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‘Halloween’, un film teorico sull’orrore

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A partire da oggi, 25 Ottobre, sarà disponibile nei cinema di tutta Italia, il film Halloween, un sequel diretto dell’omonima pellicola del 1978. Questa volta diretto da David Gordon Green, la pellicola ci mostrerà una battaglia tra Laurie Strode – eterna eroina del classico anni 70- e Michael Myers, dopo che quest’ultimo è riuscito ad evadere, 40 anni dopo gli avvenimenti del primo film. 

'Halloween', un film teorico sull’orrore
Poster promozionale del sequel di quest’anno, fonte: Divulgazione

 

Pensando al fatto che Halloween è un indiscutibile classico del mondo horror e che in un certo modo, il regista John Carpenter ha rivoluzionato alcuni aspetti degli slasher (A tal punto che Halloween segna la Golden Age del genere). In questo testo andremo ad analizzare alcuni aspetti importanti di questa pellicola.  

Nel libro Memórias de um homem bem visível (Cineteca Portoghese, 2008), il regista John Carpenter descrive Halloween: La notte delle streghe (1978), il suo terzo lungometraggio, come un film teorico. Questo perché è una produzione consapevole dell’horror come genere, che gioca con i cliché narrativi del tempo mentre ne crea di nuovi.

Nelle prime scene del film, Tommy, il ragazzo a cui Laurie (Jamie Lee Curtis) fa da babysitter, è messo alle strette da amici, che lo spaventano con storie sui mostri. Gli scherzi tra bambini, che guardano film horror senza alcun tipo di censura in televisione, mostrano come le storie di mostri e fantasmi non fossero esattamente rivolte a adolescenti o adulti in quel momento.

La trama, tuttavia, presenta gradualmente una minaccia più oscura, che rimane nascosta tra le scene, osservando e aspettando il momento di attaccare. In Memórias de um homem bem visível, Carpenter afferma che la sua più grande influenza nello scrivere la storia di Michael Myers fu Psyco (1960). “Ho semplicemente aggiunto una dimensione soprannaturale, facendo del killer mascherato un’incarnazione del Male”, spiega.

'Halloween', un film teorico sull’orrore
Scena del classico del 1978, fonte: Divulgazione

In molti modi, Halloween è un sequel spirituale del classico di Alfred Hitchcock. Oltre ad avere un’eroina interpretata dalla figlia dell’attrice che fu la vittima originale di Norman Bates, il film fa uso di un personaggio che commise un omicidio violento durante l’infanzia ed è in attesa di una possibilità di riviverlo, come nel classico del 1960.

L’aspetto soprannaturale deriva dall’idea che Myers, un assassino dalla super forza negli altri film della serie, sia l’incarnazione del male. Una creatura che non può essere spiegata o contenuta, nonostante gli sforzi di Sam Loomis (Donald Pleasence). Le immagini di John Carpenter rafforzano questa idea dell’ombra (shape), che si vede sullo sfondo, inquadrata sullo schermo come un elemento strano. Questo gioco di ricerca dell’elemento dissonante nella scena segnerà la carriera del regista, questo metodo di ripresa sarà poi conosciuto come “Carpenter Frame”.

Se la letteratura di H.P. Lovecraft esplora la paura del lontano e sconosciuto, mentre Stephen King lavora col terrore che ci circonda ed è vicino, Halloween può essere definito perfettamente come il confine tra questi due concetti di orrore. L’assassino dalla maschera bianca ha motivazioni cupe e misteriose nel commettere i suoi crimini, oriunde da un luogo molto più spaventoso di altri serial killers di film (come Jason Voorhees, Leatherface o Freddy Krueger). Tuttavia, è nato e cresciuto in un sobborgo del Midwest americano, frutto di una società molto simile alla nostra.

Inserendo la trama nella notte di Halloween, il film di John Carpenter aggiunge alla sua iconografia il gioco di maschere, farse e decorazioni. Michael Myers è l’elemento che ricorda che questa festa parla anche di un sanguinoso passato di colonizzazione e che la celebrazione dell’horror può essere orribile.

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