Cronaca

Fiore Avvelenato: sex blogging e giornalismo in un’Italia patriarcale

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Era quell’anno d’oro del 1972 quando Woody Allen usciva con “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere)”. Anno del Signore 2021, Italia: altro anno, altro Paese ma di sesso in modo smaliziato e schietto si parla ancora poco. C’è ancora tanto da sapere che non si osa chiedere. Quindi chi meglio di “Fiore Avvelenato” può raccontarci com’è scrivere di sesso oggi e nel nostro Paese?

“Fiore Avvelenato”, all’anagrafe Donatella Rosetti, è una giornalista pubblicista, laureata in moda e sex blogger da 6 anni (il blog ha spento da poco le sue 6 candeline). Al suo attivo troviamo articoli di ogni genere ed interviste a giganti del calibro di Steve Vai o Joe Satriani. Come blogger ha collaborato con Radio Deejay creando la rubrica “Storie dimenticate” e attualmente sta conducendo un ciclo di dirette dal titolo “Wannabe Oprah” che si concentra su progetti o persone speciali nello stile di una chiacchierata rilassata tra amici. Se le chiedete quale sia un tema importante risponde «paghe serie per i giornalisti» e «inclusione per le persone non bianche o eteronormate». Ma andiamo per ordine.

First things first. Il tuo primo post spiegava di cosa avresti voluto scrivere. «Donne che non si vergognano di prendere l’iniziativa, che non hanno paura di usare termini che la società gli ha proibito». Come è partito questo progetto?

È scaturito da una serie di coincidenze: una relazione mai veramente iniziata, amici che parlavano in modo sboccato senza capirne il senso, l’avvento della stand-up comedy. Quel post è stato ispirato da un monologo di Velia Lalli, che all’epoca era l’unica stand-up comedian donna in tv. È un’introduzione forte per un blog che all’inizio era molto sul genere ‘pillole di cultura sessuale’ e poi si è trasformato in un impegno serio che si è perpetrato negli anni. Non ho mai avuto problemi a parlare di sesso in modo spontaneo e ho fatto leva su questa qualità per raccontare questi temi.

Rispetto a quel primo post senti di essere rimasta fedele alla linea, cioè di essere rimasta coerente negli obiettivi?

Il blog è cambiato con me negli anni come cambia una persona. Sin dall’inizio però mi è sempre interessato fare un parallelismo tra moda e sesso, che si influenzano sempre a vicenda, in modo diretto o indiretto, particolare che è rimasto e si è sviluppato negli anni. Il mio obiettivo è sempre quello: scardinare i tabù. Far capire che le esperienze sessuali da una persona all’altra possono essere sì diverse, ma ci accomunano reazioni e sentimenti.

Com’è la community dei sex blogger? Tende ad essere coesa? È una nicchia gender fluid o spostata verso un genere?

È un ambiente con la schwa di mezzo, la vocale da mettere a fine parola per includere tutti. Ci sono persone eterosessuali (più donne che uomini, ma questi ultimi oggi in numero maggiore rispetto a qualche anno fa), omosessuali, bisessuali transgender, intersessuali, non binari, asessuali e così via. Lo spettro è di diversi colori e sfumature. È bello fare parte di una community sex positive perché ti apre la mente al rispetto ed alla condivisione. Essendo fatta di esseri umani, però, ci possono essere simpatie o antipatie, che purtroppo non sono controllabili perché a volte vanno solo a sentimento o a sensazione, altre si basano su fatti personali o virtuali su cui non è possibile soprassedere (vedi shitstorm). Personalmente ho trovato solo belle amicizie e ottime collaborazioni.

La nicchia di mercato consente di diversificarsi? Propone sfide nuove o nuovi obiettivi?

Per fortuna, sì. Parlare di cultura sessuale spesso è più vasto e variegato del trattare solo di sessualità a livello scientifico. Sono riuscita a toccare scienza, erotismo, moda, letteratura, cinema, fumetti, manga, costumi, lifestyle, storia e mitologia in questi sei anni di blog. Nel sesso c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire come nella vita.

