Franco Mussida è a Milano, in un teatro insieme a Franz Di Cioccio, Pino Favaloro e Tony Gesualdi. Il gruppo, noto come i Black Devils, altri non è che una delle tante formazioni di musica beat che si ispirano al fenomeno della british invasion che sta trovando sempre più spazio sulle frequenze a onde medie dopo l’esplosione dei Beatles e dei Rolling Stones. Stanno aprendo un concerto di Gian Pieretti e, tra il pubblico, c’è colui che è universalmente riconosciuto come il primo cantante ad aver portato il rock n’ roll in Italia: Ricky Gianco. Infatuatosi del loro sound, Gianco li porta con sé alla Ricordi e affianca a loro il cantante Antonio “Teo” Teocoli (sì, proprio lui, il comico). Nascono lì i Quelli, la futura PFM.

Franco Mussida
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Ne è passata di acqua sotto i ponti, direte. Oggi Franco Mussida compie settantatré anni e dalla PFM è uscito nel 2015. Una carriera, la sua, che si potrebbe riassumere con un’unica parola: dedizione. Il milanese dai candidi capelli scarmigliati, da quel lontano 1964 si è sempre dimostrato uno degli artisti delle sette note che più di tutti si è donato alla causa musica, senza mai dimenticarsi di quella passione. Saggi, composizioni per altri autori, diversi libri e filmati a scopo didattico. Una fucina della musica. Un virtuoso morigerato che ha sempre dedicato le sue sei corde agli altri, senza mai pretendere chissà quale notorietà o riconoscimento con i classici atteggiamenti da “bulletto” che si fa presto ad affibbiare a personalità di tanta fama.

Eppure, bisogna ammetterlo, questa sua morigeratezza non gli è stata sempre favorevole. Negli anni immediatamente successivi alla fuoriuscita di Teocoli, e, pertanto, all’indomani della nascita della Premiata Forneria Marconi, fu lui il principale cantante della band, e, ammettiamolo, non ha mai avuto il carisma del frontman. La bellezza delle sue composizioni, le sue innate abilità alla chitarra, non sono mai coincise con la sua discutibile presenza scenica.

Franco Mussida
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Il Progressive conquista l’Italia

Quando esplose il progressive, i Quelli avevano già abbandonato le scene, inglobando Giorgio Piazza al basso, Flavio Premoli alle tastiere e Mauro Pagani al flauto traverso. Il loro stile, chiaramente ispirato dal primo storico album dei King Crimson, At the Court of the Crimson King, poteva vantare delle architetture sonore meravigliose, pregne del british sound che aveva stregato i produttori italiani. Tuttavia, esso difettava di un cantante dalla voce imperiosa e riconoscibile come poteva essere Greg Lake per i King Crimson (e gli Emerson, Lake & Palmer poi), Peter Gabriel per i Genesis, Jon Anderson per gli Yes, o, rimanendo in terra nostrana, Demtrio Stratos e Francesco Di Giacomo per i coevi Area e Banco del Mutuo Soccorso.

Furono Battisti e Mogol, fondatori dell’etichetta Numero Uno a dar fiducia alla Premiata Forneria Marconi, producendo l’album “Storia di un minuto” (1972), riconosciuto a tutt’oggi come il più importante disco della band. Tutto registrato in presa diretta – evento più unico che raro per il prog, il quale ci aveva abituati a mesi e mesi di sovrincisioni -, esso diede i natali al successo della PFM, grazie soprattutto a classici come “E’ Festa”, “La Carrozza di Hans”, “Dove… quando” e, ovviamente, la sempiterna e indimenticabile hit “Impressioni di Settembre”, vero e proprio simbolo del progressive italiano. Tale capolavoro, di fatto, è uno dei motivi per cui abbiamo definito Mussida come autore di composizioni meravigliose, poiché fu lui a scriverla e anche a cantarla – nel disco egli si alternò al tastierista Flavio Premoli, voce in “E’ Festa” e “Grazie davvero” -.

