’hai ‘a testa? Una giornata fatidica, indimenticabile! E voi avete avuto er privilegio de viverla direttamente, di persona. A suo tempo, tra venti, trent’anni, parlandone ai vostri figli potete dì “Quer giorno c’ero pure io!”. Antonietta, madre di sei figli, incontra Gabriele, coinquilino, ex annunciatore dell’Eiar, che andrà al confino perché omosessuale. Uno scorcio, come spiato da una finestra, con personaggi fatti di fragilità comuni. Circondati dall’appiattimento, dalla paura e dalla stupidità: “Non mi hanno mandato via dalla radio per la mia voce. “Disfattista, inutile e con tendenze depravate”, così hanno detto“. Si avverte immediatamente il peso insopportabile delle ingiustizie subite, nella voce di Mastroianni: “L’ordine è la virtù dei mediocri”. Da rendere Gabriele un indimenticabile uomo. Anticonformista, fuori dagli schemi, ma caparbiamente umano e vero. Interprete della storia di molti e della vita di tutti.

Il regista del popolo

Forestiero solo sui documenti, perché nasce in provincia di Avellino, ha Roma fin dentro le ossa: Ettore Scola ne conosce l’essenza e le vibrazioni, le usanze popolane e le tradizioni. Quell’atteggiamento beffardo e canzonatorio del romano. Che, da straniero, sa cogliere bene, non avendo gli occhi assuefatti dalla quotidianità e dall’abitudine. “Nei miei film, Roma è sempre presente perché realizzo un tipo di cinema non inventato da me, che non rappresenta solo il mio mondo poetico interiore, che non si arrende alle fantasie nate dalla mia immaginazione. Scrivo lo scenario tenendo conto dei set. La città non è mai un semplice sfondo, è parte dell’atmosfera e del design stesso della scena”.

Gli emarginati, i diversi, sono cari al regista che si è sempre battuto per un cinema intelligente ambientato nei bassifondi. Scendendo dentro le borgate, fin nelle baracche, con una sensibilità e naturalezza innata, riprendendo così il tema più amato da Pasolini. In “Brutti, sporchi e cattivi” del 1976, il racconto potrà essere crudo, mostrando le miserie morali e materiali, ma non sarà grottesco. Giacinto, uno straordinario Nino Manfredi, patriarca del clan Mazzatella in una baracca sovraffollata, con l’occhio che ha perso da muratore, mai incoraggerebbe in una risata il pubblico. Avido e taccagno, nasconde un piccolo tesoro. Quel milione di lire pagato dall’assicurazione per aver perso l’occhio sul lavoro. Con i figli che cercano di derubarlo e ucciderlo, avvelenando i suoi maccheroni al sugo di veleno per topi. “..Com’è tu moje?
Giacinto: “Comprensiva…. basta menaje…

Ridendo e scherzando alla Scola

Parlare di cose serie senza farsene accorgere, facendo ridere”. È la metafora per spiegare il suo cinema. Una vera filosofia. Un percorso di briciole di allegria che non fa smarrire la strada allo spettatore. Fu impresa difficile, per tutti i cineasti del dopoguerra, guardare l’Italia negli occhi. Raccontarne con coraggio, sia le virtù risorte dalle macerie, sia il fallimento del paese, al posto del falso miracolo annunciato e osannato dal potere. “C’eravamo tanto amati” del 1974 non ha mai finito di dire quel che ha da dire. “Avevamo dei progetti: sposarsi, comprarci una Lambretta, fare dei bambini, non necessariamente in quest’ordine… Credevamo di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi.”

Quando “La guerra finì, e scoppiò il dopoguerra“, fu l’ora della malinconia, disillusione per quel futuro migliore che non si realizzerà, come l’avevano sognato gli amici ai tempi delle lotte partigiane. “Piuttosto che inseguire un’improbabile felicità è meglio preparare qualche piacevole ricordo per il futuro“. Un avvocato arrivista, Vittorio Gassman in Gianni, Nicola insegnante di Nocera Inferiore, e un portantino barelliere Nino Manfredi in Antonio, erano gli amici di “C’eravamo tanto amati“. Perché “Quando si rischia la vita con qualcuno ci rimani sempre attaccato come se il pericolo non fosse passato mai“. Un bilancio malinconico, ideali traditi, occasioni mancate, in cui si guarda nostalgicamente a ciò che poteva essere e non è stato, senza però perdere la speranza, fuoco vivo di tutto il film.

Vincerà l’amore o l’amicizia?

Scola, nel film, mette a tavola i personaggi. Con la dovizia di particolari osservati da arguto, ironico e spassionato frequentatore di vecchie osterie. I compagni di storia e di avventura, davanti alle porzioni tipicamente romanesche, rigorosamente mezze, brandiscono in alto le forchette con i rigatoni. Come fossero calici in un brindisi di trionfo. Come spade tra vincitori in una lotta, e, sicuramente, come mani che si stringono a rimarcare e a promettersi per gli anni a venire, l’indistruttibile, preziosa amicizia.

C’eravamo tanto amati“, prende il titolo dalla frase iniziale della canzone del napoletano Armando Gill, che continua così: “…per un anno forse più/C’eravamo poi lasciati, non ricordo come fu/Ma una sera c’incontrammo, per fatal combinazion/perché insieme riparammo dalla pioggia in un porton..”. Gianni, aveva mantenuto saldo e vivo, un vecchio amore. Nonostante gli anni trascorsi e un matrimonio con Elide (Giovanna Ralli). La dichiarazione la confessa all’amata, tardi, in una veglia notturna, tra un fuoco all’aperto e canti delle staffette partigiane tornati alla mente: “Il mio nome di battaglia era Pinin e io ero Sandokan..”. Tra chitarre e stecche di sigarette da spartire. Poco importa se non fu mai canzone della resistenza, ma scritta da Armando Trovajoli. “Io pensavo che un grande amore, fosse un grande amore”, dirà Gianni alla sua Luciana (Stafania Sandrelli), diventata, intanto, sposa di Antonio. “Se semo stufati d’esse’ bboni e generosi”, è l’amaro verdetto dell’infermiere, Antonio. Che all’oste grida: “Re da’ Mezza Porzione: Mai una sana scarsa!“.

Marciavamo con l’anima in spalla

La famiglia” film di Scola del 1987, con cui Vittorio Gassman vince il leone d’oro a Venezia, segue il cammino di un uomo dalla maturità alla vecchiaia, in una famiglia borghese. Vista dall’interno di un appartamento del rione Prati a Roma. E nel film “La terrazza” (1980), sempre Gassman, dipendente del PCI, si innamora di una ragazza più giovane. E immagina di parlare di questo suo sentimento, al congresso del partito. Un momento privato reso pubblico. Una confessione davanti una platea immensa, che fa scendere un uomo dall’alto della sua importanza, al basso di una tenerezza inaspettata. Come se arrivasse l’amore a rubargli il microfono. “È lecito essere felici?”. L’interrogativo che resta spesso nel silenzio più profondo. Che non ha mai altoparlanti. Gli eroi dei film, sono tutti solitamente giovani e belli. Ma i personaggi di Ettore Scola sono eroi di un’odissea quotidiana: piccoli uomini, grandi al confronto con la storia.

Federica De Candia per Metropolitan magazine

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