Il tuo è un blog ‘sull’autostima sessuale’ ma nel tempo hai trattato anche argomenti come femminismo e moda. Se non sbaglio rientra anche il “fashion” tra le tue competenze…

Certo, sono laureata in moda all’Università Alma Mater di Bologna. Anche in questo caso mi diverto molto perché inizio pensando di sapere tutto su un capo d’abbigliamento intimo o un costume e poi con la ricerca mi devo ricredere. Mi è successo con i costumi da bagno sexy questa estate quando ho scoperto che esistevano almeno dagli anni Trenta. Ho scovato pure che alcuni indumenti molto provocanti come la bodystocking, una specie di calzamaglia con motivi traforati, scollature e aperta sui genitali e sul sedere, hanno una loro storia personale che non mi immaginavo

Come vivi il rapporto con i tuoi follower? Li senti come amici o persone con cui condividere i interessi? Inoltre immagino che te ne capiteranno anche di “molesti”, se sì come reagisci?

Sono amichevole e disponibile se l’altro mi dimostra rispetto. Si sono formate amicizie con qualche follower però quelle più consolidate sono con i blogger. Mi è successo spesso di essere importunata solo perché parlo di cultura sessuale. Nella nostra società patriarcale sessuofobica si pensa sempre che se una persona scrive di sesso è automaticamente disponibile. Poi i social hanno abbattuto tutte le barriere di cortesia tra le persone ed è facile essere considerati come degli oggetti. Noi sex blogger siamo spesso molestati nei messaggi privati o addirittura nei commenti. Ma, attenzione, solo se mettiamo foto sexy o ci riferiamo a pratiche sessuali. I post o gli articoli del blog di cultura sono completamente ignorati dai molestatori perché non è il loro terreno di gioco. I social danno comunque gli strumenti per bloccare una persona quindi siamo abbastanza tranquilli virtualmente. Purtroppo nulla possono contro malintenzionati in carne ed ossa.

Probabilmente ti sarà già capitata come domanda ma puoi spiegarci il nome del blog?

Probabilmente se avessi scritto monologhi arrabbiati come quello del primo post mi sarei chiamata ‘Pianta Carnivora’. L’intento era duplice: avere un nome che fosse social friendly senza finire sotto la mannaia della censura e rappresentare un organo genitale che è sempre stato trattato dalla società ‘civile’ come se fosse la peste nei secoli (nel suo intero o solo alcune parti), ovvero la vagina. Se la vagina potesse parlare, sarebbe avvelenata. La spiegazione simbolica-mitologica è più complessa e l’ho snocciolata nel post Perché mi chiamo Fiore Avvelenato.

So che proseguono le dirette Instagram del ciclo “Wannabe Oprah”, ce ne vuoi parlare?

Ho scelto il suo esempio[di Oprah Winfrey n.d.r.] perché mi piace come si pone nei confronti dell’intervistato e chi intervisto mi dice spesso che so mettere a proprio agio. Questo ciclo nasce perché volevo intervistare esclusivamente gente che mi piace sugli argomenti più disparati dello scibile umano dandogli un valore in più con la trascrizione scritta delle interviste, tradotte anche in inglese. Ho intervistato una social media manager Marianna The Influenza, la tanatoesteta Urfidia, i ragazzi del podcast MyCaroline, la ballerina e attivista rom Ivana Nikolic, la mediatrice culturale e community builder, Kaaj Shilya Tshikalandland, la cantante Chiara Malvestiti dei Therion, le ragazze Fatiha Mouradi e Keltoum Kamal Idrissi di Hijab Paradise, l’autrice Monica Casalini di Calendario Pagano, la make-up artist autodidatta Hajar Zahir e Alessandra Agabiti Braghelli Una Romana in America. Sto preparando la prossima stagione e spero di portare avanti questo bel progetto che mi dà l’opportunità di dare spazio a persone fantastiche spesso poco considerate dai media nazionali.

“Si faccia una domanda e si dia una risposta” o meglio, c’è qualche tema a te caro e su cui vorresti sensibilizzare chi leggerà?

Vorrei che a noi giornalisti fosse dato il giusto valore che ci spetta con delle paghe serie, contratti determinati o indeterminati, comunque sia un pezzo di carta che ci legittimi il diritto ad essere pagati, cosa che succede poco sia ai minimi livelli e pure sorprendentemente ai massimi livelli. Ho dato il via al ciclo di dirette per motivarmi a continuare un mestiere che adoro e che però mi dà scarse soddisfazioni economiche. Inoltre, mi piacerebbe che i giornali italiani, sottolineo italiani perché sono molto discriminanti, fossero più neutri nel modo di parlare e che includessero persone non solo bianche eteronormate nei loro articoli ma anche tutte le diversità che hanno costruito e popolano il nostro Paese da tempo.

di Serena Reda

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