Franco Mussida
Storia di un minuto
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Il successivo disco, “Per un amico”, uscito pochi mesi dopo, ricalcava parecchio lo stile di “Storia di un minuto”, sebbene, la dedica al nostrano hippie Claudio Rocchi (l’amico del titolo), connotavano la band verso direzioni apparentemente di protesta – ma ben lontane da gruppi altamente politicizzati quali, su tutti, gli Area -. Tuttavia, fu proprio in quel periodo che si ebbe la prima svolta. Forti del successo di “Concerto Grosso”, disco scritto da Luis Bacalov ma suonato dai New Trolls, la Premiata Forneria Marconi si rese conto del forte impatto che la loro musica stava cominciando ad avere in terra britannica, pertanto, l’anno dopo registrarono “Photos of Ghosts”, incidendo le migliori tracce dei precedenti lavori in un inglese un po’ incerto, ma impreziosito dai testi di Peter Sinfield, poeta che collaborava da anni con Robert Fripp e i suoi King Crimson.

Franco Mussida
Per un amico
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La PFM conquista il Regno Unito

“Photos of Ghosts” fu un successo quasi inaspettato che proiettò la band al di là della terra tricolore. Fu anche l’ultimo disco al quale prese parte Giorgio Piazza, sostituito dal bassista degli Area Patrick Djivas, da allora membro fisso – e tuttora presente nel gruppo -. “L’Isola di Niente”, uscito nel 1974, assunse sempre più un sound inglese. Difatti, se fino ad allora le composizioni del trio creativo Mussida-Pagani-Premoli avevano avuto durate pressoché da canzone all’italiana, con “L’Isola di Niente” si virò sempre più verso brani superiori ai sei minuti – la title track di dieci minuti e, a tutt’oggi, uno degli esempi più fulgidi di progressive italiano e non solo -. Il disco fu ripreso in inglese con “The World Became the World”, operazione identica a “Photos of Ghosts”, aggiungendo però la superba traduzione di “Impressioni di Settembre”, rinominata, appunto come “The World Became the World”, stavolta cantata da Premoli.

Franco Mussida
L’Isola di Niente
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Va precisato che l’acronimo PFM nacque durante questi anni di inglesizzazione del gruppo, poiché, all’estero, difficilmente avrebbero potuto capire il riferimento a quel forno di Brescia al quale si ispiravano Mussida e soci. Così, dopo il live negli Stati Uniti, necessitando di un cantante carismatico che valorizzasse le superbe composizioni del trio creativo, i produttori affiancarono Bernardo Lanzetti ai quattro. Lanzetti, avendo vissuto in America e potendo vantare una voce parecchio simile a quella di Peter Gabriel, era il perfetto cantante per sbarcare definitivamente oltremanica. Fu così che nacque il trittico “Chocolate Kings”, “Jet Lag” e “Passpartù”, tre dischi fortemente diversi tra loro ma che accomunarono sempre più la PFM ai Genesis, tanto amati in Italia – forse la band prog inglese più amata dagli italiani -.

Franco Mussida
Chocolate Kings
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“Chocolate Kings”, uscito nel 1975, fu l’album più complesso e più vicino ai Genesis di “Foxtrot”, tanto che è presente una traccia, “Harlequin”, omonima di un brano contenuto in “Nursey Cryme”. Il successivo “Jet Lag” (1977), invece, fu quello dove maggiormente si percepirono delle influenze jazz-rock provenienti dalla scuola di Canterbury – in particolare Soft Machine, Robert Wyatt da solista e, soprattutto, Caravan -. Non dimentichiamo che fu coevo il successo di gruppi vicini al jazz come Napoli Centrale e Picchio dal Pozzo, benché lo stesso Patrick Djivas provenisse da quel mondo, e benché avesse già dimostrato quelle sue inclinazioni nell’album “Radius” (1970) di Alberto Radius e in “Arbeit Macht Frei” (1973), unico album degli Area al quale prese parte.

Franco Mussida
Jet Lag
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Gli anni Ottanta

Con il successivo “Passpartù” (1978), la PFM ritornò a parlare italiano (benché, in “Jet Lag” ci fosse già stata “Cerco la Lingua”), con i testi scritti dal cantautore Gianfranco Manfredi – affermato scrittore, sceneggiatore e fumettista in ascesa in quegli anni -. E’ questo il canto del cigno della PFM classica, già orfana dell’estro di Mauro Pagani da due anni (dedicatosi a un’illustre carriera solista). Di fatto, con la fuoriuscita di Bernardo Lanzetti, la band cambia totalmente registro. Franz Di Cioccio, sino ad allora apprezzato come uno dei batteristi più travolgenti del panorama italiano, assurge al ruolo di frontman, dimostrando quella presenza scenica che mancava a Mussida. Al gruppo si aggiungono il virtuoso violinista Lucio Fabbri e Walter Calloni, batterista in seconda di Di Cioccio. Sono gli anni di “Suonare Suonare” (1980), di “Come ti va in riva alla città” (1981), di “PFM? PFM!” (1984), del pop rock e dell’abbandono di Flavio Premoli.

