Musica

Ezio Bosso, oltre il simbolo della resilienza

“Senza musica la vita sarebbe un errore”.

Questa citazione nietzschiana spesso consunta ed abusata, è però forse la più attinente per sintetizzare, qualora mai servisse farlo, quella che è stata la vita di uno dei più celebri e contemporanei compositori nostrani, Ezio Bosso. Il musicista piemontese recentemente scomparso a causa delle ormai note condizioni di salute – dovute all’aggravarsi incipiente della sua malattia neurodegenerativa che lo aveva costretto all’abbandono della carriera di pianista lo scorso anno – avrebbe festeggiato oggi (9 giugno 2020) l’anniversario di quello che è stato un esperimento televisivo didattico di prim’ordine, in onda su Rai Tre, chiamato “Questa è la musica”, che fondeva divulgazione musicale e intrattenimento, in un risultato che non si allontanava molto da sinonimi orbitanti intorno a quello di cultura.

Ezio Bosso - immagine corriere di Torino
Ezio Bosso – immagine corriere di Torino

Ezio Bosso: “Questa è la musica”

La serata, incentrata sulle esecuzioni della Quinta e Settima sinfonia di Ludwig Van Beethoven, musiche dello stesso Bosso e di Giuseppe Verdi, con oltre un milione di telespettatori sintonizzati ha visto partecipare decine di ospiti illustri e meno illustri, diventando, senza eccessive aspettative e responsabilità, un evento unico nel suo genere o quasi, che oggi ad un anno di distanza, ricordiamo col sorriso amaro di un paese che forse è ricaduto nel suo consueto, storico e cronico errore: celebrare qualcuno dopo la morte.

Ezio Bosso: talento precoce ai limiti del genio artistico e riconosciuto come tale in un famoso episodio con John Cage durante una lezione ai tempi del conservatorio fu fondatore di un gruppo giovanile chiamato ” Statuto”, era arrivato a dirigere in orchestra,
nei più importanti templi della musica classica e moderna in giro per il mondo (London Symphony Orchestra, Royal Festival Hall e Carniege Hall su tutti).

Ezio Bosso - immagine web
Ezio Bosso – immagine web

L’immagine resiliente

Ma qui in Italia, aveva ormai assunto l’immagine simbolica della resilienza, del martire, dell’esempio di vita piegato dalla malattia ma legato alla stessa, continuando comunque a lavorare, studiare e vivere. Pur essendo oggettivamente un modello positivo era stato fagocitato dall’ennesima strumentalità dell’espressione televisiva, la quale attraverso questa sua identificazione alla patologia, ce lo allontanava, facendo bastare ai più, che lui fosse solo quello e di conseguenza altro da noi.

Ma andando a spulciare interviste, video e concerti di epoche in cui Bosso era ancora ignaro di ciò che lo avrebbe colpito, non emaciato e tremante, più in carne e nel fiore della vita e della salute, non possiamo non scoprire ‘l’ovvietà’ di quanta passione ci fosse nello studio e nell’approfondimento verso la materia a cui quest’uomo ha dedicato l’esistenza. Fuoco e capacità d’ispirare che solo mediante la formulazione del discorso e della parola, denunciavano un’abile e mai scontata eloquenza intrisa di carisma, che sarebbe molto utile ai maestri che oggi hanno all’interno degli istituti potere divulgativo.

Ezio Bosso - immagine Blasting News
Ezio Bosso – immagine Blasting News

Tornando a Nietzsche

“Agli uomini dei quali mi importa qualcosa, io auguro sofferenze, abbandono, malattie, maltrattamenti, disprezzo… auguro loro la sola cosa che possa dimostrare oggi se un uomo abbia o non abbia valore, gli auguro di resistere”

e ancora con Albert Camus

“Se c’è un peccato contro la vita, è forse non tanto disperarne, quanto sperare in un’altra vita, e sottrarsi all’implacabile grandezza di questa”.

Per entrambi i pensieri, Ezio Bosso rese con la sua vita un omaggio.

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