Per il venticinquesimo anniversario dalla sua morte, Roma omaggia il camaleonte per eccellenza del cinema italiano, Gian Maria Volontè.

Aristotele scrive che il raggiungimento totale della felicità avviene attraverso la piena maturazione di se stessi e in base a quanto, acquisita l’estrema saggezza, la si metta in pratica per orientare positivamente il prossimo. Una buona condotta nell’ambito della politica è certamente la più grande aspirazione dell’uomo sapiente e giusto che per mezzo del suo esempio pratico guida i cittadini verso il bene, il nobile avendo cura di discernere attentamente e senza discrezione il buono dal cattivo. Tale progetto di vita risulta tutt’al più utopico, al limite del fantascientifico, conciliare l’io e gli altri in un percorso di grandezza e correttezza insieme appare degno solo alla mercè di personaggi mitologici. Ma, smentita corrige, un uomo in Italia, seppur non cristologicamente puro, si è avvicinato a fil di pelo al raggiungimento completo di tale aspirazione. Gian Maria Volontè è l’uomo, uno dei più grandi attori, senza falsa modestia, del cinema mondiale e tenacemente impegnato nell’attività politica.

Gian Maria Volontè in "Sacco e Vanzetti" di Giuliano Montaldo foto dal web. Gian Maria Volontè
Gian Maria Volontè in “Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo foto dal web

La morte di Gian Maria Volontè avvenuta il sei dicembre millenovecentonovantaquattro compirà venticinque anni, ed è doveroso da parte della capitale omaggiare un pilastro del cinema dello stivale che ha inanellato, durante la sua carriera, interpretazioni mostruose dal punto di vista del talento. Il mostro che lui era si esprimeva in nuce al dono sovrannaturale della metamorfosi di cui era dotato. Mai sullo schermo recitava un Volontè che era Volontè, ma partecipava al film un altro, sconosciuto al pubblico, sconosciuto al regista che diceva di essere Teofilatto dei Leonzi ne “L’armata Brancaleone” piuttosto che Lulù de “La classe operaia va in paradiso” piuttosto che il terribile Indio di “Qualche dollaro in più” . E poi Bernard Fontana che gli valse il prix d’interpretation masculin a Cannes, Enrico Mattei e quel dirigente della polizia che forza, che fascino in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Iscritto al partito comunista viene eletto consigliere regionale del Lazio, dopo sei mesi si dimette con la paura e la certezza che perseverando sarebbe diventato come coloro che lui protestava, un ibrido terrificante di cinismo e politica, un gesto che solo un animo pervicacemente morale è disposto a compiere.

Gian Maria Volontè in "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" di Elio Petri. Gian Maria Volontè
Gian Maria Volontè in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri

Nonostante le fatali debolezze dell’alcol, della droga che l’hanno condotto ad una morte prematura, Gian Maria Volontè ha lasciato il segno indelebile del suo passaggio artistico e umano e allora il nove dicembre alle 15.30 sarà proiettato “Sacco e Vanzetti” (1971) restaurato di Giuliano Montaldo con susseguente dibattito alla presenza del regista stesso e di esponenti di spicco testimoni diretti dell’operato di Volontè. Martedì dieci dicembre alle 17.00 lettura di “Io sto con Volontè” a cura di Alessandra Magrini con Antonio Carboni e Federico Fiume alla chitarra, che introdurrà un documentario girato dallo stesso Gian Maria, “Una tenda in piazza” (1994) e della proiezione inedita dell’ultimo saluto all’enorme nostro. E alle 20.30 al cinema Farnese verrà proiettata in esclusiva la verisone restaurata di “A ciascuno il suo”, la prima gemma di una collaborazione d’atelier tra il camaleonte ed Elio Petri a cui seguirà un incontro alla presenza di Sergio Toffetti, Paola Petri, Giovanna Gravina Volonté, Antonio Medici, Anna Ferzetti e Cinzia Mascoli. Roma ci dà la possibilità di ringraziare Gian Maria Volontè per esserci stato ed esserci è un nostro dovere.

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