Tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger Il diavolo veste Prada esordiva vent’anni fa e in pochi immaginavano che sarebbe diventato uno dei film più iconici sul mondo del lavoro, della moda e delle ambizioni personali.

In vista del sequel in uscita nelle sale cinematografiche il 1° maggio 2026, ripercorriamo il grande successo del film. Oltre i risultati ottenuti al botteghino, l’impronta duratura è quella lasciata sulla cultura popolare e sul modo in cui il cinema racconta il lavoro e il potere anche a distanza di anni.

“Il diavolo veste Prada”, dietro il glamour: il racconto del potere

Miranda Priestly ph credits ameblo.jp

La trama segue Andrea Sachs (Anne Hathaway), giovane giornalista che ottiene un lavoro come assistente della potente Miranda Priestly (Meryl Streep), direttrice della rivista Runway. Quello che inizialmente appare come un trampolino di lancio nel mondo del giornalismo si trasforma presto in una prova di resistenza fatta di ritmi impossibili, richieste surreali e pressioni psicologiche. Il film utilizza il contesto della moda non solo come sfondo estetico, ma come metafora di un sistema lavorativo altamente competitivo. Dietro gli abiti di lusso e le passerelle, emerge una riflessione sulle gerarchie professionali e sul prezzo del successo.

Miranda è diventata uno dei personaggi più memorabili del cinema contemporaneo. La performance di Meryl Streep le valse una nomination all’Oscar e contribuì ridefinire l’archetipo della donna di potere sullo schermo: elegante, spietata, ma profondamente consapevole del sistema in cui opera. A differenza di molti antagonisti cinematografici, il potere di Miranda deriva da calma, controllo e distanza emotiva. Uno stile di leadership che ha reso il personaggio più realistico e sofisticato rispetto ai classici “capi tirannici”. Oltre al cinema, il film ha influenzato profondamente la cultura pop con le sue battute diventate meme e le scene spesso citate, come il celebre monologo sul ceruleo.

L’eredità nel cinema e nelle serie TV

Il successo de Il diavolo veste Prada ha definito un vero e proprio modello narrativo per cinema e televisione: quello delle storie ambientate nelle redazioni di moda o lifestyle, dove glamour, ambizione e dinamiche di potere si intrecciano con il percorso di crescita delle protagoniste. Nel corso degli anni, numerose opere hanno ripreso il modello narrativo: tra queste si possono citare film come The Intern e serie televisive attuali come Emily in Paris.

Quando Il diavolo veste Prada uscì, dimostrò che il mondo della moda poteva diventare un potente scenario narrativo per il cinema. Nello stesso anno debuttava sul piccolo schermo Ugly Betty (2006), che ha utilizzato il mondo delle riviste di moda come spazio satirico per raccontare le contraddizioni dell’industria editoriale, dove la superficialità dell’ambiente contrasta con il carattere genuino di Betty, la protagonista-outsider. La serie The Bold Type (2017-2021) ha aggiornato il modello a una sensibilità contemporanea, mettendo al centro l’amicizia femminile, il giornalismo digitale e nuove forme di redazioni.

Un’altra connessione fondamentale è la rappresentazione delle figure femminili di leadership. Se nella più recente The Bold Type, la direttrice Jacqueline Carlyle rappresenta una versione moderna, collaborativa e solidale della leadership femminile, in Ugly Betty editori e dirigenti sono spesso caricature del potere mediatico, in particolare Wilhelmina Slater è una versione volutamente melodrammatica e teatrale, usata per criticare e parodiare il sistema.

Valeria Devardo