Giuditta e Oloferne nel racconto di Artemisia: l’eroina simbolo della lotta contro l’oppressore e del dramma personale dell’artista.

La storia di Giuditta e Oloferne è una delle più celebri storie bibliche e Artemisia Gentileschi raccontando questa storia nelle sue opere rende la figura di Giuditta molto di più di una eroina simbolo della lotta contro l’oppressore.

Giuditta e Oloferne: la storia

La vicenda di Giuditta e Oloferne è narrata nel Libro di Giuditta del Vecchio Testamento, dell’assedio della città di Betulia da parte del re Nabucodonosor, sovrano di Babilonia. Giuditta, giovane vedova ebrea, s’introduce nel campo nemico e dopo aver avvicinato e sedotto con la sua bellezza il comandante Oloferne, lo decapita nel sonno. Il mattino, alla scoperta del corpo decapitato del comandante, i soldati si disperdono. La città di Giuditta è libera, sciolta dall’assedio. Ecco quindi la donna, simbolo di debolezza, che vince l’oppressore forte, armato e violento.

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Firenze Uffizi Artemisia Gentileschi Giuditta decapita Oloferne 1620

Giuditta: la lettura simbolica

Giuditta è il simbolo del Bene che vince il Male, simbolo della lotta di un popolo contro l’oppressore straniero. E come tale, a partire dal Medioevo, sarà uno dei soggetti più richiesti e amati da molti artisti. Sarà rappresentata solenne, serena e forte della forza divina che accompagnerà il suo gesto, nel momento precedente o successivo la sua sanguinaria azione. Questo fino alla fine del XVI° Secolo. Caravaggio alla fine del XVI° secolo sarà il primo a rappresentare l’azione nel momento sanguinario della esecuzione. E questo sarà proprio in sintonia coi dettami della Controriforma che vuole l’arte strumento di partecipazione anche emotiva al catechismo. E da Caravaggio in poi molti artisti ci lasceranno l’immagine potente di una Giuditta rappresentata nel momento truculento della azione: la decapitazione.  L’atto di tagliare la testa è altamente simbolico, sancisce la vera sconfitta del potere. Anche la Rivoluzione Francese adotterà la la ghigliottina per affermare la vittoria sul potere assoluto del Re. Infatti è la testa il centro del nostro intelletto, del nostro volere e di tutto nostro essere, e questo fa di essa il simbolo del potere.

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Napoli, 1612 Artemisia Giuditta e Oloferne

La rappresentazione di Artemisia

Ma per Artemisia l’elemento simbolico della storia rappresentata è il suo dramma personale. Le spettacolari decapitazioni della Giuditta di Artemisia, ci raccontano la personificazione del dolore della stessa artista. Artemisia è figlia di Orazio Gentileschi, affermato pittore della Roma seicentesca.  La sua vicenda è abbastanza nota: nel 1611 Agostino Tassi, amico del padre di Artemisia, nonché suo maestro, la stupra. In Artemisia Giuditta è metafora della sua personale vicenda.

Nella Giuditta della Gentileschi ritroviamo tutta la violenza e l’odio che questo evento avevano mosso nelle viscere di Artemisia. Le braccia della donna sono sotto sforzo per decapitare l’uomo. La forza di Giuditta non deriva più dalla volontà divina, ma trae origine dall’odio. Molti sono i critici hanno letto nelle varie versioni di Giuditta della Gentileschi una volontà di rivalsa nei confronti di Agostino Tassi. Si sta compiendo la sua vendetta: il Tassi si ritrova nelle vesti di Oloferne.

Alcuni storici sostengono che il padre di Artemisia, Orazio seppe sin da subito dell’accaduto e della successiva relazione della figlia con l’amico. Ma sembra che il padre denunciò il fatto solo molti mesi dopo. Probabile è la tesi secondo cui Orazio denunciò Agostino solo per dispetto o per uno sgarbo professionale come una vendetta personale. Se così è Artemisia dovette esserne oltremodo addolorata. Inoltre Artemisia subì molti mesi di processo, interrogata sotto tortura come fosse lei l’accusata. Ma non smise mai di dipingere. Probabilmente per lei l’arte fu anche uno sfogo emotivo. Il tema di Giuditta ed Oloferne le permise di esorcizzare il momento della violenza subita e di compiere non solo la sua vendetta ma anche la sua rivalsa.

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