Franco Mussida
Suonare Suonare
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Ovviamente non va dimenticato il biennio 1979-80, con l’incisione dei due live al fianco di Fabrizio De André, capaci di raggiungere anche coloro che il prog della PFM originale non lo masticavano. Degno di nota appare anche il brano “Maestro della Voce”, contenuto in “Suonare Suonare”, dedicato a Demetrio Stratos, prematuramente scomparso. Tutto il resto, però, a scapito del successo commerciale, si discosta parecchio dalle vecchie sonorità della band, recuperate in parte per “Miss Baker” (1987), ultimo disco in studio della band prima di dieci anni di silenzio. E’ un flop commerciale nonostante sia artisticamente superiore ai precedenti tre. Serve il ritorno di Flavio Premoli a dare nuova linfa alla band, la quale, nel 1997, registra “Ulisse”. Siamo ben distanti dai favolosi anni Settanta, ma, per le generazioni che li avevano vissuti, è un rispettabile tuffo nel passato.

Franco Mussida
PFM e Fabrizio De André in concerto
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Come eravamo e come siamo

Tuttavia, come ogni grande band progressive che non sia riuscita a superare lo scoglio degli anni Ottanta senza sconvolgere il proprio sound – come gli Yes che riuscirono a reinventarsi dopo il successo pop di “92125” – la PFM finisce per vivere una sorta di ellenismo nei due decenni successivi. I propri live sono composti, per lo più, da riproposizioni dei classici, unite ai vari tributi a Fabrizio De André. Le carriere soliste dei membri, parallelamente, decollano nelle loro dimensioni. Lucio Fabbri, per esempio, ha spesso diretto l’orchestra di Sanremo, mentre, Flavio Premoli, rientrato e uscito più volte dal gruppo, si è messo in luce per diverse composizioni, talvolta anche per la televisione.

E’ con questo spirito di rimembranza che ci piace sottolineare la bella carriera solista di Franco Mussida. Di certo non si tratta di qualcosa di sfavillante come per altri artisti progressive che si sono distinti in singolo – Peter Gabriel, Roger Waters su tutti -. Di certo, se comparato a un altro artista fuoriuscito dal periodo prog come grande solista, ossia Pino Daniele (chitarrista ritmico e bassista dei Napoli Centrale), le esperienze in singolo di Mussida appaiono inconsistenti. Ma, come detto, il chitarrista della PFM, negli anni, si è distinto per il suo amore verso la musica, soprattutto verso l’insegnamento della stessa. Ne ha raccontato i segreti nei suoi libri, ha partecipato a svariate trasmissioni televisive di genere in qualità di istruttore, e ha partecipato a diversi masterclass, workshop e videocorsi.

Franco Mussida
Da sinistra: Patrick Djivas, Franz Di Cioccio e Franco Mussida
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Del resto, se il progressive poteva vantare personaggi carismatici come Demetrio Stratos e Francesco Di Giacomo, era perché le retrovie erano popolate da musicisti eccezionali, appartenenti a una sorta di età dell’oro della musica italiana. E, oggi, a settantatré anni, con la sua candida e lucente chioma, difficilmente riusciremmo a immaginarci Franco Mussida senza la sua chitarra, e difficilmente riusciamo a vederlo fuori dalla band che ha contribuito a fondare. Quel 1964 è ormai lontano, e la gioventù del nostro si è allontanata, ma ciascuno di quei giorni, è stato letteralmente indimenticabile per lui, partito dalle retrovie e arrivato al successo con la sua dedizione. Ed è stato indimenticabile per noi che abbiamo potuto apprezzare una delle più grandi band italiane di sempre e uno dei migliori chitarristi e compositori nostrani. Auguri Franco!

MANUEL DI MAGGIO

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