“Frankenstein Junior”, la celeberrima commedia di Mel Brooks datata 1974, ritorna su Nove+ questa sera. Rivivere il film con noi? Si-può-fare!

“Frankenstein Junior”, a distanza di quasi cinquant’anni, è, senza alcun dubbio, il film più celebre e ricordato di Mel Brooks. Egli stesso, negli anni, lo ha definito la sua opera migliore, benché non la consideri la più divertente tra tutte quelle uscite in seguito. Di certo, senza tale lungometraggio, il nome di Mel Brooks, oggi, non sarebbe così frequentemente accostato al genere parodia. Il cineasta ebreo, indubbiamente, è diventato sinonimo di questo sottogenere di commedia, nonostante, da più di un ventennio, se ne sia distaccato per dedicarsi al mondo di Broadway, sua antica passione.

Frankenstein Junior
Photo Credit: WEB

“Frankenstein Junior”, tuttavia, non fu un’opera pensata dallo stesso Brooks, bensì dall’attore Gene Wilder, protagonista della pellicola nei panni di Frederick von Frankenstein. La fama raggiunta con “Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato” del 1971, lo portò a proporre questo suo soggetto alla produzione, trovando in Mel Brooks il nome da piazzare dietro la cinepresa. L’idea originale, come ben noto, era quella di porsi come parodia del “Frankenstein” del 1931, tuttavia, durante la stesura della storia, i due attinsero a piene mani da tutti i film che avevano reso noto al grande pubblico la creatura di Mary Shelley negli anni Trenta.

Per tale ragione, il personaggio di Frederick von Frankenstein, una volta arrivato in una surreale Transilvania, dopo anni d’insegnamento all’università di New York, nell’atto di impossessarsi del castello del barone Victor suo nonno, cade in una spirale di pazzia che lo tramuta nello stesso stereotipo dello scienziato pazzo di cui il primo “Frankenstein” fu il capostipite; tuttavia, con l’andar del tempo, l’inserimento della moglie di Frederick, Elizabeth, l’opera finisce per citare diverse scene tratte da “La Moglie di Frankenstein”, in particolare l’iconica acconciatura mostrata nel finale che rimanda al film di Robert Whale.

Frankenstein junior
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La trama del film, ripercorrendo le vicende trattate nel primo e nel secondo film degli anni Trenta, porta all’estremo alcune vicende già surreali; come dimenticare il personaggio di Igor (da pronunciarsi “Aigor”)? Un’esasperazione dell’assistente gobbo già raccontato dalla Shelley e che, nel lungometraggio del 1931, fu ribattezzato Fritz.

Su tale punto vogliamo focalizzare la nostra attenzione: l’esagerazione farsesca con cui vengono trattati gli abitanti della Transilvania. Com’è ben noto, infatti, la Transilvania è una regione storica che si trova tra Romania e Moldavia, tuttavia, durante l’era d’oro del cinema statunitense, tanto nelle opere su Dracula quanto in quelle trattanti Frankenstein, i transilvani furono accomunati ai tedeschi, sia per i nomi che per l’accento con cui parlavano in inglese. Mel Brooks, comprendendo le possibilità comica di una tale situazione, accentua pesantemente la cadenza germanica nel parlare inglese, criticando salacemente l’ignoranza degli statunitensi d’un tempo nello rappresentare gli europei. Già dalla “Transylvania Station” (riferimento alla “Pennsylvania Station” di New York) vista all’inizio si ha la sensazione che ci verranno sciorinati diversi stereotipi territoriali portati all’estremo.

Frankenstein junior
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“Frankenstein Junior”, a conti fatti, è una continua risata, piena di frecciate al mondo della cultura classica e vetusta degli anni Trenta. La stessa creatura, una volta acquisita una parola, diventa un individuo raffinato ed erudito e dai gusti raffinati, tanto da leggere il “Wall Street Journal” a letto. Al contempo, il professor Frederick, quasi come lo stereotipo dell’accademico che si rende conto di quanto la sua vita fosse stata priva di esperienze pratiche, acquisisce lo “Schanztuck” enorme dalla sua creatura.

In ultimo, non possiamo non ricordare le scene iconiche che sono rimaste nell’immaginario collettivo. “Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere” detta da Igor, nel tempo è stata usata su diversi giornali, telegiornali e rotocalchi, come citazione ad una delle scene più geniali a dispetto dell’apparente semplicità. Nondimeno, la gobba di Igor, la quale, oltre a cambiare spalla di volta in volta, sembra non essere neppure vista dal suo possessore. O i cavalli imbizzarriti ogni volta che viene pronunciato il nome di Frau Bluchen, anche a distanze non indifferenti. E, infine, quella che è la scena più amata dagli americani: il dottore e la creatura che ballano il tip tap sulle note di “Puttin’ on the Ritz”, imitando Fred Astaire.

Frankenstein junior
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Un film in bianco e nero, girato con le stesse tecniche degli anni Trenta, con scenografie riciclate e con tanta, tantissima salacità. Un film che dissacra, che nasce per far ridere e che non fa altro per tutta la sua lunga durata.

MANUEL DI MAGGIO

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