Cinema

Giorgio Bassani: se Vittorio De Sica avesse visto quel giardino

E Intanto a Ferrara, città del libro e del film, si cercava il fantastico “giardino”. Scoprendo che per il film, venne utilizzata una villa nei pressi di Roma, e per la Villa dei Finzi-Contini il regista utilizzò Villa Bolognini in Brianza. Ma l’ingresso del giardino che si vede nel film è veramente a Ferrara, in Corso Ercole I d’Este, proprio come immaginato da Giorgio Bassani. Anche gli altri esterni sono stati girati a Ferrara: il castello Estense e le mura cittadine, il Palazzo dei Diamanti e la Cattedrale di San Giorgio. Bassani darà vita al suo romanzo vincendo il premio Viareggio nel 1963, e Vittorio De Sica ne farà un film senza tempo, vincendo l’Oscar nel 1972 come miglior film tra gli stranieri, l’Orso d’oro a Berlino, il David di Donatello, il Bafta: questo fu “Il giardino dei Finzi Contini”.

Andò così, è cosa nota: inizialmente Bassani collaborò alla sceneggiatura del film con la stesura dei dialoghi. Ma ci furono disaccordi e malintesi con De Sica, che si fecero presto conflitto. Lo scrittore chiese ed ottenne, che venisse tolto il suo nome dai titoli di coda del film. Anche a causa della relazione tra i protagonisti, Micol e Malnate, che viene resa esplicita nel film, cosa invece non presente nel romanzo. Un ‘traditore’ questo film per Bassani, non rispetta lo spirito dell’opera. Lo scrittore ferrarese invia una lunga e dettagliata lettera di protesta, pubblicata dall’Espresso, intitolata ‘Il mio giardino tradito‘. Metteva in luce inesattezze storiche presenti nel film: “in Italia prima dell’8 settembre 1943 la caccia all’ebreo non fu mai praticata..”. La sceneggiatura affidata a Ugo Pirro, criticata da Giorgio Bassani, parlava un ‘linguaggio del Novecento esistenzialista’. Quei giovani, in un campo da tennis, cercavano di non pensare agli incubi della realtà. La spensieratezza è lo svago prediletto. Il tempo scandito dal rimbalzo di una palla; tutto sembra futile ma è vita.

Il giardino per chi non sa cosa sia

Giorgio Bassani non accettava come erano stati trattati i suoi personaggi: «Con la libertà senza controllo che a malapena è tollerabile quando si mettono in scena dei pupazzi di fantasia». E del copione, in cui De Sica non utilizza la tecnica dell’io narrante, disse: “Mi fu dato da leggere. Ma che diavolo potevo dirne? Invece che badare al romanzo e a quello soltanto, Zurlini e Laurani avevano attinto copiosamente a tutti i miei altri libri […] con effetti, talora, persino un po’ buffi […] la mia reazione fu di sincera perplessità“. Poi si aggiunsero anche le parole di Fabio Testi, giovane, audace e rampante attore da Far West, scelto nel ruolo di Malnate. Egli ammise che litigarono irrevocabilmente per la sua presenza: Bassani voleva un intellettuale, e si opponeva alla scelta di De Sica, che esigeva una ‘prestanza fisica’ per raffigurare l’amante. Da allora Fabio Testi non fu più soltanto un attore da stivaloni da cowboy.

Un luogo irreale tra cielo e terra, resta quel giardino. Dove dietro al tennis, a sfidarsi in competizione, sono anche i sentimenti. In una Ferrara prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, un gruppo di giovani ruota attorno ad uno straordinario personaggio di ragazza: Micol Finzi Contini, “che cela il suo segreto sotto un velo di raffinatezza”. Rampolli, con suo fratello Alberto, di una famiglia altolocata. Proprietari della villa con l’enorme parco, trascorreranno l’estate del ’38 giocando a tennis con gli amici, tra i quali Giorgio, io narrante della storia. La loro voglia di vivere, i desideri, le curiosità, vengono raccontate prima che la guerra spazzasse via tutto. A un passo dal fascismo che prendeva possesso del paese. In un panorama di cinema, ristoranti, persino una casa chiusa, in una città effervescente. Non in un eccesso di romanticismo, come venne contestato a De Sica. È il moto del cuore che spinge costante il racconto. E nello spazio dei ricordi si costruisce la vicenda amorosa. “Più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene“, e “Andare avanti con la testa sempre volta all’indietro“. Dalle parole del libro.

Tutto invitava a sperare, a osare liberamente”

“E siccome queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedire di proferire, di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare”. Ed è lì, in quel mondo piccolo e liberatorio, che rimarrà per sempre intrappolato l’amore del protagonista per Micol. Lei non si lascerà mai andare. Una scala, nel romanzo, allude al desiderio di Giorgio di arrampicarsi oltre il muro per incontrare Micol. Lì appoggiata, serviva da passaggio segreto per scavalcare. Una sera, dopo aver vagabondato senza meta, lui viene assalito dall’idea di rientrare nel giardino. Arrampicandosi su quei gradini di accesso alla felicità, si convince, con crudezza senza ripensamenti, che la scala adagiata al solito posto, non era posizionata per lui, come ai vecchi tempi. Ma per l’amico di famiglia Malnate, che doveva avere fuggevoli e furtivi incontri con Micol.

Nonostante del tradimento non si abbia mai la certezza (nella versione data alla stampa si intuisce solo, grazie alla delicatezza narrativa di Bassani), fuoco e fiamme sono nel cuore del protagonista. Pare esista un capitolo censurato, poco prima della pubblicazione, in cui Giorgio varcando il muro, scopriva davvero Micol e il suo amico Malnate inequivocabilmente amanti: “La voce femminile era quella di Micòl, l’altra, bassa e ronzante, quella di Malnate: le avevo riconosciute subito, quasi nel medesimo istante che ne avevo percepito i suoni“. Il capitolo continuava con Micol che si faceva maestra sapiente, enunciando le parti del corpo in dialetto giudaico-ferrarese, al cospetto dell’attento amico, rapito dal lessico amoroso.

Un film amore e guerra

L’epigrafe che si legge sul libro, preso dai “Promessi Sposi” di Manzoni, spiegherà meglio di qualunque altre parole scelte, quale purezza e mistero la storia vuol suggerire: “Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto.” Nelle inquadrature del film c’è la città silente, e i tetti delle case. La musica è di Manuel De Sica, figlio di Vittorio, e si decise per la prima volta nel cinema europeo, di far ascoltare un canto rabbinico; un inno di dolore, per la Shoah accaduta. Non si è mai grandi abbastanza per rileggere le pagine o rivedere il film “Il giardino dei Finzi Contini“.

Gli amori, le passioni, sono come turbini difficili da dominare nell’adolescenza. Ma non saranno mai meteore passeggere presto dimenticate. La giovinezza non sarà così breve da contenere o consumare i sentimenti; questi, perdureranno nel tempo e nei ricordi. Non si bruceranno. “Quella specie di pigra brace che è tante volte il cuore dei giovani”, scrive Bassani. La giuria hollywoodiana premiò “Il giardino dei Finzi Contini“, film che uscì in Italia il 4 Dicembre 1970. Una pellicola amore e guerra, tra tutti i protagonisti. Dentro e fuori la storia. Ma Bassani, in fondo, e senza volerlo, aveva già trovato la risposta alla diatriba con De Sica, proprio nel suo romanzo: “Anche le cose muoiono. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto“.

Federica De Candia per MMI e Metropolitan Cinema

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