Photo-Credits nanopress.it

Può esistere il giornalismo a Roma?

Mi chiesero tempo fa di trovare un buon argomento giornalistico da scrivere, e per farlo mi inviarono direttamente a Roma. Sicuramente lì avrei trovato molti fatti da poter descrivere e riportare.

Allora ero un giornalista alle prime armi, fedele ai principi classici dell’attività giornalistica: attenersi alla realtà dei fatti e descrivere fatti veri. Non avrei mai pensato che l’incontro con questa città così strana e misteriosa avesse potuto farmi riflettere sulla presunzione che avevo avuto prima di partire e durante l’intero viaggio, ossia la convinzione di poter realmente descrivere qualcosa di vero e di reale.

Non appena arrivai a Roma mi impegnai per trovare fatti interessanti; così cominciai a sfogliare giornali di varie specie, a leggere annunci esposti fuori da edicole e bar, ma sopratutto ad osservare attentamente ciò che mi circondava. Qualunque cosa avevo attorno era reale e vera, dunque perché non avrei potuto riportarla su carta? Tuttavia non trovai ispirazione; tutti quei fatti erano comuni ad ogni altra città del mondo, e trascrivendoli non avrei potuto far altro che aggiungere e ripetere del materiale già esistente: femminicidi, notizie economiche e politiche, furti, incrementi e abbassamenti dei posti lavorativi, ecc…

Dunque cominciai a chiedermi: cosa c’è qui che non c’è da nessun altra parte del mondo, in nessun’altra città o paese? Allora concentrai i miei occhi sulle creazioni artistiche. Dapprima la fontana di Trevi, poi il Colosseo e per ultima la Cappella Sistina. Fissando la mia attenzione sulla prima, mi avvicinai ad essa. In quel momento accadde in me qualcosa, una rivelazione sull’essenza stessa del giornalismo, un dubbio che mi avvolse riguardo i suoi concetti di realtà e di verità. Allora tentai un esperimento: descrivere la fontana di Trevi da un punto di vista oggettivo e imparziale, riportandola su carta per un articolo giornalistico. Il titolo dell’articolo doveva essere più o meno questo: ” La fontana di Trevi nella storia di Roma”. Oppure: “La fontana di Trevi e di Fellini”. O ancora: ” La fontana di Trevi nel cinema sentimentale”. Solo per scrivere il titolo impiegai ore… senza giungere a risultati soddisfacenti.

Fu in quel momento che iniziai a dubitare seriamente sul lavoro che stavo facendo. Era davvero possibile e giusto rimanere imparziali nella stesura di un titolo del genere? La fontana di Trevi esisteva veramente, oppure era solamente la fontana magica dei film di Fellini, il luogo d’incontro tra i cuori di Mastroianni e di Anita Ekberg? In ogni caso cercai di continuare a scrivere l’argomento trattato. Ma come dovevo scriverlo? Con parole o con disegni? Facendo fotografie alla Fontana e chiedendo ad alcuni passanti di riprodurre la scena del bacio tra Mastroianni e la signora Ekberg, oppure immaginando e scrivendo come in futuro registi e scrittori filmeranno e scriveranno quella fontana?

La prima frase che scrissi era un insieme disordinato di parole: ” Fellini, Anita, donne, Fontana, acqua termale, capelli biondi, luce, atmosfera” La seconda frase era un disegno, la raffigurazione stilizzata di Federico Fellini buffo e sorridente mentre sta dirigendo i suoi attori ai piedi della fontana. Al posto della terza riga inserii una foto che rappresentava una riproduzione esatta della scena della Dolce Vita, ma al posto degli attori qui c’erano semplici passanti. A fianco della foto scrissi: ” I grandi film rivivranno in eterno negli occhi delle persone.” Riguardando ciò che avevo scritto mi sentii soddisfatto: del resto avevo ascoltato la realtà e avevo trascritto la verità. Più o meno utilizzai lo stesso procedimento per descrivere anche il Colosseo e la Cappella sistina.

L’ultima riga del mio articolo, invece, conteneva una giustificazione a quanto avevo scritto, per tentare di difendermi dalle numerose critiche che la testata giornalistica per cui lavoravo mi avrebbe fatto. Allora scrissi: “Gentili signori, avrei voluto davvero scrivere solo la verità e nient’altro che la verità. Ma quella fontana, così come, ad esempio, il Colosseo e la Cappella sistina, possono ritenersi vere e reali senza averle prima osservate e tradotte come ha fatto chi le ha rappresentate prima di noi? La fontana di Trevi è davvero reale senza Fellini? E il Colosseo senza “Il Gladiatore”? E la cappella Sistina senza il Giudizio universale di Michelangelo?