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Caso FCA, perché le imprese fuggono dall’Italia

Il gruppo automobilistico Fiat Chrysler Automobiles (FCA), come molte altre aziende italiane ha chiesto il prestito agevolato pensato dal Governo con il decreto liquidità. Il decreto prevede garanzie finanziarie fino a 750 miliardi di euro per ottenere dalle banche prestiti a condizioni agevolate.

FCA, prestito da 6,3 miliardi

FCA ha chiesto a SACE di ottenere garanzie per un prestito fino a 6,3 miliardi di euro che vorrebbe ottenere da Intesa Sanpaolo per finanziare le sue attività in Italia.

Le garanzie sono gestite da SACE, una società della Cassa Depositi e Prestiti. Possono essere usate solo per attività produttive che si svolgono in Italia e possono riguardare prestiti che non superino il 25 per cento del fatturato delle imprese che li chiedono.

FCA Italy gestisce 16 stabilimenti e 26 centri di ricerca e sviluppo, con 55.000 dipendenti in tutto. Secondo FCA, inoltre, le società che riforniscono il gruppo sono 5.500, con 200.000 dipendenti in tutto, a cui vanno aggiunte le circa 120.000 persone impiegate nelle concessionarie e nei servizi di assistenza ai clienti.

Il gruppo FCA, che controlla FCA Italy e FCA US (di cui fa parte Chrysler), ha però la sua sede legale nei Paesi Bassi e la sua sede fiscale nel Regno Unito. Per questo motivo la richiesta di aiuto all’Italia è stata fortemente criticata dalla politica italiana.

A preoccupare è anche la fusione FCA-PSA (Peugeot). Nonostante la fusione sia alla pari (50/50) l’amministratore delegato sarà francese e a Elkann andrà solo la presidenza.

Per questo motivo «sono stati definiti dei meccanismi sanzionatori fino al rimborso anticipato dell’intero finanziamento» ha anticipato il ministro Gualtieri. Aggiungendo infine:

«I flussi transiteranno su conti correnti dedicati e vincolati per assicurare il controllo sulla destinazione delle somme. Il finanziamento prevede specifici obblighi di rendicontazione periodica».

Roberto Gualtieri, ministro dell'economia e delle finanze Fonte: La Repubblica
Roberto Gualtieri, ministro dell’economia e delle finanze
Fonte: La Repubblica

Perché l’Olanda è il “paradiso” delle holding

Non è soltanto il Fisco, praticamente inesistente per le holding di partecipazioni, ad attirare uomini e capitali. C’è anche la flessibilità della governance societaria, con il voto plurimo nelle assemblee degli azionisti. C’è un apparato giudiziario snello e sburocratizzato. Un sistema finanziario dove è facile trovare capitali a costi bassi.

Infine ci sono professionisti come: fiscalisti, commercialisti, notai, avvocati, advisor e amministratori che rendono fluidi e rapidi i meccanismi di creazione e di gestione delle holding.

eBay, 26 società Nike, Ikea, Google, Mediaset sono solo alcune delle multinazionali con la sede in Olanda.

Il 6 novembre 2018 il ministero delle Finanze olandese ha inviato un rapporto al Parlamento dell’Aja nel quale si legge che nei Paesi Bassi esistono circa 15 mila società finanziarie speciali. Attraverso queste passano circa 4.500 miliardi di euro all’anno. Soltanto una piccola percentuale di questo importo è soggetto a tassazione: appena 199 miliardi.

Mark Rutte, primo ministro del regno dei Paesi Bassi Fonte: google.it
Mark Rutte, primo ministro del regno dei Paesi Bassi
Fonte: google.it

Trasferimento della sede legale in un altro Stato

Il combinato disposto degli articoli 43 e 48 del Trattato istitutivo della Comunità Europea tutela la libertà di stabilimento, non solo a favore delle persone fisiche aventi la cittadinanza di uno degli Stati membri, ma, in presenza di determinati requisiti, anche a favore delle persone giuridiche.

Il Trattato, quindi, riconosce alle società la possibilità di trasferire la sede sociale in uno Stato differente da quello di origine, al fine di esercitarvi un’attività economica avente carattere di continuità e stabilità.

Sono due i requisiti richiesti:

  1. essere state “costituite conformemente alla legislazione di uno Stato membro”;
  2. avere “la sede sociale, l’amministrazione centrale o il centro dell’attività principale all’interno della Comunità

Il diritto comunitario riconosce alle società il diritto di trasferire liberamente la propria sede sociale all’interno della comunità europea. Tuttavia non individua l’ordinamento giuridico cui spetta disciplinare lo statuto delle società che si trasferiscono, se quello del paese di partenza o quello di destinazione.

La Legge di Riforma del 31 maggio 1995, n. 218 è intervenuta riconoscendo espressamente la possibilità, alle società aventi la sede in Italia, di trasferire la sede legale all’estero, sia verso un paese dell’Unione europea sia verso un paese extra europeo.

Colpe e demeriti dell’Italia

In un mercato mondiale sempre più veloce e dinamico l’Italia rimane uno dei posti meno appetibili per investire e fare impresa. La colpa non sarebbe quindi solo delle imprese, che come farebbe qualsiasi consumatore diligente sfruttano l’offerta più vantaggiosa, ma più che altro di un paese vecchio che non riesce a essere vantaggioso per i propri investitori.

L’Ocse piazza infatti il nostro mercato agli ultimi posti in Europa come appetibilità per i capitali stranieri. 

Burocrazia asfissiante, tassazione quasi al 60% e costo del lavoro, di cui il salario rappresenta solo un terzo del totale. Queste i grandi ostacoli.

Negli ultimi 10 anni l’Italia ha perso qualcosa come 27mila aziende fuggite all’estero (con minimo 10 dipendenti e con fatturato minimo di 2.5 milioni di euro).

Il che si traduce in 1 milione e 600 mila posti di lavoro generati all’estero invece che da noi, con aumento del tasso di disoccupazione a livelli record e circa 15 miliardi di euro spesi soltanto per gli ammortizzatori sociali.

FCA, prestito Fonte: google.it
FCA, prestito
Fonte: google.it

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