Cultura

Franz Kafka, il ritratto di uno scrittore dall’animo profondamente inquieto

Da Franz Kafka (1883-1924) deriva l’aggettivo “kafkiano”, entrato a far parte del linguaggio comune. Il termine fa riferimento ad un tratto esistenziale tipico delle opere più importanti dello scrittore boemo, quello di descrivere situazioni assurde e surreali alle quali i protagonisti precipitano senza alcun motivo. Una caratteristica narrativa che rispecchia le angosce e le contraddizioni profonde dell’autore.

Giovane insicuro in un territorio – quello di una Praga austro-ungarica – diviso tra tedeschi e boemi, Kafka cresce succube dell’ingombrante presenza paterna. Il rapporto con sé e con gli altri appare oscillare tra l’insicurezza ed una cupa voglia di affermazione.

Franz Kafka e il bisogno infinito di solitudine

La solitudine attiva e rende fluida la sua creatività. Tuttavia egli vive questo bisogno come incompatibile con i doveri sociali – il lavoro, la famiglia – che l’esempio paterno gli suggerisce come propri dell’uomo maturo, adulto e responsabile. L’ossessione di un’astratta normalità sancita da un’unione matrimoniale, alla quale egli non può pervenire perché troppo contrastante con la sua vocazione ad essere, è il dramma che sottende le relazioni affettive. Del 1913 è un elenco di tutto ciò che è pro e contro il matrimonio con Felice Bauer. Da esso affiora un conflitto insolubile i cui punti fermi sono i seguenti:

“Incapacità di sopportare la vita da solo, non già incapacità di vivere, tutt’altro; è anche improbabile che io sappia vivere con qualcuno, ma sono incapace di sopportare da solo gli assalti della mia propria vita, le esigenze della mia persona, l’attacco del tempo e dell’età, il vago impeto della voglia di scrivere, l’insonnia, la vicinanza della follia. Forse, aggiungo beninteso. L’unione con F. darà alla mia vita una maggior forza di resistenza’’.

I problemi dell’età adulta e il rapporto di amicizia tra Kafka e Max Brod

Di particolare importanza è il rapporto con Max Brod, con cui inizia una lunga amicizia a partire dagli anni universitari e che diventerà custode e depositario delle sue opere. Dopo la laurea in legge, Kafka continua a mortificare la sua vocazione letteraria accettando un impiego presso l’Istituto delle Assicurazioni contro gli Infortuni. Come già accaduto per lo studio, anche il lavoro professionale non ha alcun valore per lui. Ciononostante, il suo senso del dovere è esemplare, le sue prestazioni molto apprezzate dai superiori.

 Il lavoro esaspera la sua sensibilità sociale. Egli rimane sconvolto quando vede le mutilazioni subite dagli operai a causa delle insufficienti misure di sicurezza. Confida all’amico Max Brod:

“Come sono umili costoro. Vengono da noi a supplicare. Invece di prendere d’assalto l’istituto e di fracassare ogni cosa, vengono a pregare”.

Brod ancora lo ricorda inoltre ossessionato dal desiderio sessuale cui, allo stesso tempo, associa un sentimento di ribrezzo per il suo stesso corpo. Nonostante ciò, Kafka intrattiene molte e profonde relazioni con diverse donne, di cui abbiamo testimonianza attraverso la ricca raccolta epistolare arrivata fino a noi.

La narrativa e le opere più importanti di Franz Kafka

Pur non essendo un autore particolarmente prolifico Kafka considerava la narrativa come necessità esistenziale. È nel 1912 che inizia la svolta letteraria. Di quest’anno è Il Verdetto, a cui segue Il Disperso in cui sembra recuperare le sue origini ebree. Ma al 1912 appartiene soprattutto il celebre racconto La metamorfosi, in cui racconta la storia di un giovane uomo – suo alter-ego – improvvisamente trasformatosi in un enorme insetto. Nel racconto seppur breve sono presenti  la maggior parte dei temi cari alla narrativa kafkiana: la difficile accettazione di sé e il rapporto problematico con la famiglia, in particolare con il padre.

Il processo viene scritto tra il 1914 ed il 1915 viene pubblicato postumo sebbene Kafka lo consideri incompiuto. Racconta la storia di un impiegato di banca la cui vita viene sconvolta dall’arresto e dall’inizio di un processo che si conclude con la sua condanna a morte. L’assenza di una qualunque accusa e l’ineluttabilità dell’epilogo fanno immedesimare il lettore in un incubo surreale.

L’ultima opera è Il Castello ma Kafka ne interrompe la scrittura prima di arrivare al finale, muore infatti il 3 giugno 1924. Romanzo estremamente cupo, ha come temi fondamentali l’alienazione, la burocrazia, i tentativi vani e frustranti dell’uomo di contrastare il sistema e la ricerca senza speranza di un obiettivo irraggiungibile.

Scrittore di lucidità esemplare, Franz Kafka riesce a risalire da una situazione quotidiana all’impostazione di una situazione generale gravida di significati

Mette in scena il conflitto dell’individuo lanciato nella desolazione della banalità ma insieme assetato dell’universale. È la stessa tematica affrontata dal filosofo padre dell’esistenzialismo Kierkegaard, ben noto a Kafka e alla cui corrente di pensiero viene associato. Ma la prosa di Franz si affida a parabole, metafore, a rappresentazioni paradossali e grottesche difficili da decifrare. Proprio per la misteriosa tensione l’interpretazione delle sue opere è complessa e contraddittoria.

Tre interpretazioni

Si ha così un’interpretazione di tipo psicanalitico che vede in Kafka la vittima e insieme il testimone di un complesso di colpa e di un complesso paterno. La critica esistenzialistica, che legge nella sua narrativa l’avventura dell’uomo che – senza difese – si affaccia sugli abissi del nulla. Di contro, la critica legata alla teologia che ravvisa in Kafka la simbolizzazione più alta della distanza incolmabile fra l’uomo e Dio.

Alessia Ceci

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