Se a Bari dici Protti o dici San Nicola, la venerazione sarà la stessa. Perché questi campioni, quelli che fanno sognare piazze poco abituate a palcoscenici importanti, ma molto calde, sono qualcosa di più di grandi calciatori. Assumono connotati religiosi, e rimangono per sempre elementi di riferimento, per chi ci crede. Maradona lo è stato per Napoli, Di Natale per l’Udinese, Igor Protti per il Bari. Quella dello zar, però, è una storia che non ha propriamente un lieto fine e che, proprio per questo, costituisce un unicum nel nostro panorama calcistico.

Storia d’amore a Bari

Quando dopo tre ottime annate a Messina e 31 gol, Protti arriva a Bari a 25 anni ed è nel fiore della sua carriera. Almeno sull’anagrafe, perché a livello di rendimento non è ancora lo Zar che ricordiamo: la piazza biancorossa è quella giusta in cui farsi notare e ottenere quella crescita decisiva per diventare un grande attaccante. La Serie B è un campionato complicato e, nonostante la presidenza Matarrese investa continuamente per la promozione, l’annata ’92-’93 non è positiva.

L’anno dopo arriva il grande salto, con il secondo posto e l’approdo in Serie A: per Protti non è una stagione proficua a livello realizzativo, con “sole” 6 reti messe a segno nell’arco della stagione. Le virgolette possono essere messe solo a posteriori, perché fino a quel momento lo Zar non aveva ancora estratto lo scettro da imperatore. Ma il Bari sa di avere a disposizione un diamante grezzo e ci punta anche nella stagione ’94-’95: i galletti di Giuseppe Materazzi sono la rivelazione del campionato e ottengono un sorprendente dodicesimo posto. Protti va a segno per sette volte in ventiquattro presenze, ma non si risparmia colpi da capogiro.

Era diventato l’uomo dei goal impossibili, quello che tirava fuori dal cilindro reti che facevano del San Nicola una bolgia. L’esempio è quello di Bari-Genoa ed è il primo goal in Serie A del centravanti biancorosso: si porta avanti il pallone, anticipa un suo compagno e in scivolata incrocia sul palo lontano, battendo il portiere rossoblù. Quella che però forse è rimasta più impressa nella mente del pubblico barese è un’altra partita, e, di preciso, Bari-Fiorentina del 9 aprile 1995. Traversone di Gautieri e lo Zar con una rovesciata da Calciatori Panini fa esplodere il San Nicola e regala ai baresi uno spettacolo che vale il prezzo del biglietto.

Il trenino della felicità

Quell’anno il Bari si fa notare non solo per il gran gioco espresso e per i colpi dei suoi campioni, ma soprattutto per un’esultanza divenuta iconica per i più nostalgici. Il cosiddetto “trenino della felicità” era il leit motiv dopo ogni rete messa a segno dai biancorossi; questa scena si ripeterà nel corso degli anni fino anche al Bari di Gian Piero Ventura. L’idea, racconta lo stesso Protti, era stata di Guerrero, che propose questo modo di gioire ai compagni, tipico in Colombia. Tovalieri raccontò che ci vollero tre mesi per metterlo a punto e che capirono anche male: in Colombia ci si disponeva sparsi, mentre loro si misero in fila. Il Bari diventò scenario della prima vera esultanza di gruppo, e l’esordio fu a San Siro contro l’Inter.

Protti quel giorno non era in campo e in quell’anno indossava (stranamente) la maglia numero 11: il suo idolo era Gianni Rivera e non avere la numero 10 probabilmente lo aveva limitato. Quei super poteri da bomber implacabile arrivarono nell’annata successiva, la stagione 1995-96, probabilmente la migliore della carriera di Protti.

Protti e un amaro record

Il calcio italiano non si era ancora accorto del grande centravanti biancorosso, ma lo farà presto: tre goal alla Lazio e due all’Inter. Contro le grandi lo Zar ha imparato a segnare, ma ci prende gusto e conclude la stagione con 24 reti totali. I suoi goal arrivavano quando c’era bisogno, come in un Bari-Cremonese, dell’aprile 1996. In una giornata piovosa, Protti mette a segno una doppietta decisiva, con il secondo goal che lo racconta a pieno. Dopo un primo tentativo murato, riprende il pallone si allarga e con un destro potentissimo infila il pallone all’incrocio dei pali. Parlando a ilgiornaledigitale.it dirà:

Proprio la seconda rete credo che rappresenti molto il mio modo di giocare: sentire la maglia addosso, soddisfare la gente, andare oltre i miei limiti, la mia caparbietà.

Quei 24 gol bastarono per fargli ottenere il titolo di capocannoniere di Serie A, a pari merito con Beppe Signori, ma non furono abbastanza per salvare il Bari: con il quindicesimo posto i biancorossi tornarono nella serie cadetta. Matarrese fu costretto quindi a cedere alla Lazio uno dei più grandi centravanti della storia barese per 7 miliardi di lire. Una storia così, per certi versi paradossale, sarà un unicum nel calcio italiano: mai, né prima né dopo, la squadra del capocannoniere era o sarà retrocessa in Serie B.

I record di Protti non si fermano qui e diventa anche l’unico calciatore, assieme a Hubner, a essere miglior marcatore in Serie A (’95-96), Serie B (2002-2003) e Serie C (2000-01, 2002-03). Parlando a ilgiornaledigitale.it, quando gli viene chiesto come si spiegasse l’amore di tutti i tifosi delle squadre in cui ha militato, lo Zar risponde così:

Malgrado in alcune città sia rimasto più tempo e penso a Bari, Livorno e Messina, dove son stato meno noto oggi che il ricordo è comunque piacevole. Il mio modo di giocare, il mio temperamento veniva apprezzato ai tifosi. Quando giocavo ero un tifoso della stessa maglia che indossavo.

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