Esiste un film horror che, più di tutti, è capace di rappresentare così bene gli anni Novanta? Esiste uno slasher in grado di sovvertire le regole del genere unendo orrore, commedia e parodia? Nel terzo appuntamento di Halloween Pills è impossibile non parlare di un cult generazionale come Scream di Wes Craven. Un film che ha segnato la rottura con un certo tipo di cinema horror anni Ottanta e l’affacciarsi di un nuovo tipo di orrore. Un film che non si prende quasi mai sul serio ma lo fa nel modo più serio possibile. Un capolavoro senza tempo che ha creato un filone con cui tutto il cinema successivo ha dovuto fare i conti. Una citazione costante al cinema horror precedente e una presa di posizione su questioni puramente anni Novanta attraverso la distruzione dei paradigmi dell’orrore. Un horror che sa essere inquietante e divertente. In parole povere, Scream.
Scream: Wes Craven e come dirigere un gioiello

La ridente cittadina di Woodsboro, nel 1996, viene sconvolta dal brutale omicidio di Casey e il suo fidanzato Steve, uccisi in modo brutale da un serial killer con una maschera bianca (ispirata all’urlo di Munch). L’assassino, prima di uccidere la ragazza, la chiama al telefono costringendola ad un sadico quiz sul cinema horror per avere salva la vita. L’indomani mattina, la notizia si sparge per tutta la cittadina e, tra le persone più scosse, c’è Sidney. Il tumulto tra polizia e giornalisti le riporta alla memoria i ricordi dell’assassinio della madre dell’anno prima. Molto presto, anche la stessa Sidney riceverà la stessa telefonata dal killer, rinominato Ghostface. Da lì, la ragazza viene perseguitata dal mantello nero e inizierà tutto il susseguirsi di brutali omicidi nella piccola città di Woodsboro.
Scream è un film dalla genesi particolare. Lo script di Kevin Williamson divenne ricercatissimo tra le case di produzione portando ad una vera e propria asta per accaparrarsene i diritti. A spuntarla, alla fine, furono i fratelli Weinstein con la Dimension Films. Era arrivato il momento di affidare la regia a qualcuno che potesse far esprimere al massimo uno script praticamente perfetto, ma difficilissimo nella sua lettura. L’unico che, anche a detta dello stesso Williamson, fu in grado di percepire la grandezza del progetto e la complessità del testo fu Wes Craven. Solamente il padre dell’horror anni Ottanta è stato capace di dare vita, in modo così brillante ad una sceneggiatura meravigliosa, che fa dell’unione tra comedy, citazionismo e horror il suo fondamento. Solamente Craven è stato capace di centellinare così sapientemente la parodia, l’orrore, lo slasher e il teen drama rendendo il tutto un mix perfetto. E forse proprio il suo rifiuto nei confronti di un genere che vedeva come ormai morto ma che tanto gli aveva dato nei decenni precedenti (ha girato cult assoluti come Nightmare o Le colline hanno gli occhi) a dargli quella spinta necessaria. Se vogliamo, possiamo anche solo analizzare la prima sequenza di Scream di un quarto d’ora per farci insegnare da Craven e da Williamson come si dirige e si scrive un horror. La curva di tensione sale e poi scende, riscende subito e risale di nuovo. Ma non arriva mai al culmine, se non in chiusura. Puro cinema. E l’altro elemento fenomenale di Scream è proprio nel suo testo e sottotesto. Se da un punto di vista più blando e meno attento il film sembra essere una parodia, in realtà la creatura di Craven è quasi alla stregua di un saggio cinematografico. Parodizza e ridicolizza il genere slasher ma restando fortemente ancorato ad esso (è uno slasher puro, in fondo). Prende in giro i suoi aspetti più telefonati ma li usa tutti, dal primo all’ultimo, rispettando le regole non scritte del genere ma sovvertendole quando più gli piace. E Scream è la killer application dell’horror moderno. L’esasperazione degli elementi senza mai voler essere parodia renderà poi tutto il cinema dell’orrore successivo, appunto, parodia.
Citazionismo e accuse
Il citazionismo contribuisce alla costruzione di un cult generazionale. Scream è meta-cinema puro che cita sé stesso, citando il sottogenere slasher. È un trattato critico sul cinema che riflette sul cinema stesso da più punti di vista: sul genere, appunto, come detto, ma anche su come l’horror era visto ai tempi. Non a caso la frase pronunciata sul finale da quel personaggio è una presa di posizione chiara nei confronti di chi credeva, negli anni Novanta, che gli horror deviassero i giovani: “I film non creano psicopatici, i film rendono gli psicopatici solo più creativi”. E poi diciamocelo, l’aura dei Nintees è inconfondibile: i primi cellulari, gli scuolabus, le case enormi con staccionata americane. In Scream tutto è magico e spaventoso, anche Wes Craven che cita Hitchcock e Dario Argento.
Alessandro Libianchi





