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Franca Rame e il monologo sullo stupro: la svolta femminista del teatro

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Franca Rame ci lasciava il 26 maggio del 2013. Moglie di Dario Fo e figura di spicco per la cultura e il teatro italiano, fu anche una femminista convinta. Celebre infatti è il monologo Lo stupro, in cui racconta con lucidità e dovizia di particolari il rapimento e la violenza sessuale subita nel 1973 da cinque neofascisti. Un racconto crudo per un’Italia conservatrice come quella degli anni Settanta, in cui un monologo su una violenza sessuale di dichiarata denuncia politica era certamente un gesto che non passava inosservato.

Ma Franca Rame decise anche di riportare il teatro alla sua dimensione originaria: quella arcaica e antica della classicità, dove si versava sangue di innocenti affinché le rappresentazioni fossero propiziatorie. E inoltre utilizzò il palcoscenico come veicolo per esorcizzare il trauma, facendo tesoro degli insegnamenti del teatro sociale, che fanno leva sulla psicanalisi dell’interprete e dello spettatore. In questo modo riuscì a dare una svolta alla cultura italiana, impregnandola definitivamente di femminismo.

Franca Rame: i passaggi più toccanti del monologo Lo stupro

Nel suo monologo l’attrice esprime le emozioni e sensazioni provate quel 9 marzo 1973 in un crescendo: dapprima lo sgomento e la confusione di trovarsi sul camioncino in cui l’avevano rinchiusa al momento del rapimento; poi la paura, sempre più incalzante insieme alla consapevolezza che qualcosa di tremendo stesse per accadere.

Respiro a fondo… due, tre volte. Ma non riesco a snebbiarmi. Ho soltanto paura. Uno, uno si muove, si ferma qua in piedi davanti a me, l’altro si accuccia alla mia sinistra, l’altro a destra, sono vicinissimi. Ho paura, sta per capitare qualcosa, lo sento. Aspirano profondamente le sigarette. Vedo il rosso delle sigarette vicino alla mia faccia.

Quello che Franca Rame descrive dopo è il racconto lucido e senza sconti delle sevizie e delle violenze sessuali che ha subito. La donna, in un ultimo istinto di protezione, si estrania dall’avvenimento, che tuttavia è come se osservasse da fuori senza perdersi nessun particolare.

Un tepore tenue poi sempre più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro. Una punta di bruciore. Le sigarette… le sigarette, ecco perché si erano messi a fumare. […] Con una lametta mi tagliano il golf da cima a fondo, mi tagliano il reggiseno, mi tagliano… anche la pelle in superficie. […] Ora tutti si danno da fare per spogliarmi una gamba sola… una scarpa… sola. Ora uno mi entra dentro.

«Muoviti, puttana. Devi farmi godere»

Una frase che la donna si sente ripetere per tutta la durata delle torture e delle violenze. Una, due, tre volte tre uomini diversi la stuprano e la umiliano. «“Sto morendo”, riesco a dire» è l’unica frase che Franca Rame pronuncia prima che i suoi stupratori decidano che ne hanno abbastanza: la rivestono alla bell’e meglio, la scaricano fuori dal camioncino e se ne vanno.

Dove sono? Al parco. Mi sento male… mi sento male proprio nel senso che mi sento svenire… e non soltanto per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per la rabbia, per l’umiliazione, per lo schifo… per le mille sputate che mi son presa nel cervello… per… quello che mi sento uscire.

Ciò che Franca Rame racconta dopo è, se possibile, peggiore di ciò che ha subito fino a quel momento. Sì, perché le violenze non terminano nel momento in cui lo stupro finisce, ma continuano nei traumi psicologici e nell’opinione pubblica, sempre troppo giudicante e diffidente. E allora scatta un ulteriore meccanismo di difesa: nascondere quanto accaduto, fare finta di niente, come se si spazzasse la polvere sotto il tappeto. Perché se è già traumatico subire una violenza ed essere credutə, figuriamoci subirla e non esserlo.

Senza neanche accorgermene, mi trovo all’improvviso davanti al Palazzo della Questura. […] Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… penso alle domande, penso ai mezzi sorrisi, penso e ci ripenso, poi mi decido… Vado a casa, vado a casa. Li denuncerò domani.

E sì, Franca li ha denunciati. Non importa quando, non importa come, ma lo ha fatto. Quel 1975, quando portò in scena il monologo, si è resa voce di milioni di donne e di uomini che il coraggio di denunciare non ce l’hanno. Ha utilizzato il suo trauma per esorcizzare quello di altre persone e ha sdoganato il tabù della violenza sessuale tramite la cultura, eterno appiglio a cui aggrapparsi per riuscire sempre a ottenere la salvezza.

Chiara Cozzi

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Chiara Cozzi

Laureata due volte in cinema, amante dell'horror in ogni sua forma e della cronaca nera, femminista incazzata™. Ma ho anche dei difetti.

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